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giovedì 13 marzo 2025

Regimi e natura umana

Salve.

Lo so. Il titolo di questo post presuppone un argomento di una pesantezza indicibile.
Tuttavia, nonostante io non ami disturbare il sonno profondo dell'Italiano Medio (non è vero, amo prenderlo a pedate, quel fetente...!), ritengo comunque che sia importante che più persone possibili comincino a porsi qualche domanda.
Questo perché leggo sui social affermazioni che oscillano tra lo sconcertante ed il raccapricciante. 

Voi direte: "Ma Rio, i social non sono una specchio fedele della società!" Sì, col cazzo. Dieci anni fa, forse; ma ora non più. Guardate come votano, 'sti stronzi. Guardate per cosa manifestano o scendono in piazza. E, dopo averli osservati bene, magari dopo averci anche parlato, ditemi che trovate differenze significative tra la realtà e quello che leggete su Instagram o su Facebook, se ci riuscite!

C'è in giro gente -- ma tanta gente! -- convinta che la democrazia sia superata, che non sia capace di affrontare efficacemente i problemi della società, che sia venuto il momento di superare il capitalismo con un regime diverso, che metta "gli interessi dei più dinanzi a quelli dei pochi" e via "sloganando".

Naturalmente, il primo passo da compiere per il superamento dell'impasse è uscire dalla NATO, per alcuni anche dall'Unione Europea, abbandonando la tirannia USA per entrare nei BRICS ed abbracciare fiduciosi leader potenti, determinati ed illuminati come Vladimir Putin o Xi Jin Ping.
Se non facesse già ridere così, il passo successivo è quello di adottare, per alcuni, una forma di socialismo terzomondista non meglio chiarito, mentre altri vedono con favore un ritorno del nazionalismo ottocentesco di tipo identitario, fatto di popoli omogenei in termini di etnia, cultura, lingua, vedute e religione.  

Quando sente certe stronzate, un vecchio liberale come me esita, ma solo perché non sa da che parte cominciare a sfancularli tutti.
Nemmeno si accorgono che a fare da megafono a certe idee (on-line e non) sono essenzialmente tre tipi di persone:

  • Disadattati che non hanno voluto o saputo integrarsi nella società e incolpano noi di questo(!). Per la serie: se la società non è come dico io, allora è sbagliata. La società, non io. Idealismo all'ennesima potenza.
  • Personaggi subdoli che sperano di arrivare a conquistare una fetta di potere grande o piccola, e stanno manipolando noi per arrivarci; tipo la rivoluzione falla tu, e il potere dopo lo dai a me.
  • Individui che non brillano per originalità ed idee proprie, ma sono determinati a passare per impegnati, motivati, ispirati. Vogliono dare un senso più profondo alla loro vita, e per questo sono pronti a rovinare la nostra. Mortacci loro.

Tutti e tre i tipi ritengono che il cambiamento sperato porterà vantaggi di qualche tipo (innanzitutto a loro; se no mica lo farebbero).

Ma a prescindere da questo, la cosa che mi sconvolge le gonadi è che le illusioni di oggi sono le stesse di 150 anni fa.
Perché trovo incredibile quanta ingenua fiducia la gente oggi riponga ancora in un banale regime politico.

A sentire loro, la natura umana non è qualcosa che ci definisce come specie, il risultato di diverse decine di migliaia di anni di lenta evoluzione mediante selezione naturale, ma solo un'abitudine, quasi un "vezzo" che e possibile forgiare a proprio piacimento, a condizione di avere un adeguato sostegno politico, istituzionale, e sociale. L'egoismo si supera educando i bambini "sin dalla più tenera età" ai princìpi dell'Interesse Superiore, del Bene Comune, della Giustizia Sociale, eccetera eccetera.

La prima "domanda che io mi pongo e che vi pongo", come diceva la buonanima di Amintore Fanfani, è: ma questi qua, almeno a grandi linee, sanno cos'è successo nell'ultimo secolo e mezzo?

Sanno che in Unione Sovietica abbiamo avuto oltre 70 anni di comunismo, in cui intere generazioni di Russi (e non) hanno studiato sin da piccolissimi i valori del socialismo reale, vissuto immersi in una società uniformemente socialista, respirato propaganda per tutta la vita, vinto persino due guerre mondiali, con il solo risultato di aver dato vita, negli Anni '80, ad una delle più spettacolari implosioni socio-politico-economiche nella storia del genere umano? Neanche l'Impero Romano d'Occidente è crollato così, perché almeno nel V Secolo c'erano le invasioni barbariche.
Il Blocco Sovietico, invece, non è stato conquistato militarmente, né invaso da nessuno: hanno fatto tutto da soli, crollando come castelli di sabbia, l'uno dopo l'altro, nel giro di pochi anni.

Dall'altra parte, i cugini scemi dei comunisti, i fascisti, non si sono accorti che il nazionalismo ha causato un'interminabile serie di conflitti che hanno indebolito enormemente l'Europa ed i suoi Stati, che un tempo dominavano il mondo, rendendoli entità di secondo piano, in alcuni casi insignificanti, sullo scacchiere mondiale?

E tutti e due -- quando parlano di concetti indefiniti come "democrazia non capitalista" (??) -- si accorgono che non esiste né è mai esistito un solo esempio di questa strana roba in tutto il globo terraqueo?

Ora, voglio essere chiaro: io amo la democrazia capitalista, ma lungi da me definirla perfetta; specie su un blog in cui non faccio che sviscerarne i problemi ed i difetti, post dopo post.
Ma, alla luce dei fatti storici, la democrazia capitalista pare essere la sola forma di società che conosciamo a riuscire in qualche modo -- sia pur entro certi limiti -- a convivere con la natura umana.

Perché il vero problema, cari i miei idealisti da Centro Sociale, non è il capitalismo, l'egoismo borghese, e vai di Engels a manetta, bensì un altro ben più serio: è Sua Maestà la Natura Umana.

E' inutile teorizzare un modello socialista in cui ognuno di noi ha un ruolo ben definito, deciso soprattutto sulla base delle esigenze sociali, del Bene Superiore, in cui tutti fanno qualcosa e non c'è un meccanismo premiante per il singolo (perché questo scatenerebbe egoismo), ma si va avanti tutti insieme. Provateci, ed otterrete presto quello che si osservava ovunque nei Paesi dell'Est e che ancora possiamo vedere in alcuni uffici pubblici italiani: cinico opportunismo.
Se mettete dieci persone in una stanza e dite loro di fare tutti insieme un lavoro per ottenere un premio comune vi garantisco che almeno una di loro (ma anche di più!) farà quanto possibile per far lavorare gli altri al posto suo.
Il comportamento opportunistico è un tratto della Natura Umana, e se sperate di cambiarlo con l'educazione siete dei poveri idealisti illusi. Il comunismo non può funzionare perché ipotizza una società organizzata come un alveare di api, ma gli uomini non sono insetti e le società umane non sono né somiglieranno mai ad un cazzo di formicaio.

Ci hanno già provato a cambiarla, Sua Maestà la Natura Umana, cosa credete? Magari vi illudevate di essere voi i primi ad averci pensato?
Secondo voi, quando Ernesto Guevara de la Serna (il "Che") parlava di "uomo nuovo socialista" a cosa si riferiva, idioti?! A questo si riferiva! Alla necessità di ripensare la natura umana, perché l'uomo "vecchio" non andava bene, non poteva realizzare davvero il socialismo.
Pensate che, nel supervisionare il progetto per una nuova sede ministeriale all'Avana, il Che -- nella sua temporanea funzione di direttore dell'Istituto Nazionale Cubano per la Riforma Agraria -- era arrivato addirittura ad ipotizzare la riduzione del numero dei bagni nell'edificio, ritenendo che l'uomo nuovo non avesse bisogno di espletare le proprie funzioni corporali così spesso. (!)

E invece voi altri, gran figli della Lupa, che vagheggiate per l'Italia il ritorno ai fasti del passato (ma dove? Ma quando?) soltanto perché vi dà fastidio incontrare per strada gente con nomi strani, colore della pelle o lineamenti del viso diversi dai vostri, non vedete che il solo modo per minimizzare le cazzate madornali di un regime è quello di limitare il potere e suddividerlo tra soggetti diversi?
Davvero non cogliete la bellezza, la profondità del Principio della Divisione dei Poteri come strumento per mitigare i limiti gravissimi della Natura Umana, a cui il potere dà sempre, inequivocabilmente alla testa?
Voi che dite andreottianamente che "il potere logora chi non ce l'ha", non vi immaginate proprio come logori ancora di più chi ce l'ha?
O forse ritenete che Giulio Andreotti abbia agito nel vostro, di interesse?

Non vedete, cari totalitaristi di Destra e di Sinistra, come nella storia il solo modo che i vostri Leader Perfetti hanno trovato per mantenere in piedi le vostre Società Perfette sia stato quello di istituire apparati repressivi onnipresenti, pervasivi e brutali che stroncassero, possibilmente sul nascere, ogni espressione della Natura Umana?
Non c'è alcun "Uomo Nuovo". C'è solo quello vecchio, incarcerato, zittito, umiliato, torturato, ucciso.

E veniamo, infine, all'imputato principale del processo: la democrazia capitalista.
E' una cosa instabile, traballante, che va puntellata continuamente. Genera classi politiche generalmente pavide, al servizio di chi meglio di tutti minaccia di togliere loro il potere. E' lenta, farraginosa, si impantana e si incarta su se stessa.
Ma sembra essere la sola che può funzionare nel lungo termine, perché non cerca di cambiare la Natura Umana, bensì la accetta, la rispetta e -- cosa più importante -- le dà agio. In tal modo, non tutti gli uomini, soltanto alcuni, i più privilegiati senz'altro, ma anche i più meritevoli riusciranno a trovare spazio per emergere in qualche modo e fare il bene comune.
Ovviamente, anche la democrazia capitalista ha un meccanismo di repressione, ma è per lo più limitato al contenimento delle attività umane entro binari che consentano la convivenza civile, lasciando spazi più che ampi di libertà di parola, di stampa e, naturalmente, di azione.

Vi sembra troppo poco?
Forse. Ma pensate a quanto benessere la mediocre democrazia capitalista ha regalato all'Europa Occidentale in 80 anni di pace.
Le alternative sono regimi che possono vantare tra i loro più grandi risultati lo sterminio di sei milioni di Ebrei e di chissà quanti Rom in campi di concentramento molto ben organizzati (gliene va dato atto) o la costruzione del Muro di Berlino, che -- correggetemi se sbaglio -- è il solo caso nella Storia di fortificazione realizzata non per impedire al nemico di entrare, ma per impedire a chi stava dentro di uscire.
E' tanta roba, eh...!
Davvero sicuri che questi regimi siano meglio?

Saluti,

(Rio)

venerdì 19 gennaio 2024

Il Sistema Metrico Barese Della Roba da Stirare

Salve. 

Il Sistema Metrico Decimale, oggi in uso in molti Paesi del mondo e ovunque in ambito scientifico, è stato introdotto nel XVIII Secolo dagli Illuministi francesi.
Prima di allora, ovviamente, esistevano altri sistemi di misurazione che, in parte, vengono ancora utilizzati oggi, come ad esempio le Misure Imperiali Britanniche (libbra, miglio, eccetera). 


Ma sono ancora in molti ad ignorare l'esistenza del Sistema Metrico Barese di Misurazione Della Roba da Stirare, un'invenzione della mia città le cui origini si perdono nella notte dei tempi.
Si tratta di un sistema di misurazione perfetto, esaustivo, ancora oggi pienamente in vigore e, per una volta -- scusate cugini francesi, scusate scienziati di tutto il mondo -- infinitamente superiore al Sistema Metrico Decimale, perché rende l'idea come nessuno. 

Ci sarebbe molto da dire in materia, compresi gli innumerevoli tentativi di imitazione nel mondo, ma il sistema può essere brevemente descritto qui.

Come tutti i sistemi metrici che si rispettino (quindi, non il vostro; capito, Inglesi?), anche il Sistema Metrico Barese Della Roba da Stirare si divide in multipli e sottomultipli.
L'unità di misura fondamentale, quella centrale nel Sistema, è La Sedia o meglio, in lingua oriunda, "La Seggia".
"La Seggia" è, tipooo, l'equivalente del metro nel Sistema Metrico Decimale di misurazione delle lunghezze: né poco, né tanto. Sta nel mezzo.
Quindi, "ho una Seggia di roba da stirare" significa che ho da stirare una quantità di abiti sicuramente non trascurabile, ma nemmeno una cosa esagerata.

Dall'Unità Fondamentale ("la Seggia", appunto) si dipartono i multipli e i sottomultipli.

I sottomultipli sono:

  • "Due Cöse", che sono meno della "Seggia";
  • e "Due-Due Cöse", che sono meno di "Due Cöse" (mi raccomando alla dieresi sulla ö).


Facile no?
Attenzione ora ai multipli, che sono di più. Essi sono, rispettivamente:

  • "Una Seggia Sana" (più di "una Seggia");
  • "Una Seggia Sana-Sana" (più di "una Seggia Sana");
  • "Nu Tramòt d' Rròbb" (in lingue indoeuropee, "un terremoto di roba", cioè tanta roba, più di una "Seggia Sana-Sana");
  • e "Non Za Capìsc, C' Cös Stæ" (in fonemi emettibili da glottide umana, "non si capisce quanta roba c'è", ovvero persino più di "Nu Tramòt").


Ecco.
Mi premeva solo di colmare velocemente una lacuna nella vostra cultura, ormai fatta solo di meme social del cazzo, aggiungendovi alcune informazioni fondamentali e pregnanti.

Saluti,

(Rio)

venerdì 10 marzo 2023

L'assurdo mondo dei terrapiattisti (e dei complottisti in genere)

Salve.

Sì, va bene, lo so. Avete ragione.

Ogni singolo post del mio blog crea una reale, sia pur minuscola, impronta di anidride carbonica di cui il pianeta Terra, piatto o sferico che sia, non ha certo bisogno. Quindi, perché cazzo sprecare un'impronta di CO2 per un tema così stupido?
Ripeto: avete ragione. 


Il fatto è che anch'io, proprio come voi, mi imbatto di tanto in tanto in questi deficienti che si credono esseri superiori, sostenendo ipotesi ignoranti che non sanno dimostrare in alcun modo.
Anch'io, come voi, mi ritrovo a leggere di critiche demenziali alla fisica ufficiale (ma che dico, "la fisica"? La geografia delle scuole elementari!) a cui persone senza la benché minima comprensione del mondo contrapporrebbero modelli formulati in modo acritico, senza accompagnarli non dico con una prova (figuriamoci!), ma nemmeno con una spiegazione un tantino articolata.
Per l'ultima volta, avete ragione.

E' che io quando vedo 'sti rincoglioniti che -- pur avendo oggi accesso ad un livello di informazioni inimmaginabile solo 50 anni fa, non lo usano mai, ma preferiscono sparare cazzate -- non so stare zitto.
Odio i terrapiattisti ed i complottisti in genere; ma -- soprattutto -- odio i loro metodi intellettualmente scorretti.
Odio il loro blaterare sempre "Eh ma, se è come dici tu, allora come mai accade X?" e, ad una risposta tecnica completa e convincente, ribadire "Eh, ma certo: questo è il solito complotto di Y!".
Odio il loro fare affermazioni assurde e MAI, dico MAI essere loro ad offrire un modello sistematico, articolato del perché le cose starebbero come sostengono. Mai.
Odio il loro rispondere all'obiezione "Se tu dici A e il tuo collega dice B, non vedete che vi contraddite già tra di voi?" con un ridicolo "Ognuno ha diritto alle proprie idee. Noi siamo democratici, non siamo mica voi!", come se la scienza, i fatti, fossero una questione di opinioni.

Vi prego, mi insegnate come si fa a non odiare certi cazzoni ambulanti? Come si fa ad ignorarli? Io non ci riesco e vi invidio per questo.

Vorrei metterli in fila, uno per "specialità" ("La Terra è piatta", "Non siamo mai stati sulla Luna", "Le scie chimiche", "Il COVID non esiste", "L'11 Settembre non esiste", "L'Olocausto non esiste", eccetera...) e dire loro: "Va bene, brutti rincoglioniti di livello siderale. Finora, le domande le avete fatte voi, noi vi abbiamo risposto in modo articolato e completo, con dati, matematica e fatti, e voi "non ci avete creduto" (??).  

Adesso, però, cari i miei cazzi pieni d'acqua, tocca a noi fare le domande ed a voi darci le risposte. E che siano convincenti come le nostre, con la matematica, i dati e tutto il resto, mi raccomando! Del resto, siete voi quelli intelligenti qui, no?

Ad esempio, se la Terra è piatta, dove hanno sbagliato i filosofi greci che vedevano le navi salpare e scomparire sotto l'orizzonte, come se si inabissassero? O, viceversa, le osservavano come "emergere" dal mare quando, dal largo, le navi navigavano verso il porto? E badate che questo fenomeno accade SEMPRE. Sistematicamente. Non c'è una cazzo di volta in cui questo non succede.
Orsù, mezze seghe a cui "non la si fa", spiegatecelo voi.

Perché, nello stesso identico momento, se a casa del terrapiattista italiano Mario MezzaSega è pieno giorno, invece a quella del terrapiattista neozelandese James theMoron è notte fonda, cosa che entrambi i rincoglioniti possono facilmente constatare con una semplice chiamata su Skype?

E come cazzo si fa a mantenere in piedi un "gonblotto" così vasto, che racchiude non solo tutti i vertici politici e militari del mondo -- anche di Paesi nemici tra loro -- ma anche tutti i piloti, di linea ed amatoriali, le assistenti di volo, i radioamatori... E, a mia insaputa, persino me, che l'altro pomeriggio da Londra (piena luce) ho fatto una videoconferenza con l'India e lì erano le 21:00, era notte? Avranno oscurato le finestre alle spalle del mio interlocutore indiano? Sarà anche lui parte del "gonblotto"? Lo minacceranno? Devo chiamare la polizia o mi conviene tacere, perché anche la polizia è parte della cosa?

Quando dite che il COVID non esiste, che è solo una banale influenza che si cura con rimedi naturali e, il giorno dopo, che il COVID è un virus creato in laboratorio per un complotto tra Cina e USA che ha ucciso milioni di persone, vi rendete conto che le due cose non possono essere entrambe vere?
Voi come spiegate la cosa, tecnicamente? Con l'inettitudine dei virologi cospiratori americani e cinesi, che spendendo fondi neri avrebbero creato in un laboratorio supersegretissimo un virus che in realtà non ti fa quasi un cazzo?


Ne avrei un miliardo di domande del genere, ma mi limiterò ad una soltanto per i miei complottisti preferiti, i terrapiattisti (eh, ad ognuno i suoi gusti).
La domanda è semplice ed è: "Perché?"

Voglio dire, se la Terra fosse piatta e se oltre i suoi confini il mondo finisse e poi si cadesse giù ("giù" dove, poi? Nel vuoto? E, se non per la gravità, come sosteniamo noi, allora perché si va giù? In base a quale forza? Ma non ricominciamo con le domande...) -- dicevo, se tutto questo fosse vero -- allora perché cazzo nasconderlo?
Perché ordine un complotto di proporzioni gigantesche, complicatissimo da mantenere in piedi, che costerebbe uno sproposito, solo per nascondere... che la Terra è piatta?

La scienza ci ha rivelato l'immensa energia nascosta nell'atomo, con cui si possono anche realizzare armi che hanno il potere di annientare ogni forma di vita sulla Terra, ci ha rivelato come manipolare il materiale genetico dei batteri in modo, volendo, da creare armi biologiche spaventose; però il complotto, il segreto l'avrebbero ordito non sulla bomba all'idrogeno o sull'ingegneria di microorganismi killer, bensì... sulla Terra piatta.

Il mio pensiero va ai grandi esseri umani del passato, che avrebbero ucciso per avere accesso a tutte le informazioni a cui abbiamo accesso noi, o per fare le esperienze che noi facciamo quotidianamente (una video-chiamata, un messaggio WhatsApp, un volo in aereo, guardare la foto di un panorama di Venere o di un tramonto su Marte e così via).
Com'è ingiusta la vita.
Loro sì che avrebbero meritato di vivere oggi.

Saluti,

(Rio)

giovedì 2 luglio 2020

Il viaggiatore e la mela



Arcobaleno sopra casa mia
«
Una mattina, un uomo era pronto per intraprendere un viaggio d'affari di qualche giorno, visitando città vicine e lontane.

Prima di partire, vide al mercato una gran bella mela, proprio della varietà che piaceva di più a lui. Non ne aveva ma vista una così, né sul bancone ce n'erano altre uguali.
Questa mela sembrava succosa, invitante, e lui la immaginò dolcissima al morso; per cui decise di comprarla. 

 
Non aveva intenzione di mangiarla subito, però.
"Questa è una mela speciale e va gustata con il dovuto rispetto --disse tra sé-- quindi la mangerò in un momento importante, per assaporarla nel modo che merita, per celebrarne l'unicità."

L'uomo avvolse così la mela in un panno pulito con grande cura, sigillò il panno meglio che poté, lo ripose nella bisaccia e si incamminò per il suo viaggio.
Visitò diverse città dove, proprio come aveva previsto, fece molti affari. Conobbe molte persone, ed alcune di loro gli offrirono ottimo vino e cibo squisito; ma il suo pensiero, la sera, tornava sempre a quella deliziosa mela che aveva messo in bisaccia qualche giorno prima.

Un pomeriggio molto caldo, mentre percorreva un sentiero particolarmente lungo e faticoso, gli venne una gran sete ed una gran fame, ma non gli era rimasto più né cibo né acqua. 
Vide allora un albero poco più avanti e pensò: "Ho fatto molte cose belle e importanti nel mio viaggio. Ecco il momento giusto per mangiare quella mela speciale! Mi sistemerò all'ombra di quell'albero e finalmente mi gusterò la mia dolcissima mela!"

Rapidamente, raggiunse l'albero sul ciglio del sentiero e vi si sedette, appoggiandovi la schiena, anticipando con avida passione il gusto del primo morso.
Ma quando sciolse il nodo del panno in cui aveva avvolto la mela, scoprì --con grande disappunto-- che la mela era ormai non solo avvizzita ma anche andata a male, perché era bacata. Il verme forse era sempre stato nel frutto, ma lui non lo aveva notato.

L'uomo, quindi, in preda alla delusione e ad un senso di amarezza per aver perso quella che per lui era la più bella mela del mondo, se ne restò seduto lì, all'ombra di un grande melo che, proprio sopra di lui, era carico di frutti molto più dolci, grandi e succosi di quello che aveva appena scoperto di aver perso.
»

Questa mia breve storia ha per me un significato preciso, ma non è importante.
Vi invito a cercarne di vostri.
Credo che ciascuno di noi possa trovarne uno.

Un saluto,

(Rio)



mercoledì 7 marzo 2018

Il Reddito di Cittadinanza e le considerazioni "auto-razziste" di un Meridionale sul Sud :-)


Salve.

Chi scrive – secondo alcuni – è un "auto-razzista". :-)
È un "auto-razzista" in quanto, da Meridionale, ha il coraggio di riconoscere pubblicamente che la maggioranza dei suoi concittadini ha votato per il Movimento Cinque Stelle perché spera di ottenere il Reddito di Cittadinanza.

Per alcuni è un auto-razzista perché, da vero infame, sfacciato e figlio ingrato del Sud, ha il coraggio di sostenere pubblicamente che le ragioni della disperazione, dell'assenza di prospettive per il presente e per il futuro, pur comprensibili e condivisibili, non sono affatto sufficienti a giustificare chi aspira a vivere a spese di chi lavora.

Chi scrive, per alcuni, è un auto-razzista, perché ritiene che queste persone abbiano scelto di campare alle spalle del prossimo solo perché si sono rifiutate di considerare la possibilità di andare via, di emigrare; un'opzione che esiste da sempre ed aperta a tutti gli strati sociali ed a tutte le età.
Una possibilità che milioni di Italiani prima di loro, tra cui anch'io (e migliaia mentre scrivo) hanno invece considerato; e l'abbiamo fatto perché quello che volevamo era una vita dignitosa, e ritenevamo – dateci pure torto – che non ci fosse alcuna dignità nel campare a sbafo del prossimo.

Ma andiamo con ordine.  :-)
Nella seconda metà degli Anni '90, in una delle mie numerose vite precedenti, lavoravo come consulente per la Pubblica Amministrazione: ho girato enti locali e territoriali in Puglia e un po' di Campania, ma ho anche tenuto alcune lezioni di corsi di formazione in alcuni enti in Sicilia e nel Lazio. Non ho visto, quindi, "tutto il Sud", ma un'idea approssimativa me la sono fatta.
Non posso – per ovvi motivi – fare nomi né fornire coordinate troppo precise da cui si potrebbe desumere a chi o a quale realtà mi riferisco esattamente, ma ho avuto comunque modo di formarmi un'opinione basata sui fatti e non sui soliti pregiudizi contro o pro-Sud.

E vi posso dire, come un Nexus VI terrònico, che ho visto cose che voi umani, ma manco sul Sacro Blog ve le potete sognare.

Ho visto persone brillanti, ma non ammanicate con i piani alti, non soltanto non fare carriera, ma venire superate da mediocri ed anche caricate di lavoro, sia il proprio che quello degli altri.
Perché, ad essere sinceri, non è vero che nella Pubblica Amministrazione nessuno fa un cazzo: la verità è che c'è chi non fa un cazzo, chi lavoricchia e chi lavora per sé e per tutti quelli che non fanno un cazzo. E, ovviamente, lavora male. È un problema organizzativo e culturale.

Ma con la stessa sincerità vi dico – credeteci, non credeteci, fate voi – che non capitava mica di rado che io ed altri entrassimo in un ufficio pubblico e, dopo aver osservato, letto, intervistato dirigenti e dipendenti, parlato, fatto riunioni, eccetera, passati alcuni giorni, non fossimo ancora riusciti a capire questi signori cosa cazzo ci facessero davvero là dentro.
Attenzione: sto dicendo cosa facessero davvero. Non le loro mansioni sulla carta.

Per giorni, non vedevamo nessuno che lavorava, o che quantomeno sembrasse lavorare: la gente vagava per gli uffici, chiacchierava, teneva sul tavolo la stessa pratica con il faldone sempre, immancabilmente chiuso, faceva telefonate tutte rigorosamente personali e soprattutto, se interpellata sul proprio lavoro, forniva solo risposte assolutamente evasive, generiche ed inconcludenti.
Ad esempio (scusate la censura stile CIA ma, ripeto, devo evitare troppi dettagli che rendano riconoscibili luoghi e/o persone), io chiedevo: "Scusi, lei di cosa si occupa?"
E quello: "Maaa, guardi, quando arrivano segnalazioni da parte di X, noi ci attiviamo per effettuare Y".
Io: "Quando è stata l'ultima volta che X ha segnalato qualcosa?" (Io sapevo già che era da molto)
Lui: "Eh, saranno almeno sei o sette anni fa, anche perché da allora non ci sono più fondi".
Io: "?"

Ma non è tutto. Se un collega di un altro ente pubblico si presentava in ufficio chiedendo del dottor Tizio, gli si diceva che il dottor Tizio non c'era e gli si suggeriva di richiamare, invece di presentarsi di persona.
Voi direte: "E allora, cosa c'è di strano?" Di strano c'è che a dirglielo era proprio... il dottor Tizio.
Quante volte avrò visto questa scena da film di Totò, ho perso il conto.

Ora mi direte: "Sì, va be', ma tutto questo col Reddito di Cittadinanza che c'entra?"
Belli miei, non prendiamoci in giro. Per molti al Sud, la cultura del lavoro è questa: se hai un posto fisso pubblico e sei vicino a chi conta, allora te la passi bene; se no, ti tocca lavorare davvero, pensa tu. A questo aspirano molti – non tutti, ma molti – Meridionali: ad un posto come quello di questi signori qua.
Un posto in cui devi "attivarti" quando te lo richiede X, il quale X non si fa vivo da anni, ma meglio così, ché ti stressi di meno.

Perché credete che il MoVimento Cinque Stelle, che dice di sapere come reperire le coperture finanziarie per il Reddito di Cittadinanza senza fare debiti (vicenda assolutamente folle, di cui mi sono occupato anch'io, qui e qui), con quei soldi non ha proposto di lanciare un piano di sostegno alle start-up che generasse posti di lavoro nel settore privato (e nell'indotto), invece di pagare semplicemente dei sussidi?
In altre parole, se i fondi ci sono, perché non usarli per creare posti di lavoro veri, invece di dare soldi a chi non fa un cazzo? 
E la ragione è semplice: perché alla Casaleggio Associati sanno benissimo che ciò che i loro elettori vogliono non è un lavoro: è un posto. "Se questi volessero un lavoro – come diceva già anni fa la buonanima di Indro Montanelli – emigrerebbero."

E qui intendiamoci sui termini: il posto non è un lavoro. Il posto è una forma di occupazione che ti garantisce un buon reddito per tutta la vita, senza però causarti troppi problemi. 
Tuttavia, non potendo ingabbiare il Paese in un'altra ondata di concorsoni interminabili che molti dei loro elettori neppure supererebbero (e poi, quella dei concorsi che non portano a niente è la strategia del PD! E non vorrete mica che copino la strategia del PD!), si sono inventati una strada più breve e, soprattutto, più semplice, alla portata di tutti: una bella domandina, e per tre anni il tuo problema di reddito è risolto.
Anzi, se sei sposato, come nucleo familiare, puoi portare a casa più soldi di quegli sfigati che fanno i turni come commessi all'ipermercato, poveri scemi!

Una bella norma clientelare – perché solo di questo si tratta, sia chiaro: una forma di clientela – pretesa e fatta passare perché "In Europa ce l'hanno tutti" (peccato solo che gli altri Paesi in Europa non hanno un rapporto debito/PIL spaventoso come il nostro, più circa cinque milioni di lavoratori a bassa produttività ed a carico dell'erario, più un esercito di pensionati con onerosissime pensioni retributive e pochissimi giovani a versare contributi; ma questi sono dettagli...); un colpo di marketing che sinora è servito perfettamente allo scopo.

Ovviamente non ci sono veramente i soldi per realizzarlo, o almeno non come dicono di volerlo realizzare loro: quello che faranno davvero sarà semplicemente... fare altri debiti.

Oppure si tratterà di distribuire un po' di soldi a qualcuno, magari accorpando insieme gli strumenti già esistenti, come ad esempio la Cassa Integrazione, i sussidi erogati a livello territoriale, eccetera, rimpacchettandoli e chiamandoli "Reddito di Cittadinanza". Una banale operazione di quelle che nel marketing – unico ambito di cui il M5s capisca davvero qualcosa – si chiama "re-labelling", ossia mettere una nuova etichetta a qualcosa che c'è già. Non potendo cambiare la realtà, lavorano sulla percezione della realtà.

Tutto qui. Ma quanto basta affinché qualche attivista pentastellato che non capisce niente di Pubblica Amministrazione si senta autorizzato ad urlare su Facebook: "Avete visto, piddioti?! Lo hanno fatto davvero!"

Che poi, se servisse anche soltanto a mettere ordine nel regime di aiuti e sussidi, non sarebbe nemmeno una cosa del tutto inutile.
Ma ciò non toglie che resti soltanto l'ultima trovata con cui l'ennesima, spregiudicata formazione politica ha comprato il voto di molti miei conterranei. E non c'è da meravigliarsi, perché quel voto, in effetti, era in vendita.

Saluti,

(Rio)

lunedì 11 settembre 2017

Il mio 11 Settembre: due ricordi


Salve.

L'11 Settembre 2001 è, come si suol dire, una di quelle date in cui tutti ricordano cosa stessero facendo, al momento dei fatti.
Io ho vissuto quegli eventi in una fase particolare della mia vita, e vorrei riportare qui due mie esperienze.




Il primo è un ricordo che condivido con molti altri amici e colleghi di corso di allora.
Martedì undici Settembre 2001, il giorno dell'attentato, eravamo al nostro secondo giorno all'ISPI di Milano, per il modulo di "Istituzioni internazionali" del Master in Management Pubblico che stavamo frequentando da nove mesi.

La mattinata era andata bene, ma nel corso della lezione pomeridiana, alcuni colleghi del docente continuavano ad entrare in aula ed a sussurrargli qualcosa.
Lui, in modo professionale, continuò la lezione sino a che poté e dopo disse, con aria visibilmente preoccupata: "E adesso andiamo a vedere cosa diavolo sta succedendo a New York."

Nel primo pomeriggio, lasciammo la sede dell'ISPI e alcuni di noi – tra cui anch'io – si fermarono davanti alla vetrina di un negozio di elettrodomestici, a guardare nei televisori accesi, come imbambolati, le scene ripetute mille volte di quei due aerei che si schiantavano contro le Twin Towers. Prima l'uno, poi l'altro. Prima l'uno, poi l'altro.
Con noi, molti passanti e turisti.

Avevo 31 anni, allora, ed una visione molto diversa del mondo. Sino a quel momento, per me, il pericolo per noi veniva dai rigurgiti delle ideologie totalitarie del Novecento, non certo dall'Islam politico!
La vetrina con i televisori era in Galleria Vittorio Emanuele. Quel giorno entrai in galleria con un'idea del mondo e ne uscii con un'altra. Ma soprattutto capii che questa data, l'11 Settembre, per me non sarebbe mai più stata una data come tutte le altre. Mai più.


Il secondo è un ricordo più personale.
Era l'11 Settembre 2002, il primo anniversario della strage, e io mi trovavo in Algeria per lavoro.
Quel pomeriggio uscii prima dalla sede di Dely Ibrahim, un piccolo centro a 15 km da Algeri. Era mercoledì, il weekend era alle porte (il weekend in Algeria è giovedì e venerdì; quindi il mercoledì pomeriggio è un po' come il nostro venerdì pomeriggio) ed era una bella giornata, nemmeno troppo calda.
Per cui, tornato ad Algeri, decisi di scendere da Les Tagarins, il rione in cui era situato l'hotel, sino a Bab el-Oued, quartiere molto più vitale e popolare, a sentire "che si dice in piazza".

Immediatamente, mi ritrovai nei pressi di una folla festante: c'era una sfilata di piccoli motocarri agricoli addobbati a festa, con sopra musicisti che suonavano strumenti tradizionali; dietro di loro, tutte le auto suonavano il clacson, come di solito accade ai matrimoni, nel mondo arabo.
Ed io, infatti, da terrone che non sono altro, proprio a quello pensai: dev'essersi sposato il figlio di qualche boss della mala locale, un personaggio famoso o una cosa così.
Solo, perché tutta quella gente che festeggiava sui marciapiedi? E i venditori di dolcetti per strada? Ce n'erano sempre a Bab el-Oued, ma non mi sembrava di ricordarne così tanti.
Cosa stava succedendo, davvero?

Be', succedeva che – per la prima volta, a quanto pare – il Mondo Islamico stava festeggiando l'anniversario di una "vittoria" sull'Occidente Giudaico-Cristiano, o che cazzo è che saremmo noi per loro.
Per la prima volta, qualcuno, lo Sceicco Osama Bin Laden, ormai elevato al rango di leggenda vivente, era riuscito a farci piangere i nostri, di morti, dopo che molte altre volte "noi" gli avevamo fatto piangere i "loro".
Credo sia inutile descrivere il mio sgomento a quella notizia: ad Algeri si festeggiava per strada la ricorrenza di una carneficina, di un massacro di innocenti.
Per qualche giorno, semplicemente, mi rifiutai di accettarla per vera.
Ma era vera.

Da quel giorno, io smisi di guardare alle masse – tutte; arabe e non arabe, sia chiaro! – con l'atteggiamento ottimista di chi pensa che le istanze del popolo, alla fine, se non giuste, siano almeno sempre ragionevoli. Sino a quel momento, questa era stata la mia versione personale del detto "Vox populi, vox Dei".
Da allora, per me le masse sono solo un gigantesco maglio, una forza d'urto immensa, tanto potente quanto emotiva, irrazionale; uno strumento di distruzione, e mai – dico MAI – di creazione, che chiunque abbia gli strumenti dialettici giusti può controllare e manipolare, asservendolo al raggiungimento dei propri fini personali e privati.

Questa esperienza venne rafforzata dalle reazioni in Occidente: da un lato, la rabbia e sete di vendetta di alcuni e dall'altro la soddisfazione puerile dei totalitaristi, fascisti e comunisti, gli eterni perdenti della Grande Guerra Ideologica del Novecento, che si "consolavano" con le vittorie di un regime teocratico islamico del tutto antitetico ad entrambi i loro modelli culturali ma che – in mancanza di meglio – venivano percepite e festeggiate come vittorie proprie.

Nella vita, a volte, si cresce in modo lento, graduale. Altre volte, invece, si ha la sfortuna di vivere delle esperienze che ci costringono a cambiare il nostro modo di vedere le cose di colpo.
Ecco: per me, l'11 Settembre è stata una di queste esperienze.

Saluti,

(Rio)

martedì 14 febbraio 2017

La classifica dei migliori e dei peggiori film romantici (secondo me) Vol. 1


Salve.

Oggi è San Valentino e siete tutti in giro con le vostre agrodolci metà mentre io, che sono pure sentimentalmente impegnato ed ho un figlio, sono a diverse migliaia di chilometri dalla mia famiglia e mi rompo decisamente i coglioni.
Per vendetta, quindi, mo' vi beccate --non richiesta-- la mia personalissima classifica dei migliori e peggiori film romantici.
Avverto: dentro c'è di tutto, commedie, film strappalacrime, non faccio distinzioni. Basta solo che parlino d'amore o che abbiano i sentimenti di coppia al centro della storia. Per me, un film romantico è quello.
La cosa farà storcere il naso ai cinefili e, per affinità fonetica, anche ai cinofili, ma non è un problema mio. D'altronde, è risaputo che io di cinema non capisco una mazza, quindi...

In questo post, in nessun ordine particolare, ecco i migliori:

  • I Ponti Di Madison County (The Bridges Of Madison County – 1995) • Clint Eastwood e Meryl Streep intrecciano una breve, ma intensa relazione in un paesino dell'Iowa dove non succede mai un cazzo, per cui il loro affair appare credibilissimo. Lui è un fotografo di passaggio, un musone emotivamente chiuso e di poche parole, per cui lei ci casca subito come una cretina, come farebbe qualsiasi donna che si rispetti. Poi, lei si chiama Francesca ed è di Bari, quindi scusatemi, ma io qui giocavo in casa. Perché io sono di Bari; non so se si sente dall'accento con cui scrivo.

  • Paura D'Amare (Frankie And Johnny – 1991) • Michelle Pfeiffer e Al Pacino lavorano in un'anonima tavola calda come se ne vedono a migliaia, in America. Lui, cuoco appena uscito di prigione e lei invece è una cameriera scoglionata di mezz'età. Entrambi ne hanno già passate di tutti i colori, al punto che potrebbero aprire un negozio di vernici lavabili. Il modo in cui "resistono" ciascuno/a all'attrazione per l'altro/a, con mille paure e tentennamenti, per poi inevitabilmente cedere ai reciproci sentimenti è --secondo me-- da incorniciare. Ma, ripeto, io di film ne capisco quasi come di danze bèrbere.

  • Il Principe Delle Maree (The Prince Of Tides – 1991) • Barbra Streisand e Nick Nolte partono più o meno da una relazione psicologo-paziente (la Streisand è la classica psicologa newyorkese affermata, single, con un figlio che non riesce più a gestire, perché il ragazzino ormai si affaccia all'adolescenza e comincia ad avere un forte bisogno di una figura paterna), per poi arrivare ad intrecciare una relazione sentimentale che... Be', non si può dire che 'sti due non si conoscessero a fondo, insomma! No, veramente: è proprio bello 'sto film. Già mi vedo con i baffoni inzuppati di lacrime davanti alla tv quando lei gli fa: "Io lo sapevo. Tu sei di quegli uomini che ritornano, ritornano sempre" (o una cosa del genere, chi si ricorda...! Mai stato di quelli che imparano le battute dei film a memoria; tranne i film con Lino Banfi, va be').

  • L'Amore Ha Due Facce (The Mirror Has Two Faces – 1996) • Sì, va be', lo so: ma daaaaai, questa è una commeeedia, e che c'eeeentra, eccetera. Non rompete e cambiate canale. Sempre zia Barbra Streisand, che per i film d'amore --va detto-- ha occhio, solo stavolta con Jeff Bridges. Lei, professoressa universitaria single ma super-popolare, adorata dai suoi studenti, perché tiene lezioni appassionanti ed appassionate; lui, pure professore universitario ma di analisi matematica, single e socialmente capace come me quando mi hanno fatto girare i coglioni e ho bevuto troppo. Però una persona buona, mite, a modo suo sensibile e, a detta "delle femmine", considerato fisicamente attraente. I due intrecciano una relazione platonica (lui non vuole assolutamente fare sesso) solo che, pian piano lei si arrapa come una caimana e alla fine glielo dice, "a Jeff Bridges", che 'sta cosa del matrimonio bianco è una cazzata immane (credo siano proprio queste le sue parole). Ritmi e dialoghi da commedia, ovviamente, ma il film regge benissimo sino ai titoli di coda.

  • Harry Ti Presento Sally (When Harry Met Sally – 1989) • E non poteva mica mancare questa splendida commedia sentimentale vecchio stile che ci ha fatto conoscere il talento di Billy Crystal e di Meg Ryan! E va be' che tutti sapevano come sarebbe andata a finire alla fine, ma l'intreccio delle loro avventure e disavventure sentimentali, come anche i dialoghi, sono una vera perla; un esempio di cosa vuol dire quando Nora Ephron decide di dare il meglio di sé per una sceneggiatura. Non le hanno mica soltanto dato l'Oscar per questo, no: gliel'hanno proprio fatto recapitare direttamente a casa da Sean Connery e Robert Redford nudi. Era il minimo.

  • Il Dottor Živago (Doctor Zhivago – 1965) • Omar Sharif e Julie Christie --e scusate se è poco-- in una classica produzione kolossal Anni '60 di Carlo Ponti. Sì, perché c'è anche un po' d'Italia in questo film, buon adattamento cinematografico del romanzo di Boris Pasternak. Va be', è il romanzo di Pasternak che è bellissimo: c'è tutto l'intreccio delle vicende sentimentali di questo povero dottore specializzando e della ricca rampolla Lara con gli eventi della Prima Guerra Mondiale e della Rivoluzione d'Ottobre... Però anche la trasposizione cinematografica, secondo me, è credibile, per quanto si possa rendere cinematograficamente un romanzo storico così articolato. Il Dottor Živago è un po' l'emblema dell'amore che resiste a tutte le avversità, persino alle correnti della Storia con la S maiuscola. E sì perché, se non si è capito, gli eventi che accadono intorno a Lara e Jurij non sono mica robetta da trafiletto in terza pagina: sono cazzi novecenteschi di tutto rispetto. Per cui, avete presente "I Promessi Sposi" di Manzoni? Be', ora scordateveli: l'intensità ed il lirismo qui sono di ben altro livello. Altro che Lucia la ragazzotta banale e Renzo nel Paese delle Meraviglie, tra curati pavidi e signorotti arroganti. La tenacia e la pazienza dei protagonisti di questa storia così-russa-che-più-russa-non-si-può è a tratti surreale: i personaggi di Jurij e Lara non sono mica quelli di persone comuni e questa loro storia merita di essere raccontata ed ascoltata. 

Bene. Va da sé che di film belli me ne sarò sicuramente scordati un casino, ma tant'è. La prossima volta, sempre per punizione, vi beccate i film più di merda del pianeta.

Saluti,

(Rio)

sabato 24 ottobre 2015

Cari musicisti, avevano ragione i dj


Salve.

Mi è capitato di ascoltare di recente una discussione sulla rivalità tra dj e musicisti, in cui si ipotizzava --tra le varie cause-- anche una sorta di "invidia incrociata" tra le due figure professionali: i musicisti invidierebbero ai dj la capacità di restare sempre in sintonia con i tempi e con i favori del pubblico, mentre i dj invidierebbero ai musicisti la migliore conoscenza della musica e dei suoi meccanismi.
Sì, va be', amen.

Al di là del fatto che ci sono anche dj e musicisti che vanno d'accordo, come del fatto che esistono buoni "dj-musicisti" e buoni "musicisti-dj", e messa pure da parte l'ovvia considerazione che il mondo è pieno sia di dj che non sanno stare al passo con i tempi, sia di musicisti che non sanno suonare una mazza, io trovo che, nonostante tutto, l'affermazione un fondamento ce l'abbia ancora.

Lo dico nel senso che tra queste due professionalità, una certa rivalità --oggi forse un po' attenuata-- esiste davvero.
Ma in un tempo non lontano, queste due figure contigue del mondo della musica sapevano lavorare bene insieme, quasi in simbiosi; e forse ci si può permettere di ipotizzare che quel clima di armonia stia lentamente tornando, dopo gli attriti anche forti che si sono avuti negli Anni '80 e '90.

Negli Anni '50, '60 e '70, e sino alla metà degli Anni '80, i musicisti avevano il compito di creare ed eseguire musica.
I dj avevano invece il compito di scegliere, nel mare di nuovi dischi prodotti ogni mese, la musica che a loro piaceva o interessava, diffondendola per influenzare i gusti del pubblico e generando le tendenze, le mode, le riscoperte e anche missandola in modo creativo ed intelligente, creando così opere derivate e selezioni di ascolto (quelle che oggi si chiamano playlist).

In un certo senso, i musicisti erano "le fabbriche" che producevano musica, mentre i dj erano il marketing, la pubblicità, i trend-setters e i maître-à-penser del mondo delle tendenze musicali. Il prodotto creativo, una volta nelle loro mani, si fondeva con gli stili di vita della gente.

Era un sodalizio meraviglioso; sino a quando una delle parti non ha cercato di svolgere il lavoro dell'altra.

Per come la vedo io, il capro espiatorio è stato la house music.
Nata a Chicago nei primi Anni '80 (la leggenda vuole che i primi brani proto-house americani risalgano addirittura al 1982), si è affermata in Europa nella seconda metà dello stesso decennio.

Purtroppo, ho l'età per ricordare bene "Nineteen" di Paul Hardcastle, uscito nel 1985, da molti considerato il primo pezzo house a diventare davvero famoso.
Che poi "Nineteen" non è nemmeno house, anche se è senz'altro stato il primo brano a rendere note quelle tecniche di campionamento e processing vocale che da lì a poco diventeranno iper-inflazionate proprio nel nascente movimento house.

Primo brano o no, house o no, "Nineteen" rappresenta senza dubbio uno spartiacque: dopo questo pezzo, la musica di massa non è più stata la stessa e l'atmosfera nelle discoteche è cambiata radicalmente. 
Ma torniamo al punto: che cosa ha interrotto la proficua collaborazione e suscitato l'insorgere della rivalità tra musicisti e dj? Secondo me, ci sono due fattori principali:

1. I musicisti "gnià facevano"
A metà degli Anni '80, i dj ormai consideravano tutte le forme musicali proposte dai musicisti come vecchie o superate, e ritenevano --forse non tanto a torto quanto si vorrebbe credere-- che il loro lavoro di influencer e di trend-setters fosse impossibile, con quella musica. 
In altre parole, da alcuni anni, la gente era un po' stufa della solita roba ed il processo di rinnovamento degli stili musicali e di evoluzione del sound che i musicisti dovevano attuare era diventato semplicemente troppo lento. Così, posto che ormai le tecnologie disponibili lo permettevano, i dj hanno deciso che potevano benissimo fare da soli, dando alla gente ciò che in quel momento --a loro avviso-- la gente voleva davvero. 
Con il senno di poi, da (ex) musicista, non posso non riconoscere che la cosa ha funzionato alla grande. 
L'istantaneo quanto immenso successo della house music (ricordate "Ride On Time" --o "Right On Time", secondo altri-- dei Black Box?) dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che la maggior parte della gente voleva effettivamente solo quello: una musica minimale, molto ritmata, in cui gli stessi riffs e frammenti musicali, sia melodici che armonici, si ripetevano ossessivamente per diversi minuti. 
E se poi le orecchie dei musicisti sanguinavano, peggio per loro. Per un dj che prende seriamente il proprio lavoro, la pista ed il suo mood contano molto di più.

2. I dj hanno "fregato il lavoro" ai musicisti
Come ho accennato prima, io sono un ex musicista. Quando ero adolescente, ho passato --io, come molti altri miei coetanei-- un sacco di tempo a suonare, a fare pratica, a cercare di migliorarmi sul piano tecnico, su quello espressivo e su quello creativo e compositivo. 
Le migliori ore della mia vita, sia chiaro, ma tutto questo aveva uno scopo: quello di diventare un professionista e di ritrovarmi finalmente nelle condizioni di dare forma alla musica del futuro (o almeno ad una piccola parte di essa). Sì, va be', oggi suona supponente, ma io e molti altri lavoravamo per questo fine: dire la nostra. Perché no?

Be', all'improvviso arrivano 'sti scassaminchia con i giradischi (all'epoca era ancora tutto e solo vinile), si mettono a fare una musica di merda --perché la house è una musica di merda, dai-- e in un lampo nel mainstream ci sono solo loro e le loro cagate: tutti i grandi artisti che ci avevano ispirati, la cui musica noi ci esercitavamo ad eseguire, il cui sound volevamo ricreare... Spazzati via. Finiti nell'oblio.
Il dj era ancor più idolo delle masse di prima e noi musicisti eravamo di colpo diventati pura archeologia; modernariato, al massimo.

Non so fino a che punto questo stato di cose si possa cogliere oggi, perché --entro certi limiti-- c'è stata un'ondata di riflusso ed i musicisti (quelli-con-gli-strumenti) sono "tornati".
Ma vi assicuro che a quei tempi, parlo del 1989-1994, andava per la maggiore una musica che noi, con le nostre inutili chitarre elettriche, antiquati bassi elettrici e preistoriche batterie, non potevamo nemmeno davvero suonare: era tutta un tripudio di suoni campionati, una profusione di synth, effetti speciali ed arrangiamenti MIDI, non nati per essere eseguiti "manualmente" con gli strumenti.
Per non parlare del fatto che, anche riuscendo a suonarla con una pletora di tastiere, si trattava pur sempre di ripetere più o meno lo stesso fraseggio per diversi minuti.
Ma vafangu'.

E voi dovete pure vedere le cose dal nostro punto di vista!
Diciamo che c'è uno che si allena duramente a tennis perché sogna un giorno di diventare un professionista e magari, che so, partecipare ad un torneo importante. Secondo voi, che succede se, di punto in bianco, arrivano --per dire-- gli idraulici, prendono una racchetta in mano e, facendo solo finta di giocare, al torneo importante ci vanno loro, mentre il tennista no?
Improvvisamente, il tennista diventa il passato, viene estromesso dagli idraulici, ossia da gente che --in buona sostanza-- non sa giocare a tennis e non ha mai nemmeno provato ad imparare a giocare a tennis.
E mi pare pure abbastanza normale che il tennista s'incazzi.

Detta così, può sembrare una cosa buffa, ma si trattava di un'esperienza del tutto nuova, per la categoria. In passato poteva succedere --ed è successo molte volte-- che musicisti che suonavano un genere "vecchio" venissero scalzati da altri musicisti che proponevano un genere "nuovo"; ma non era mai capitato che ad un musicista il lavoro venisse fregato da uno che quel lavoro nemmeno lo sapeva fare.
Anzi, è pure peggio: tutt'a un tratto, la musica è diventata "altro", rispetto... alla musica.
Perché --sia chiaro-- la house, ed ancora di più la techno, non sono generi musicali: sono esperienze sonore di tipo differente, che con la musica hanno sì a che fare, ma soltanto sino ad un certo punto.

Sentite scuse a tutti
Mi rendo conto di aver espresso un'opinione molto personale, "da vecchio", di essere stato emotivo, poco equilibrato e per nulla obiettivo, e me ne scuso.
A mia parziale discolpa, posso solo dire che ho cominciato dicendo che avevano ragione i dj, che la loro strategia è risultata quella vincente, mentre noi musicisti ci siamo chiusi in un elitismo (ove non etilismo) autoreferenziale che ci ha alienati dal pubblico, o almeno da buona parte di esso.

Più di tanto, essendo un ex musicista, proprio gnià faccio.
Accontentatevi, dai.
E cercate di migliorare i vostri gusti musicali di merda. 

Saluti,

(Rio)

PS. Una precisazione doverosa: mi sono fermato all'incirca al 1994 perché, dopo questa fase iniziale, alcuni dj sono diventati molto creativi ed hanno cominciato a produrre lavori musicali apprezzabili. Non è sbagliato affermare che oggi una parte dell'avanguardia musicale sia rappresentata dalla musica prodotta da alcuni dj. Solo che io, per ragioni anagrafiche, ho vissuto sulla pelle della mia giovinezza più gli Anni '80.

mercoledì 20 novembre 2013

Agnostici contro Atei :-)

Salve.

Da agnostico senza speranza, mi è capitato qualche giorno fa di avere una vivace quanto interessante discussione con un ateo sull'eterno, irrisolvibile tema "Atei contro Agnostici - Chi dei due è davvero razionale?".
Sì, lo so: a volte a me e ad altri piace farci del male. 

Ve la ripropongo qui (sempre che ve ne freghi qualcosa), ma se avete anche un flebile interesse per l'argomento vi suggerirei di leggerla, perché sia il mio "avversario" ateo che il sottoscritto portiamo diversi punti di vista utili al dibattito (o almeno questo è il mio modesto parere).

Ovviamente, essendo la discussione avvenuta sui social network, per alleggerire la lettura, ho cercato di eliminare, unitamente ai nomi, le inevitabili ripetizioni(!), gli accoltellamenti reciproci e qualche puttanata dal sapore epico -- da parte di tutti, sia chiaro -- oltre ad elementi non strettamente attinenti al tema.

Inoltre, ho limitato lo scambio tra me e l'ateo, escludendo il contributo di altri: non per altro, solo per semplificare ed evitare di allungare troppo il post.
Vi ripropongo la discussione senza ulteriori commenti e, per spirito sportivo, lascio anche all'ateo l'ultima parola.
Non chiedetemi di fare di più, per favore.  :-)


«
Ateo: Ho notato recentemente che credenti ed agnostici sono convinti che gli atei credano nell'ateismo, senza capire che essere atei significa appunto rifiutare qualsiasi atto di fede.
Non credere significa non credere: punto.

Agnostico (Rio): Mah... Insomma.
Alla domanda "esiste un qualche Dio?", si può solo rispondere che non ci sono prove, né a favore né contro. Che si ritenga di sì o che si ritenga di no, si compie -- in ogni caso -- un atto di fede.
La sola, vera posizione razionale è quella agnostica.


Ateo: Confermi il mio assunto, proprio non vi riesce di accettare che chi rifiuta di credere in qualcosa di cui non c'e' prova che esista possa non credere che sia possibile che esista.
D'altra parte altrimenti non avrebbe senso l'agnosticismo. E' come se tu mi dicessi: guarda che esistono gli ippopotami rosa! Io: "Hai le prove?" Tu: "No, ma come fai ad essere sicuro che non esista?" E io: "Quando lo vedo ci credo".
Insomma e' questione di metodo: io considero esistente cio' che e' verificabile. Sul resto non sono possibilista, semplicemente per me non esiste fino a prova contraria. Questa e' (vera) razionalita'.

Agnostico (Rio): Più che agli ippopotami rosa, io preferisco pensare al bosone di Higgs.
Esistendo, implica una determinata fisica delle particelle; se non fosse esistito, ci sarebbe stata un'altra fisica delle particelle.
Ma l'idea in sé non è balzana.
Ci sono idee palesemente assurde, come le diverse concezioni del Dio giudaico-cristiano-islamico, ad esempio, che sono chiaramente miti umani.
Ma ci sono concezioni di Dio che invece non sono così ridicole ed assurde e -- pur essendo giustissimo dubitarne -- non credo sia razionale né crederci né negarle a priori.
Bisogna semplicemente sospendere il giudizio, come facevano i Greci.
E' proprio come dici tu: metodo. Il metodo ateistico è comprensibile, umano; ma non razionale, se lo osservi a rigore di logica.


Ateo: Concordo che ci siano versioni metafisiche piu' plausibili di quelle maggioritarie ma ripeto, l'agnosticismo e' piuttosto umano (Pascal che non sceglie perche', chissa', magari non conviene).
L'ateo, non accontentandosi del plausibile, riconosce solo cio' che e' dimostrabile.

Agnostico (Rio): Allora, sulla base di questo metodo, tutti gli scienziati atei non avrebbero dovuto credere nemmeno al bosone di Higgs, visto che per decenni lo si è cercato ma non lo si è mai trovato.
Né in nessuna teoria ancora indimostrata.
Invece, molti credevano che la cosa fosse "plausibile" (lo stesso Higgs è ateo).
Scusa tanto, ma gli unici davvero logici, razionali siamo noi agnostici.
Voi (come i credenti) avete la pretesa di trarre sempre conclusioni finali su tutto.
Be', noi agnostici abbiamo una brutta notizia per voi: non si possono trarre sempre conclusioni su tutto.
Su certe cose, semplicemente, non si può dire nulla perché -- banalmente -- le informazioni al riguardo sono insufficienti.
E quindi, ahimè, ce le dobbiamo tenere così.


Ateo: Lo dico col massimo rispetto, da ex agnostico e, risalendo, da ex credente: non significa trarre conclusioni dire che cio' che non e' mai stato dimostrato non esiste.
Si chiama metodo scientifico razionale. A voi fantasticare.

Agnostico (Rio): No, noi agnostici, banalmente, non traiamo conclusioni per assenza di informazioni sufficienti.
Non si fantastica. Punto.
Siete voi che, come i credenti, pretendete di completare la casa senza avere abbastanza mattoni per farlo e finite il lavoro con... Un salto di fede; cioè, con la fantasia. 

Per noi la casa resta incompleta, perché non si può completarla: tutto qua.
Poi, sia chiaro, il vostro è un atteggiamento pienamente legittimo.
Ma quanto a razionale...


Ateo: Ma di quale casa stai parlando? A me la vostra sembra una speranza affievolita: almeno i credenti si abbandonano alla fantasia, mentre l'agnostico, tra metafisica e scienza, semplicemente non sceglie.
Voglio dire, dio significa un'entita' consapevole e creatrice. O uno ci crede o assomiglia ad una favola. L'agnosticismo e' comodo ma non ha nulla di razionale.
Riguardo al bosone: seguire l'intuizione cercando una dimostrazione scientifica e' un conto, presupporre l'esistenza di dio sapendo comunque che la dimostrazione della sua esistenza e' fuori portata e' un altro.
D'altra parte se si accetta il metodo sperimentale si rimane nell'alveo della razionalita', altrimenti si puo dire quel che si vuole.

Agnostico (Rio): Noi non presupponiamo niente: siamo agnostici. In che cosa rappresenterebbe una "speranza" il fatto di sospendere il giudizio per assenza di elementi, me lo devi spiegare.
Se fosse possibile dimostrare che una qualche Entità consapevole e creatrice NON PUÒ esistere, allora noi agnostici diremmo che Dio non può esistere e saremmo atei.
Ma non è così, perché non si può dimostrare né che c'è, né si può dimostrare che NON c'è.
Per cui, noi agnostici diciamo: "Boh! Non lo sappiamo".
Dov'è la speranza? La fantasia? La favola?
Questo si chiama "attenersi solo ai fatti e NON TRARRE CONCLUSIONI AFFRETTATE fondate su altro (speranze? desideri? ripicche? ideologie?)".
Questo è il metodo scientifico.
Il vostro è il metodo di chi dice "Che puttanata, non ci credo." E' VOSTRA la speranza. Non nostra.
Io non "presuppongo" niente: per questo sono agnostico: perché "a - ghighnosko", cioè "non so".
Sono altri che presuppongono senza prova l'esistenza o la non esistenza di qualcosa.
Non noi agnostici. Noi ci atteniamo strettamente ai fatti, senza MAI, dico MAI deviare da essi.
Noi siamo scientifici, non facciamo "scommesse", né viviamo di "speranze".
I fatti; e basta.


Ateo: Razionale e' dire: cio' di cui non c'e' evidenza scientifica e sperimentale non esiste fino a prova contraria.
L'agnosticismo pretende di non pronunciarsi in un senso e nell'altro, confondendo fisica e metafisica.

Agnostico (Rio): Non mi pare, posto che non formuliamo alcuna ipotesi. Diversamente da voi e dai credenti.

Ateo: E' qui che non ci capiamo. Dire che non credo in cio' che non e' dimostrabile FINO A PROVA CONTRARIA (misurabile e verificabile) non implica alcuna ipotesi.
Sono gli agnostici secondo me che si lasciano suggestionare dalla cultura (da non sottovalutare) dei credenti.
Se esistono infiniti mondi paralleli puo' esistere dio, gli elfi e lo scoiattolo della Milka, per quanto mi riguarda.
Fatto sta che, per quanto e' concesso verificare, nessuno dei tre esiste.

Agnostico (Rio): Se hai una "prova" (contraria o a favore) non devi "credere" in niente. Lo sai e basta.
Sino ad allora, non pronunciarsi su ciò che non è possibile dimostrare né è possibile negare è l'unico atteggiamento logico.
Non completare il quadro! Lascia che i fatti lo completino: sino ad allora, fermati. Sospendi il giudizio, se no anche la tua è fede.
Siete voi atei che odiate talmente tanto la cultura dei credenti da negarla, combatterla.
Noi ci limitiamo a dire "Boh... Non si può dire nulla al riguardo."
Quale "suggestione culturale" ci vedi in uno che dice soltanto "non lo so"?


Ateo: Quindi rifiutate il metodo empirico scientifico, dal momento che secondo quello, razionale per definizione, un fenomeno o e' provato o non esiste.
Provatelo e cambiero' idea, ma dire boh significa riconoscere una valenza alla metafisica che va oltre la razionalita'.
Nulla di male, ma bisogna chiarire.

Agnostico (Rio): Lasciando da parte gli elfi o gli scoiattoli della Milka, che sono creazioni umane, come il Dio di tutti i Testi Sacri, ricordo che qui si parla della possibilità o meno di un qualche Creatore, che non abbia le ridicole caratteristiche antropomorfe di tutti i miti umani.

E questo non si può escludere.
E' chiaro che l'onere della prova spetta a chi afferma, per cui il credente che dice "DIO ESISTE!" poi dovrebbe anche preoccuparsi di dimostrarcelo, invece che solo di urlarlo.
Ma non si può escludere -- diversamente dagli elfi, che derivano da miti umani ed hanno caratteristiche umane.
Ci sono argomenti su cui non si possono trarre conclusioni finali, per mancanza di elementi a favore o a discapito.
Bisogna avere l'umiltà di fermarsi e di non voler per forza completare il quadro solo perché ci piace così.
Come agnostico, io non lo so se mi piace granché l'idea che ci sia un Dio; probabilmente, preferisco che no ci sia. Ma non posso escludere né affermare una mazza. Perché non-lo-so.


Ateo: Ma l'ateo non esclude nulla a priori, pero' considera inesistente cio' che non e' verificabile.
Chi non e' ateo non lo capisce e pensa che noi vogliamo che dio non esista.

Agnostico (Rio): No, sei tu che pensi che noi agnostici vorremmo che Dio esista!
Noi non vogliamo niente: non-lo-sappiamo. 
Abbiate una buona volta l'onestà e l'umiltà di ammettere che non lo sapete nemmeno voi.


Ateo: Io non so nemmeno se esistano universi paralleli e quant'altro...
Cosa fa pensare a voi agnostici che dio sia una questione diversa da tutto il resto?
Come diceva padre Pizarro, esistono universi paralleli, il tempo e' relativo ecc ecc e qualcuno, per dare un senso al tutto, va a complicare la cosa con dio.

Agnostico (Rio): Lo vedi che sugli universi paralleli (qualsiasi cosa siano) tu sei agnostico?
E cazzo, mi sei agnostico su certe idiozie e invece, su un concetto chiave come Dio, mi trai conclusioni senza sapere?


Ateo: Non sono agnostico nemmeno sugli universi paralleli. Dico solo che, come serve una prova per dire che esistono quelli, serve una prova per dire che dio esiste.
Il resto son chiacchiere e fantasie. Per me poi son tutte puttanate, allo stato dell'arte.

Agnostico (Rio): Infatti, non essendoci tale prova (né positiva, né negativa), non si sa. 

Tu credi che dire che una teoria non è dimostrata equivalga a dire che sicuramente non è vera.
Le due cose sono diverse.
La teoria delle "super-stringhe" o quella "dell'universo a bolle" non è provata, ma questo non vuol dire che è necessariamente falsa. Falso e indimostrato sono cose diverse.
Il metodo scientifico è proprio questo: dire che la "teoria dell'universo a bolle" è indimostrata e che, quindi, è soltanto una delle tante teorie in circolazione, su cui non si può dire ancora niente.
Dire che SICURAMENTE NON esiste un "universo a bolle" è come dire che sicuramente esiste: un salto di fede.


Ateo: Sì, te lo stavo per scrivere io, ma li'(per quanto poco ne capisca) ci sono basi scientifiche (ancora da dimostrare), dio non ha il benche' minimo straccio di attinenza con la scienza e la realta'.
Chissa', magari un giorno...
Se poi vogliamo credere al disegno intelligente, ma le enormi contraddizioni di quella teoria sono ampiamente dimostrate.
Dio non ha alcuna evidenza scientifica, non e' plausibile e nemmeno logico. lasciare la possibilita' che esista e' gia' atto di fede.

Agnostico (Rio): Lasciamo stare il disegno intelligente, che è una cazzata umana dei creazionisti che semplicemente non capiscono l'evoluzione darwiniana. 

Quanto all'universo a bolle, sono solo teorie, e anche abbastanza avveniristiche.
Bisogna vedere se le basi sono davvero "scientifiche" come alcuni suppongono, oppure no.
E non sarà affatto facile dimostrarle anche, posto che non ci sono esperimenti in grado di provare che il nostro universo è in una bolla generata da un altro universo!
In teoria, un ateo dovrebbe dire "Non è vero!". Invece alcuni scienziati atei dicono che è possibile; indimostrato (forse indimostrabile?), sicuramente non certo, ma possibile.
Ecco: questo è l'agnosticismo.
Poi, che il concetto di Dio "non sia né possa essere logico", da agnostico, mi piacerebbe tanto che me lo spiegassi.


Ateo: Per la teoria dell'universo a bolle mi manca la competenza per disquisire nel merito: dico solo che, a quanto ne so, ci sono elementi su cui lavorare.
Per quanto riguarda la mia affermazione e' molto semplice: dio, pur non antropomorfo, ha senso solo se onnipotente ed onnisciente, ma l'esperienza ci dice che non ha senso che esista un essere simile.
Infatti i credenti si sono inventati il mistero della fede.

Agnostico (Rio): Ma i credenti lasciali stare...
Hanno i loro problemi a far quadrare il loro bel Dio antropomorfo che "si adira" e "vuol essere adorato" con il concetto filosofico di Dio: non li invidio affatto.
Poi, perché "non ha senso" che esista un Creatore onnisciente ed onnipotente non mi è chiaro. Guarda che "Creatore onnisciente ed onnipotente" non implica affatto che intervenga nelle vicende umane!
Ma proprio per niente.
Che l'esperienza ti dica che non l'hai mai visto nella tua esperienza quotidiana, be', io non ho mai visto un universo a bolle: qualcuno suppone che ci siamo dentro, ma è solo una supposizione.
Altri, molti di più, sostengono che prima del Big Bang il tempo non esisteva e che chiedersi cosa ci fosse prima del Big Bang non abbai senso. Ti sembra forse un concetto che trova un qualche riscontro nell'esperienza quotidiana?


Ateo: Ma infatti, ti ripeto: se dico che non credo, significa che non faccio atto di fede, non che, se un domani avessi l'evidenza del contrario, la rifiuterei per principio.
Piuttosto che io agnostico, mi sa che sei tu ad essere ateo.
Perche' secondo me l'esperienza suggerisce che non esista un essere onnipotente ed onnisciente? non perche' i bambini muoiono, so,o perche' non mi pare necessario o utile.
Per il tempo che non esisteva: si', da ignorante capisco perfettamente che senza moto non esista il tempo, non avrebbe senso.

Agnostico (Rio): Ecco l'inghippo: il rasoio di Occam. Per te, ciò che non è necessario e/o utile non è vero. Io ti dico che su un concetto come Dio, invece, la mente umana deve avere l'umiltà di ammettere l'ipotesi che -- forse -- potrebbe non essere in grado di capire se Dio è necessario all'universo.

 
Ateo: Chiedilo all'universo, a me basta quello.

Agnostico (Rio): Ci ho provato, ma non mi risponde. E quindi io-non-lo-so. E quindi io-sono-agnostico.

Ateo: Ecco che la differenza si fa sottile: io non sto nemmeno a chiederglielo.

Agnostico (Rio): ... Perché tu "ti butti in avanti", lanci il cuore oltre l'ostacolo, come fanno anche i credenti.

Ateo: Non c'e'. Punto.

Agnostico (Rio): Non "punto": AMEN. Si addice di più a chi ha appena affermato cose non dimostrate.

Ateo: Ma e' sbagliato pensare che un ateo sia sicuro di non sbagliare, non siamo come i credenti.
Si fa solo un calcolo di probabilita', con i dati disponibili e si riconosce cio' che e' riconoscibile: noi non ci inventiamo niente.

Agnostico (Rio): Sì, invece: voi vi inventate CHE SICURAMENTE NON È VERO.
Siamo noi agnostici che non ci inventiamo davvero niente, perché diciamo "boh".


Ateo: Dite "boh" di fronte ad un'ipotesi astratta, dunque non applicate il metodo empirico razionale. Liberissimi.

Agnostico (Rio): E voi atei non applicate il metodo scientifico, invece, perché vi lasciate affascinare dall'idea che Dio non esiste, perché questo vi dà più libertà.
Il che è vero. Ma purtroppo è indimostrato (forse anche indimostrabile?).


Ateo: Intendiamoci: lo scienziato di fronte ad un'ipotesi fa i suoi tentativi, ma per la scienza esiste solo cio' che e' dimostrato.

Agnostico (Rio): Sì. Ma poi per la scienza ci sono anche teorie ancora indimostrate (né sconfessate). Teorie che sono non dimostrate, certo, ma mica sono necessariamente false o errate. Sono soltanto indimostrate.

Ateo: Ma io non posso e non devo dimostrare l'inesistenza di un qualcosa!

Agnostico (Rio): Invece sì. Se dimostrare l'esistenza di Dio è il compito dei credenti, il vostro compito è dimostrarne la non esistenza.

Noi agnostici staremo a guardavi tutti e due.
Sarete bellissimi, visti da qui.


Ateo: Ma voi siete i piu' buffi, tra le fantasie degli uni ed i possibilismi di voialtri su di un qualcosa che non ha mai, dico MAI dato alcuna manifestazione tangibile, siete proprio voi i piu' creativi.
Riuscite a prendere in considerazione l'inesistente, facendo salvo il vostro vivere nella modernita'.
Per voi, Dio non e' morto: e' andato in vacanza...

Agnostico (Rio): Cosa c'è di fideistico, di buffo o di fantasioso nel dire "non posso rispondere perché non ho elementi"?
Voi non sapete niente, ragazzi. 
E' tutto soltanto nella vostra testa: come per i credenti.
Siate logici, per una volta.


Ateo: Ma devi fare un passo indietro. Tu prendi istintivamente in considerazione l'esistenza di dio per cultura; ma se nessuno ti avesse mai parlato di dio, in qualunque modo, non avresti mai elementi per prenderne in considerazione logicamente l'esistenza.
E' solo un fattore culturale lo stesso porsi il problema.
 

Agnostico (Rio): Due cose: 
1) Di speranza non viviamo affatto tutti: vivono solo atei e credenti. L'agnostico accetta di restare inesorabilmente nell'incertezza; il che, ben lungi da quello che credono alcuni atei, non è affatto una posizione "comoda" né "di comodo". E' un'immensa rottura di balle, altro che.

2) L'incertezza non è alimentata dalla speranza di qualcosa, tipo che Dio esista: è dettata dalla incapacità da parte dell'agnostico di avere qualsivoglia tipo di fede, di discostarsi dai fatti anche solo per un instante.  
L'ateo qui dice che l'agnostico prende in considerazione l'esistenza di Dio per un fattore culturale, e che se nessuno ci avesse mai parlato di Dio, oggi nemmeno ci porremmo il problema. Altri atei dicono addirittura che la mente umana, per come è strutturata, è "portata" ad inventarsi il concetto di Dio, perché la mente umana esige risposte. 
Secondo me, invece, è proprio questo il problema degli atei e dei credenti. 
L'ateo e il credente, molto umanamente, dinanzi al punto interrogativo, lo rigettano e puntano i piedi. Dicono: "Noi non possiamo accettare! Noi pretendiamo una risposta!". Perciò chiudono gli occhi, fanno un bel salto e se ne danno una. Problema risolto.
L'agnostico purtroppo, non sapendo "saltare", cosa di cui è del tutto incapace, deve accontentarsi di contemplare il punto interrogativo. Sfido chiunque a dire che è "facile" o che è "comodo": è contrario alla natura umana, invece.
Ateo: E' anche vero che le discordanze di cui sopra attengono piu' alle definizioni che al merito, ma gli agnostici proprio non riescono a capire che un ateo non crede che dio non esiste, semplicemente non vede alcun elemento che ne postuli l'esistenza.

Agnostico (Rio): E gli atei non capiscono che gli agnostici non vedono alcun elemento che postuli l'esistenza di Dio né vedono alcun elemento che ne postuli la NON esistenza.
Non-c'è-niente.
Non si può-dire-niente.
Tutti e due, atei e credenti, non concepiscono la possibilità che uno si tenga semplicemente il dubbio.
Se un ateo mi dicesse: "Io non credo all'esistenza di un Dio, ma non lo posso dimostrare", io considererei la sua posizione pienamente accettabile.
Se un credente mi dicesse "io credo all'esistenza di Dio, ma non lo posso dimostrare", io considererei anche la sua posizione pienamente accettabile.
E' che tutti e due pretendano di sapere, non semplicemente di credere, che mi fa sorridere.
Come fate a saperlo? Ce lo spiegate, per favore?
Perché noi agnostici non riusciamo a saperlo. Possiamo solo fare congetture.


Ateo: Il fatto e' che voi, senza rendervene conto, fate un'eccezione solo per dio, quando sapete bene che non ha alcun senso dimostrare l'inesistenza di un fenomeno non sostenuto da alcun elemento a sostegno della sua esistenza.
Si finisce per poter dire qualsiasi cosa. L'eccezione che fate per dio deriva da fattori culturali e, qualche volta, anche sentimentali, nulla che attenga alla razionalita'.
E' un'invenzione culturale dell'uomo, che anela ad una protezione superiore e ad un senso trascendente la sua condizione, appunto. Nessun elemento di fatto ne suggerisce, invece, l'esistenza.

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Saluti,

(Rio)