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venerdì 9 dicembre 2016

Due parole sul nuovo programma politico del M5S


Salve.

In passato, mi sono già diverse volte occupato del programma politico del MoVimento Cinquestelle: ho analizzato il primo programma, concentrandomi successivamente sul "pezzo forte", il fantomatico Reddito di Cittadinanza e sulle sue ancor più fantomatiche coperture

Va da sé che negli anni il M5S ha più volte cambiato tutto ciò che ho elencato sopra, senza mai alcun preavviso, in perfetto stile paraculo 2.0. Questo rende il lavoro di analisi improbo e, sostanzialmente, inutile. 
Ma i recenti accadimenti politici degli ultimi giorni, che rendono molto concreta la possibilità di un primo governo a guida Cinquestelle, e le ancor più recenti dichiarazioni del presunto candidato premier Luigi Di Maio, e del pasionario del movimento Alessandro Di Battista, oltre a registrare l'ennesima, disinvolta giravolta programmatica, impongono una rilettura dei suoi contenuti, sia vecchi che nuovi. 

Procedendo con ordine e tralasciando le menate tipo "per lo sviluppo, puntiamo sull'enograstronomia, il nostro petrolio", l'ultima versione del programma del MoVimento appare imperniata intorno ai seguenti punti: 

1. L'uscita dall'euro 
Non starò a tediarvi con tutta la menata del "NO all'Europa!" originariamente sul blog di Grillo, con tanto di alleanza con i movimenti anti-europeisti, che poi, nella primavera 2016, è diventato "Noi non abbiamo mai detto NO all'Europa!" e adesso si è di nuovo trasformato in "Il MoVimento non è anti-europeista e vuole l'Italia in Europa!"... 
Sta di fatto che --almeno oggi a quest'ora-- vogliono uscire dall'Euro "per restituire la sovranità monetaria al Paese". La cosa, comunque, sarebbe preceduta da un referendum consultivo, che era previsto nella riforma costituzionale appena bocciata (soprattutto grazie a loro), ma che non c'è in questa, di Costituzione. Invece, in questa Costituzione c'è scritto che sui trattati internazionali non si possono tenere referendum.
Allora, le cose sono due: 
  1. o i grillini cambiano la Costituzione, ma poi devono tenere un referendum confermativo, come ha fatto Renzi; e, se passa, fanno il referendum consultivo sull'uscita dall'euro; se passa pure questo, alla fine l'Italia esce dall'euro.
  2. oppure fanno uscire l'Italia dall'euro tout-court, senza consultare il popolo, tanto sono abituati. Magari, fanno un bel voto on-line sul blog di Grillo, la cui organizzazione e gestione sono affidate agli amministratori di database ed ai web-master della Casaleggio & Associati. Loro sanno bene cosa fare. E tanti saluti alla democrazia.
In ogni caso, non appena il sottoscritto --e con me diversi milioni di Italiani, credo-- dovesse subodorare che 'sta cosa dell'uscita dall'euro si fa per davvero, nessuna banca italiana vedrà più i miei risparmi. Verranno tutti prontamente spostati sul mio conto in sterline in Gran Bretagna. Essere un emigrante qualche vantaggio ce l'ha.
Il conto italiano lo chiudo. O lo lascio lì con su un euro simbolico, per un caffè a Di Battista che, con 9mila euro al mese, dice di guadagnare poco, bontà sua. Magari ci si fa una "spremuta di umanità" al bar.

Comunque sia, una massiccia fuga di capitali, italiani e stranieri, è garantita. 
E le banche, allora, che cosa fanno? Dove trovano i soldi da prestare, se quelli dei risparmiatori sono andati all'estero? Come guadagnano? Cosa succede?
Be', succede il solito. Cosa credete, che gli slogan cambino niente? 
I tassi di interesse vanno su e i criteri di approvazione dei prestiti pure.
Pochi soldi, che si danno solo ai più sicuri tra i sicuri. E a tassi più alti.
Si chiama "stretta creditizia", ed è il capitolo primo della tanto auspicata sudamericanizzazione dell'Italia. Così, i grillini --dopo aver parlato tanto a lungo delle meraviglie delle economie di paesi come Venezuela e Argentina-- potranno almeno sperimentare cosa vuol dire trovarcisi a vivere per davvero. 
Dovessero anche provare ad imporre il blocco dei capitali, come dei comunisti disperati, non cambierebbe molto. In Grecia, dove Tsipras ha fatto proprio questo, la cosa ha funzionato malissimo: sono riusciti a fermare, in parte, solo i capitali dei dipendenti pubblici. 

2. Rendere di nuovo pubblica la Banca d'Italia
Nella composizione dei partecipanti al capitale di Bankitalia compaiono anche nomi di banche ed assicurazioni "private", in particolare di due: Intesa Sanpaolo S.p.A. e UniCredit S.p.A. Ma hanno quote consistenti anche Generali Italia S.p.A. ed alcune Casse di Risparmio.  
La legge del 2005 (mai attuata), che prevedeva il trasferimento allo Stato della proprietà della Banca d’Italia, è stata cestinata, per consentire al Tesoro di incassare un gettito immediato (di circa 1,2 - 1,5 miliardi) tassando la plusvalenza realizzata dalle banche sulle loro quote nella banca centrale. 
Tralasciamo, per brevità, tutto il discorso sulle Fondazioni bancarie a cui tali soggetti "privati" fanno capo, e che ne fa più un feudo politico appannaggio di questo o quel partito (o corrente di partito) che una società davvero "privata". Tuttavia, anche se --da quando c'è la BCE-- il ruolo delle banche centrali nazionali è sicuramente meno critico di prima, una Banca d'Italia con una composizione del capitale fatta così non è accettabile. Il controllato non può avere delle quote, specie se consistenti, del controllore e poco importa se possa davvero farle valere oppure no: un ente che svolge una funzione di pubblico controllo dev'essere interamente pubblico.
La domanda da porsi, quindi, è: OK, va fatto. Ma perché nazionalizzarla in tempo di crisi, incorrendo nei costi notevoli di questa operazione? Non sarà mica perché Di Maio & soci vogliono portare la Banca d'Italia sotto controllo politico, vero? 
No, perché una delle ragioni d'essere di Bankitalia è proprio la sua completa autonomia dal governo (vera o presunta che sia, ma questo è un altro discorso). Se l'obiettivo è quello, la cosa è davvero fuori discussione. Senza completa autonomia dal potere politico, il ruolo di una banca centrale è praticamente inutile: se si esce dall'euro, infatti, chi vigila sulla valuta nazionale, rifiutandosi di stampare cartamoneta a comando sulla base delle esigenze politiche? Chi vigila in maniera indipendente sul mantenimento del valore della valuta nazionale, evitandone la svalutazione per i capricci della politica?

3. Il Reddito di Cittadinanza
Sul RdC ho parlato già ampiamente più volte, per cui davvero rischio di ripetermi: leggete quegli articoli, se volete capirne di più.
E comunque, basta con 'sta balla, dài! Tanto non ci sono i soldi. O almeno, non ci sono per farlo come vorrebbero loro. Possono giusto dare una ritinteggiata alla Cassa Integrazione e chiamarla Reddito di Cittadinanza o "Fondo Dibba" o come pare a loro. Un rebranding, si dice nel gergo del marketing: prendi una cosa che c'è già e le dai un nome nuovo. Et voilà.
Le loro fonti di copertura sono ridicole, le modalità attuative sono al limite del fantascientifico. Leggete i link.
Capisco che, in un Paese in crisi nera, l'argomento "tiri", ma non si può prima prendere per i fondelli la gente come fanno tutti gli altri partiti, speculando sulla disperazione, e poi avere pure la faccia tosta di dirsi "diversi" e "migliori" degli altri.
E poi, che almeno chiamino le cose con il loro nome: sussidio. Questa cosa si chiama sussidio! "Benefit", la chiamano qua in Inghilterra, se vogliono fare gli esterofili.

4. Audit e Ristrutturazione del debito
E niente, non se ne può più. Anche su questo argomento ho scritto già molto ma, in breve, la cosa si sostanzia in una decisione politica di quali debiti siano "legittimi" e quali invece no. Immaginate di lasciare ad un debitore la facoltà di decidere quanta parte di un debito sia dovuta al creditore e quanta non sia invece da pagare.
La finalità ultima, va da sé, è la cosiddetta ristrutturazione del debito pubblico. Di che si tratta?
In pratica, lo Stato Italiano dichiara bancarotta e quindi si dice nell'impossibilità di ripagare il debito pubblico accumulato, se non in piccola parte. Di conseguenza, chiede la cancellazione di parte del debito ai suoi creditori interni ed esteri: come dire, che se prima ti dovevo "100", facciamo che da oggi ti devo solo, che so, "40". 
Se fosse così facile, secondo voi, com'è che non lo fanno tutti? 
Prima ti indebiti e poi ristrutturi, no? Fantastico. 
Be', no. E le ragioni sono, sostanzialmente, due:
  1. Effetto di breve periodo: appena si capisce che potresti ristrutturare, nessuno vuole più i tuoi titoli. E grazie al cazzo, scusate il francesismo: se voi aveste, che so, delle azioni che potrebbero presto valere zero, cosa fareste? Cerchereste di venderle e di sicuro non ne vorreste comprare delle altre. La conseguenza di questo è che i rendimenti del titolo salgono, perché nessuno vuole un titolo a rischio, se rende anche poco. I rendimenti, visti dall'altra parte, sono gli interessi che lo Stato italiano paga su quei titoli, che aumenterebbero come una valanga. Un colpo di genio.
  2. Ma c'è un effetto di medio-lungo periodo che è anche peggiore: chi ristruttura diventa un "cattivo pagatore". E dopo chi li vuole, i titoli del debito di uno che non paga? O di uno che all'inizio paga e poi, di punto in bianco, elegge un comico qualsiasi e decide che ti deve meno della metà di prima? Se sei un cattivo pagatore, i mercati ti dicono: vuoi altri soldi a prestito? Allora paga più interessi, per compensarmi del rischio che tu stesso hai creato, con il tuo dissennato comportamento. Da quel momento e chissà per quanto, per il Paese che ha ristrutturato il debito sarà più difficile approvvigionarsi sul mercato di capitali e, di sicuro, i vecchi tassi, bassi e ragionevoli, se li può scordare per decenni. Chiedete agli Argentini ed agli Islandesi com'è andata a finire davvero, al di là della propaganda sulla fantomatica "rivoluzione silenziosa" che ha infestato e tenuto banco sul web per mesi. Se volete, trovate tre miei approfondimenti (qui, qui e qui).

5. Riduzione della tassazione delle micro-imprese, l'ossatura del tessuto produttivo italiano
In teoria, verrebbe da dire che sarebbe ora. Ma bisogna pure dire come compensiamo lo squilibrio che si viene a creare nei conti pubblici. Perché va bene togliere l'IRAP alle micro-imprese, ma la mastodontica spesa pubblica italiana, un moloch mostruoso come pochi al mondo, allora come la paghi? Con i biglietti per assistere alle giornaliere gaffes in italiano di Paola Taverna? 
I Cinquestelle questo non lo dicono, perché una vecchissima legge non scritta della politica italiana recita: "Mai, ma proprio MAI dire dove tagli la spesa, perché i destinatari di quella spesa s'incazzano, votano da un'altra parte e ti fanno pure la guerra".
Dio, o chi per lui, non voglia che questi qua si sono messi in testa di uscire dall'euro per poter stampare cartamoneta nostrana, la Lira Peppiana la chiamiamo, e con quella pagare la spesa pubblica! 
Che poi, per inciso, l'idea che una banconota valga di per sé, per la carta filigrana da cui è fatta, ma da dove viene? Dai meandri di internet o dall'opinione autorevolissima di qualche studente universitario bocciato all'esame di economia politica?
Una banconota rappresenta un pezzo del prodotto interno lordo, della ricchezza del Paese emittente. Per questo non se ne può stampare quanta cazzo se ne vuole: perché la ricchezza che c'è dietro e che "garantisce" il valore della banconota sempre quella è. 
Altrimenti, basterebbe fotocopiarla, no?

Se la BCE stampa una moneta da 10 euro, vuol dire che "dietro" c'è un pezzo di ricchezza dei Paesi dell'Unione che viene stimato in circa 10 euro. Il valore reale è vicino a quello nominale. Se la BCE ne stampasse il doppio, ogni banconota varrebbe, di fatto, la metà. E' vero che ci sono provvedimenti come il quantitative easing, ma si stratta di misure temporanee, garantite da riserve di valuta, la cui implementazione --proprio per evitare tensioni-- viene ponderata attentamente ed implementata con molta, molta cautela. E solo per il tempo strettamente necessario, resistendo alle pressioni politiche.

Ma diciamo che il governo Di Maio invece ci fa tornare alla Lira Peppiana, divisa in cento Dibba, e che impone alla Banca d'Italia, finalmente ripubblicizzata, di stamparne un bel po' per compensare i tagli delle entrate fiscali.
Nel giro di pochi mesi dallo scollamento tra valore nominale e valore reale della nuova divisa italiana, il valore della Lira Peppiana crollerebbe e si genererebbe una spirale inflattiva violenta. La gente inizierebbe a pretendere di esser pagata con valute stabili, cioè che oggi valgono all'incirca quanto valevano sei mesi fa e quanto varranno tra sei mesi; ad esempio... l'euro.
E' il mercato nero delle valute; come nei Paesi comunisti prima della caduta del muro di Berlino, quando i Paesi del blocco socialista pretendevano di decidere loro il tasso di cambio delle loro valute sgangherate, rispetto al dollaro o al macro tedesco. Il mercato, che poi è espressione del famoso "Paese reale", se ne frega di certe decisioni a tavolino.

Senza contare quello che accadrebbe con i fornitori esteri: e chi, nel mondo, vuol essere pagato con le fotocopie dei soldi? Tutti pretenderebbero euro o valute con un valore reale vicino a quello nominale. Soldi veri, insomma.
Ma a questi qua, la catastrofica svalutazione giornaliera delle valute dei Paesi dell'Africa nera non ha insegnato niente? 

Saluti,

(Rio)

lunedì 5 dicembre 2016

Ha vinto il NO. E adesso?


Salve.

Il popolo italiano, con coerenza, senza mai deludere né smentirsi, continua a fare una cazzata dopo l'altra e butta all'aria forse l'ultima possibilità di evitarci la catastrofe di un governo dei Cinquestelle.

Ma non è questo il punto.
Perché la riforma costituzionale appena bocciata --per quanto tutt'altro che esente da difetti-- rappresentava il solo tentativo vero in quasi 70 anni di superare il bicameralismo perfetto; e, abbinata all'Italicum, una legge elettorale davvero maggioritaria che forse adesso verrà abrogata (o forse no), rischiava seriamente di trasformare l'Italia in un Paese normale, in cui ci sono elezioni, uno vince e governa per cinque anni senza doversi sobbarcare i ricatti da parte di partitini e correntine che gli servono per ottenere la maggioranza e, allo scadere del mandato, se ha governato male, c'è un meccanismo elettorale per cui bastano pochi voti per ribaltare completamente un assetto politico, mandando a casa il vecchio governo e mettendo al suo posto un partito dell'opposizione, secondo le regole dell'alternanza. 

Ma non solo! Ci saremmo evitati il solito ping-pong tra le due Camere, evitando di annacquare e di peggiorare (sì, peggiorare) l'impatto delle leggi e delle riforme, oltre che abbreviandone l'iter di approvazione. Se non credete a quel che dico, procuratevi qualche prima o seconda bozza delle leggi in discussione, prima degli emendamenti e guardate come, stesura dopo stesura, la montagna immancabilmente partorisca il topolino. Ecco: noi potevamo evitarci tutto questo o, quantomeno, ridurlo in maniera consistente.
E invece NO. Siamo diventati tutti, improvvisamente, strenui difensori della Carta dei Padri Costituenti. Nientedimeno.
"Perché la Costituzione antifascista è fatta proprio per evitare che si concentri troppo potere in poche mani!"...
E già. Per cui, se al Paese servono riforme importanti ma non si riesce a decidere niente di essenziale, perché abbiamo l'iter parlamentare ridotto ad un'assemblea di condominio, be', pazienza.

Poi, sì, c'è tutta la faccenda degli under 35 che (giustamente) delusi dalle politiche di Renzi, lo hanno voluto punire votando NO. Le loro ragioni erano sacrosante, per quanto del tutto scollegate dall'oggetto referendario; ma si sa, la rabbia è rabbia. Anche Renzi paga la mancanza di coraggio, si potrebbe dire: pure lui, come i suoi predecessori, per non perdere i voti dei vecchi, i veri padroni d'Italia, ha fatto davvero troppo poco per i giovani e loro lo hanno bastonato.
Sì, tutto vero.
Ma con questa riforma approvata, forse Renzi avrebbe potuto fare di più.
E non solo lui; chiunque si fosse ritrovato a governare il Paese, avrebbe avuto --finalmente!-- gli strumenti per poter fare di più.
Davvero gli under 35 sono così disperati da illudersi che una cricca di miracolati senza arte né parte e raccattati dalla strada --gente telepilotata da una piccola società di web marketing che sinora ha più volte dato prova di non avere le benché minime basi giuridiche, economiche e lasciamo stare le idee politiche "da ambulanza"-- potrà fare di meglio, nell'alveo di una Costituzione progettata proprio per evitare grandi cambiamenti?

Va bene, mi sono sfogato. Ma la domanda vera è: E ADESSO CHE SI FA? 
Renzi, chiaramente, si è fatto da parte, dopo un discorso di dimissioni --bisogna dargliene atto-- degno di un politico di razza: una roba che in Italia non s'era davvero mai vista.

Per cui, al momento, esistono varie ipotesi sul tappeto, ma sia chiaro che gli scenari possibili sono molti di più. Questi sono solo, a mio parere, i due esiti più probabili:

1. Governo Tecnico / di Scopo. Sì. Un altro. Ma per fare cosa? Probabilmente, per abrogare l'Italicum. Del resto, eleggere la Camera con l'Italicum, che è una legge maggioritaria, e il Senato con il Mattarellum (visto che il Porcellum è stato dichiarato incostituzionale) vorrebbe dire probabilmente un Parlamento ingovernabile. Oppure il governo tecnico servirebbe per approvare una nuova legge elettorale per entrambe le Camere. Ma chi sosterrebbe 'sto governo tecnico? Una parte del PD e il Centrodestra (o quel che ne rimane). I Cinquestelle, non credo. Perché sporcarsi le mani e rivelarsi degli inetti incapaci prima di quando non sia strettamente necessario? Probabilmente, se si cambiasse la legge elettorale in senso proporzionale per entrambe le Camere, si creerebbe un consenso più ampio intorno a questo ipotetico governo tecnico. E si sa: tutti i miracolati che sperano di assicurarsi un posto di parlamentare il più a lungo possibile, magari con una nuova legge elettorale più "inclusiva" (perché "proporzionale" si legge "inclusiva", sappiatelo), avrebbero tutto l'interesse a prolungare questa agonia istituzionale.

2. Si vota subito. A me non dispiacerebbe, ma non credo che il Centrodestra ed il PD vogliano farlo: sono tutti affetti da problemi interni più o meno recenti e vorranno prima riorganizzarsi. Dovesse succedere, possono accadere due cose: la più probabile è che il M5S diventi primo partito in Italia. Ma se non raggiungono la maggioranza assoluta, hanno un problema serio: gli tocca fare alleanze con qualcuno. Non esattamente la specialità della casa. Su questo problema potrebbero impaludarsi in modo anche definitivo.
Lo scenario meno probabile sarebbe che, per una cazzo di volta in vita mia, il popolo italiano mi sorprendesse in meglio e votasse per Renzi: tipo, quasi tutto il fronte del SÌ vota per Renzi, mentre il fronte del NO vota secondo le proprie scuderie di appartenenza e, di conseguenza, si frammenta.
Più un sogno che una probabilità concreta, certo.
Se gli Italiani sono davvero minchioni come credo io, e oramai dispongo di una casistica sufficientemente ampia per confermarlo, voteranno in massa Cinquestelle, illudendosi --forse per disperazione-- che lanciare slogan populisti e proclami general-generici sia la stessa cosa che governare davvero un Paese.

Una cosa è certa: a settembre 2017 (non so in che data, esattamente) saranno quattro anni e mezzo dall'inizio della legislatura. Che vuol dire? Vuol dire che "scattano" i vitalizi, ecco che vuol dire. E questa legislatura è piena zeppa di eletti per la prima volta; specie tra le file dei Cinquestelle.
E che, non vogliamo regalarlo pure a loro, un roseo futuro a spese nostre?
Tra l'altro, dalla prossima legislatura entrerà in vigore la nuova normativa in materia che interrompe la cuccagna. Per cui questo è l'ultimo treno, se si desidera entrare nel novero dei fortunatissimi ricchi a spese nostre.
Quante probabilità ci sono che si tiri a campare sino a settembre?
Secondo me, non poche. Ma vedremo.

Tornando sulla riforma, non so voi ma io, in queste settimane, ho seguito con grande interesse le opinioni dei costituzionalisti e, in particolare, quelle di uno dei capofila del fronte del NO, il professor Gustavo Zagrebelsky.
Sono rimasto, francamente, atterrito dalla sua visione antiquata e consociativa della politica, secondo cui "alle elezioni non dev'esserci uno che vince". Tipo: si vota, in Parlamento ci arriva chi ci arriva, e poi ci si mette d'accordo. E' il trionfo della partitocrazia, dei patti ed accordi più o meno segreti, della Prima Repubblica, dei "pentapartiti" e "quadripartiti" (per chi, beato lui, non ha l'età, era questo il modo con cui allora si definivano le mutevoli coalizioni partitiche che sorreggevano un governo), dei "governi balneari" (governi che servivano per traghettare il Paese oltre l'estate, in cui c'era un'attività politica ridotta. Giuro!).

Però a Zagrebelsky una cosa devo riconoscerla, e lui questa cosa l'ha ribadita più volte. Si può sintetizzare con: se manca il popolo, manca la classe politica. E se manca la classe politica, non c'è assetto istituzionale che tenga.

Ecco. Io temo ormai da anni che il nostro problema, in realtà, sia proprio questo: manca il popolo.
Buona fortuna.

(Rio)

martedì 29 novembre 2016

Extra Ecclesiam nulla salus


Salve.


Alcuni decenni fa, George Orwell, autore di grandi romanzi politici come "La Fattoria Degli Animali" e "1984", scrisse che «la colpa di tutte le persone di Sinistra dal 1933 in avanti è di aver voluto essere antifasciste senza essere antitotalitarie».

Si riferiva alla cecità selettiva di molti tra i più brillanti intellettuali europei del XX Secolo, prontissimi ad additare gli orrori commessi da Hitler e da Mussolini, ma del tutto indifferenti dinanzi ai massacri di massa compiuti dai regimi comunisti.
In non pochi casi, addirittura, questi fior di intellettuali (perché, sia chiaro, qui non si parla di scribacchini di secondo piano: queste erano davvero le migliori menti d'Europa!) si sono dedicati con abnegazione alla formulazione di distinguo, ove non di vere e proprie giustificazioni, nei confronti dei crimini commessi dai "rossi", anche se sostanzialmente identici a quelli di cui si erano macchiati i "neri".

Facciamo qualche esempio.
Un brillante drammaturgo comunista come Bertold Brecht, di fronte alle notizie delle mattanze dell'epoca staliniana, disse solo: «Più innocenti sono e più si meritano una pallottola in testa».
E alla notizia che le purghe moscovite avevano colpito anche Carola Neher, una sua ex amante, commentò semplicemente: «Se è stata condannata, devono esserci delle prove contro di lei».

Sia chiaro, ci sono anche esempi di cecità selettiva di segno opposto: Martin Heidegger salutò nel Fürer la realizzazione ultima della filosofia (usò l'espressione «Hitler è il compimento di millenni di metafisica»), mentre George Bernard Shaw addirittura riuscì ad elogiare sia Mussolini che Stalin, contemporaneamente: qualsiasi cosa, meglio della decadente democrazia liberale.

A me, la fascinazione degli intellettuali dinanzi al totalitarismo appare molto più misteriosa ed inspiegabile di quella delle masse, per il semplice motivo che l'ignoranza sul piano culturale, la parziale conoscenza dei fatti oggettivi, l'incapacità di elevarsi al di sopra del proprio quotidiano e di elaborare proiezioni sul futuro sono tutti pretesti che non reggono, quando a cadere sono gli intellettuali --anzi, fior di intellettuali.
Com'è possibile che gran parte dell'intelligencija tedesca, un'élite composta dalle menti migliori del Paese, si sia persa dietro il nazismo, mentre uno sparuto gruppo di giornalisti, dei semplici cronisti come quelli del Münchener Post, abbia invece scritto già nel 1920 editoriali lungimiranti sul catastrofico futuro della Germania nazista?

È possibile che una persona profonda, abituata a pensare fuori dal coro, a precedere anche di decenni un trend di pensiero più che a seguirne le vie, trascorra la propria vita in uno stato di costante disagio: quante cose potrebbero essere migliori ed invece non lo sono, semplicemente a causa della scarsa lungimiranza sia dei popoli che di coloro che vengono da questi scelti per governare?

Forse queste persone sono portate, sul piano psicologico, a guardare con un occhio di favore qualsiasi movimento sovversivo, per il semplice motivo che --ai loro occhi-- una rivoluzione rappresenta un'imperdibile occasione per riportare al centro della società e della politica i temi e i valori "che contano", sgomberando il campo sia dai particolarismi che dalla mediocre "medietà" dei meccanismi di rappresentanza democratica.

In altre parole, il disprezzo dell'intellettuale per l'uomo comune, per la sua grettezza, per la sua miopia, può spingerlo anche ad abbracciare una causa folle, per il semplice motivo che spera, così, di vedere un cambiamento vero.  

Probabilmente, a non molti intellettuali viene in mente che non è affatto scontato che il Nuovo Ordine si baserà davvero sui valori che loro considerano centrali, né tantomeno che loro, gli stessi intellettuali, saranno chiamati a fornire la propria opinione in merito. 

L'intellettuale mette al servizio del Nuovo Ordine tutto il proprio impegno, le proprie capacità e talenti, al solo scopo di sostenerne la nascita e consolidarne il potere; e spesso fa tutto ciò in modo assolutamente disinteressato, senza chiedere nulla in cambio. Agisce mosso solo dalla speranza di vedere finalmente realizzata una diversa visione della società, che esisteva nella mente dell'intellettuale da anni, forse decenni, ma che puntualmente non vedrà mai la luce nel mondo reale.

Per tutti gli altri, la gente comune, i seguaci di questa o di quella parrocchia ideologica, credo basti il motto eterno della Chiesa Cattolica Romana: "Extra Ecclesiam, nulla salus", ovvero non c'è salvezza al di fuori della Chiesa. La parrocchia ha detto "A" e quindi io ripeto "A".
E lo difendo, anche, perché mi dà un senso di appartenenza, di coerenza sempiterna con i valori nei quali io mi riconosco; a prescindere dal fatto che la persona che sto difendendo quei valori li abbia davvero messi in atto come avrei voluto io, oppure ne ha fatto carta straccia, in quanto sicura della copertura e del sostegno a prescindere offerti da tutti quelli come me.

In Italia, dove abbiamo conosciuto la tragedia di una dittatura di Destra, ma non quella di una dittatura di Sinistra, le parole pronunciate da Orwell molti anni fa sembrano particolarmente calzanti.

Saluti,

(Rio)

PS. Va da sé che questo post è ispirato dalle reazioni nostrane alla morte di Fidel Castro che, da dittatore con le mani sporche di sangue innocente, è stato invece ricordato come una sorta di Madre Teresa di Calcutta in salsa proletario-terzomondista.

giovedì 29 settembre 2016

Il solito refrain de "la-Costituzione-più-bella-del-mondo"


Salve. 

In occasione del referendum sulla riforma della Costituzione che si voterà domenica 4 Dicembre, mi sono occupato di elencare le stupidaggini dei due Comitati referendari per il SÌ e per il NO ed ho cercato --datemene atto-- di farlo nel modo più oggettivo possibile. Il materiale comico da ambo i lati non mancava, del resto, per cui era davvero semplice non fare sconti per nessuno.

Tuttavia, man mano che il clima si riscalda all'avvicinarsi del voto, ricomincia a montare il solito, antico liet-motif italiano sulla sacralità, profondità e conseguente inviolabilità della nostra Costituzione, che qualcuno nel nostro Paese ama ancora definire "la-più-bella-del-mondo". 


Si vedono di nuovo i ragazzi (i ragazzi!) con i cartelli "Giù le mani dalla Costituzione!", gli slogan "La Costituzione non si tocca!"... Insomma, il solito scenario già visto e sentito molte, molte volte.
Ciò nonostante, io davvero non riesco a smettere di meravigliarmi nel vedere quanto sia ingenua la percezione che ancora tanti hanno della nostra Costituzione.  
Lo dico perché non so quanti tra coloro che la giudicano "splendida" si siano davvero presi la briga di analizzare attentamente le conseguenze e gli effetti concreti che la-Costituzione-più-bella-del-mondo ha avuto sulle loro vite, sulla loro condizione presente e sulle reali prospettive per il futuro. 
Perché, a mio parere, se si fossero soffermati a farlo, in molti avrebbero notato che in Italia, il Paese occidentale con il più grave e preoccupante squilibrio nel reddito e nelle opportunità tra le generazioni, questo stato di cose appare supportato e, in un certo senso, quasi incoraggiato dalla presenza della Costituzione-più-bella-del-mondo

Chiarisco, a scanso di equivoci: ciò non significa assolutamente che la condizione in cui versa oggi il nostro Paese sia dovuta alla Costituzione, eh!
Significa solo che la-Costituzione-più-bella-del-mondo non possiede al proprio interno sufficienti "antidoti" per aiutarci ad evitare gli errori gravi che ci hanno portato proprio dove siamo oggi e, cosa ancora peggiore, nella sua interpretazione ufficiale --quella fornitaci dell'Alta Corte-- contiene persino elementi che rendono la correzione degli errori del passato molto più difficile di quanto sarebbe se in Italia avessimo un'altra Carta Costituzionale, al posto di questa.

Ciò significa che non è tanto quello che c'è scritto nella Costituzione, quanto quello che manca, ciò che non c'è scritto, ad essere importante. Prendiamo, ad esempio, un articolo che non è oggetto del referendum (così non mi rompete i coglioni dicendo che faccio propaganda): l'Art.3 che, sancita la sacrosanta uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, si conclude con:  

«[...] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»

Che belle parole, vero? 
Peccato però che non disciplinino in alcun modo i confini, i limiti di tale intervento.  
Si tratta, cioè, di un'elencazione di princìpi che non prende affatto in considerazione la prospettiva temporale. Ad esempio, è possibile o no "rimuovere-gli-ostacoli"-eccetera per una generazione, utilizzando le risorse e limitando le prospettive di quelle successive e così, di fatto, penalizzare chi nasce dopo? 
A giudicare da come il Parlamento ha legiferato e da come la Consulta ha sentenziato sinora, parrebbe non solo che sia possibile, ma che persino non ci siano problemi; anzi, che non si possa nemmeno ritornare sui propri passi, quando si è capito l'errore. 
Poi, è ovvio, siamo nell'ambito del diritto, per cui altre interpretazioni sono (o dovrei dire "sarebbero"?) possibili. Peccato soltanto che sinora queste interpretazioni alternative non siano prevalse praticamente mai.

Faccio tre esempi, tra i tanti possibili:
  • Per "rimuovere gli ostacoli all'effettiva partecipazione" e via dicendo, all'inizio degli Anni '80 abbiamo trasformato per decreto (sanatoria ex L.28/1980) quasi tutti i circa 10mila precari universitari in personale docente di seconda o di terza fascia, assunto a tempo indeterminato dalle università sulla base di criteri di idoneità automatici. Così facendo, abbiamo affermato il diritto ad un lavoro dignitoso per questi 10mila assegnisti, sì. Ma abbiamo anche ingolfato gli atenei e --di fatto-- sbarrato l'accesso alla carriera universitaria a generazioni di laureati negli anni successivi (non sto parlando dei raccomandati, ovviamente). 
  • Per "favorire lo sviluppo economico e sociale" eccetera, negli Anni '60 abbiamo istituito le pensioni retributive, in cui il calcolo della pensione era basato sull'ultima mensilità percepita, indipendentemente dai contributi effettivamente versati nel corso della propria vita lavorativa. Questo ha consentito di elevare le condizioni economiche di milioni di pensionati, negli ultimi quarant'anni, circa. Ma va da sé che quel che non hanno versato loro deve mettercelo qualcun altro che ancora lavora. Qualcuno che dovrà andare in pensione più tardi e/o percepire una pensione più bassa, perché una parte di ciò che ha versato deve andare a loro.
  • Negli Anni '70 abbiamo introdotto norme come l'Art.18 dello Statuto dei lavoratori, migliorando la condizione di milioni di persone che rischiavano licenziamenti per ragioni politiche. Ma è anche vero che l'Art.18, grazie ad una interpretazione estesa in modo del tutto insensato, ha assicurato a moltissimi una sostanziale illicenziabilità, creando una rigidità innaturale nel mercato del lavoro che ha scoraggiato le imprese che volevano assumere e condannato i giovani di oggi ad un'esistenza di perenne precariato. 
E sì. 
Perché in politica economica, nonostante le balle che politici e sindacalisti ci raccontano ogni santo giorno in tv e sui giornali, purtroppo i diritti non si acquisiscono gratis. Ogni diritto ha anche un costo sociale ed economico; e alla fine, in qualche modo, qualcuno quel conto deve pagarlo. 

Se, come nei tre esempi sopracitati, il diritto viene acquisito da una generazione limitando, nei fatti, le prerogative di chi viene dopo, la-Costituzione-più-bella-del-mondo non soltanto non prevede alcun modo di impedirlo ma --stando almeno alle sentenze della Corte Costituzionale che hanno giudicato nullo qualsiasi tentativo di tassare le pensioni retributive già in corsi di erogazione-- non consente nemmeno di correggere lo squilibrio!
E' come se per la-Costituzione-più-bella-del-mondo le decisioni precedenti su certe delicatissime materie, una volta prese, non potessero più essere riviste; nemmeno quando, per colpa di quel che si è deciso in passato, intere generazioni di cittadini sono state --di fatto-- private di alcuni diritti fondamentali, inclusi quelli previsti dall'Art.3. 
Perché adesso non venitemi a raccontare che tutti i lavoratori sono uguali, eh. :-)

Il punto è che quando si sente dire "la Costituzione difende i tuoi diritti", ciascun Italiano farebbe bene a chiedersi sempre se siano davvero i suoi, di diritti, ad essere tutelati e non invece i diritti di qualcun altro, il cui conto viene però presentato a lui. Perché, in realtà, spesso è proprio questo il caso.

Sia chiaro: in parte, la difesa a spada tratta dello statu quo da parte di alcuni è scontata.
Nel senso che io trovo del tutto normale che un impiegato parastatale, un ministeriale, un pensionato ex INPDAP, venerino questa Carta Costituzionale come un totem, posto che ha concesso loro --a spese dei più giovani e degli esclusi-- una serie di diritti che ha davvero pochi eguali al mondo: stipendi sganciati dalla produttività, sostanziale inamovibilità del posto e, spesso, persino delle mansioni di lavoro, pensioni a bassa contribuzione ed elevato rendimento (meno di un tempo, va bene; ma almeno la prenderanno, una pensione)...

A me, è l'atteggiamento ingenuo e di beata ignoranza di molti precari e di molti titolari di Partita IVA che, francamente, sfugge. Cioè, io direi loro: 
  1. se tu sei uno che deve farsi carico non solo della propria fetta di flessibilità del mercato del lavoro, ma anche di quella di qualcun altro, che l'ha sbolognata a te per favorire il suo, di "sviluppo umano" e la sua, di "partecipazione alla società";
  2. se tu sei uno che versa contributi tutta la vita per poi arrivare a prendere 380 euro al mese di pensione, a causa di gente che prende (e prenderà ancora a lungo) più di quel che ha versato, 
ma cosa cazzo dici che questa è la-Costituzione-più-bella-del-mondo, coglione?

Le altre costituzioni saranno forse meno "elevate" o scritte peggio --e si sa, noi Italiani, quando si tratta di fare discorsi astratti, siamo straordinari; è nel concreto che cadiamo-- ma hanno permesso di correggere certi squilibri o, addirittura, li hanno impediti dall'inizio: se tu fossi Francese o persino Svedese (e, per loro stessa ammissione, gli Svedesi di soldi nel welfare ne hanno spesi davvero troppi, in passato), tu un presente e un futuro ce li avresti ancora.

Tutto questo, ovviamente, con il referendum non c'entra. 
Vota pure come vuoi, o giovane che manifesti: tanto la modifica indicata nel quesito non contiene, purtroppo, alcuna norma volta ad evitare che il patto intergenerazionale possa essere stuprato ancora a piacimento. 
Ma --per favore-- lascia a casa, oppure a tuo padre, il cartello e gli slogan, ché questa Costituzione, come quella che potrebbe venire, è stata scritta per altri; mica per te, masochista

Saluti,

(Rio)

venerdì 23 settembre 2016

Referendum Costituzionale: il ritorno dell'USIR


Salve. 

Con l'arrivo dell'autunno 2016, si avvicina anche il giorno in cui si voterà per il Referendum Costituzionale (la data esatta non è ancora nota AGGIORNAMENTO: la data è stata resa nota ed è domenica, 4 Dicembre 2016).

Di conseguenza, l'USIR (Unione per lo Sfruttamento dell'Ignoranza Referendaria) --che si era già occupata alcuni mesi fa del cosiddetto "Referendum sulle trivelle", elencando mistificazioni grottesche, colpi bassissimi e puttanate dal sapore epico da parte di entrambi i Comitati-- torna in campo per ripetere lo stesso ameno lavoro anche per questo, ben più importante quesito.

Dico ameno perché, se in Italia è praticamente impossibile avere un dibattito decente sulle ragioni per il SÌ e su quelle per il NO già quando si tratta di un referendum "normale", vi lascio immaginare che cosa sta succedendo per un referendum di portata storica, nel bene o nel male, come questo!
Non c'è alcun dubbio che l'Italia è per l'USIR un po' come un coffee shop di Amsterdam per un Giamaicano: il Paese della Cuccagna.

Ma bando alle chiacchiere.
Eccovi, in nessun ordine particolare, il consueto quanto incompleto (notare: c'è scritto incompleto) bestiario redatto dall'USIR delle cazzate populiste acchiappapancia sparate da entrambi i Comitati referendari.
Va da sé che tutte le tesi proposte sono basate su ragionamenti parziali e spesso capziosi, quando la materia è invece di una complessità inaudita ed il quesito divide anche i migliori costituzionalisti d'Italia.
Ma nel Paese della ggiente, quartier generale mondiale dell'USIR, questi sono solo dettagli senza importanza.
Non sono mica i professoroni, è la ggiente che conta; anche se è dal 1983 che non legge niente di più delle targhette sui citofoni.

Prima di procedere, permettetemi solo un paio di  precisazioni di carattere generale:  
  1. questo non è un referendum abrogativo. Significa che, per questa volta, si vota "SÌ" per dire proprio di sì alla riforma (e, di conseguenza, cambiare la Costituzione) e si vota "NO" per opporsi alla riforma e lasciare la Costituzione così com'è. Quindi, il Comitato per il SÌ, stavolta, è quello pro-riforma, mentre quello per il NO è quello contrario alla riforma. Ma soltanto per questa volta, perciò non abituatevici troppo!
  2. per questa volta, non c'è quorum. Significa che se a votare ci vanno solo in tre e, ad esempio, due votano "X" ed uno vota "Y", vincono le "X", anche se a votare sono state solo tre persone. Quindi, andiamo TUTTI a votare. Di nuovo, 'sta roba che non c'è il quorum è solo per questa volta. Non abituatevi!

Chiaro? Sì?
Aspettate a dirlo: procediamo.

1. Se vince il SÌ, le leggi di iniziativa popolare dovranno finalmente essere discusse
(da parte del Comitato per il SÌ)
Be', non è proprio detto, eh.
A parte che la riforma triplica il numero delle firme necessarie (da 50mila a 150mila) --il che non sarebbe un male, se poi davvero dovessero essere obbligatoriamente discusse in Parlamento, invece che lasciate nei cassetti com'è sempre avvenuto sinora-- il nuovo Art.71 della Costituzione demanderebbe alla Camera il compito di redigere i regolamenti in base ai quali le leggi di iniziativa popolare verrebbero poi discusse.
Cosa vuol dire, in concreto?
Vuol dire che c'è un amplissimo spazio di manovra per ricacciarle a tempo indeterminato nei cassetti, insieme a quelle presentate nelle legislature precedenti. Ecco che vuol dire.
Se siete dell'USIR pure voi, non fatevi ingannare. Non gratis, almeno.
Fate come me: fatevi pagare dalla Ka$ta.
2. È una riforma illegittima, perché prodotta da un Parlamento eletto con una legge elettorale (il "Porcellum") dichiarata incostituzionale
(da parte del Comitato per il NO)
Ma davvero?
Peccato che la sentenza n.1/2014 della Corte Costituzionale --quella che appunto ha dichiarato incostituzionali alcune parti del "Porcellum"-- dica anche anche che le elezioni svolte con una legge elettorale dichiarata incostituzionale rappresentano un fatto concluso, che il Parlamento eletto è in carica e che restano validi anche tutti gli atti che il Parlamento così eletto dovesse adottare, sino a che non si svolgeranno nuove elezioni.
In breve, il Parlamento è pienamente legittimato a svolgere il proprio operato; né poteva essere diversamente, altrimenti avremmo dovuto tornare sùbito al voto, magari con la vecchia legge elettorale, al momento della pubblicazione della sentenza dell'Alta Corte.
L'affermazione del Comitato per il NO che il Parlamento dovrebbe restare in carica solo per approvare una nuova legge elettorale con cui tornare alle urne è indicativa più dello stato di alcolismo all'interno del Comitato del NO che della sua capacità di misurarsi con la realtà dei fatti, posto che:
  • Al di là delle dichiarazioni di facciata, nessun parlamentare si sognerebbe di dimettersi prima della scadenza del proprio mandato. Nemmeno quelli che aderiscono al NO.
  • Se era soltanto per tornare alle urne, lo si poteva benissimo fare con la legge elettorale precedente al "Porcellum", il cosiddetto "Mattarellum". Del resto, lo sanno tutti che quando un nuovo impianto normativo decade, torna in vigore l'impianto precedente.
3. La riforma è frutto dell'iniziativa e della volontà del Parlamento
(da parte del Comitato per il SÌ)
Bellissima, questa. 
Chiunque aderisca all'USIR gode come un cammello gobbo, quando i Comitati referendari le sparano così grosse.

Non solo non è stata istituita alcuna Assemblea Costituente --come probabilmente sarebbe stato doveroso fare, vista la portata della riforma-- ma non c'è nemmeno stata una discussione pienamente parlamentare, anche perché tutte le opposizioni si sono ritirate dal tavolo dei lavori già un anno prima del varo della riforma stessa: sono partiti tutti insieme, ma quelli della maggioranza hanno tagliato il traguardo ampiamente da soli.
Francamente, le spiegazioni addotte dal governo circa la capziosità delle ragioni del ritiro (contrarietà per l'elezione di Mattarella a Presidente della Repubblica, ecc.) sono irrilevanti: tatticismi o non tatticismi da parte delle opposizioni, non veniteci a raccontare che questa riforma è frutto di una visione collegiale, parlamentare, e non --com'è invece ovvio-- volontà ed espressione di questo esecutivo; anche perché, se la riforma non fosse paternità del governo, perché mai Renzi direbbe: "Se non passa il referendum, mi dimetto?" 
4. La riforma non chiarisce se e come saranno eletti i Senatori
(da parte del Comitato per il NO)
Certo.
E allora?
Si tratta di articoli della Carta Costituzionale, mica di un cazzo di DPR attuativo.

Già nell'attuale Costituzione non è presente, né è mai stata presente, alcuna norma in materia elettorale.
Nel dopoguerra, si trattò di una scelta sensata da parte dei Padri Costituenti, volta proprio ad evitare di impelagare il Parlamento in una complessa procedura di revisione costituzionale ogni volta che si voleva cambiare la legge elettorale.
Perché mai si dovrebbe cominciare ad includere la legge elettorale adesso, proprio non si capisce; posto anche che sinora, a quanto pare, non se ne era mai lamentato nessuno...!

Le norme per l'elezione dei Senatori saranno oggetto di una legge ordinaria discussa ed approvata a parte (proprio com'è successo con l'Italicum per la Camera).

Il Comitato per il NO parla di princìpi di fondo poco chiari ma --a parte che non è raro che princìpi astratti e di carattere generale appaiano un po' oscuri-- se dovessimo cassare tutte le affermazioni oscure elencate in una qualsiasi Costituzione, torneremmo al Codice di Hammurabi.
(Ecco: quello era davvero chiaro, dai!)
5. La riforma riduce enormemente i costi della politica
(da parte del Comitato per il SÌ)
Eh, magari.
Viene eliminata l'indennità, ma resta la diaria. Restano pure i vitalizi e le pensioni dei Senatori, i costi degli immobili e, ovviamente, non vengono assolutamente tagliati i costi del personale di Palazzo Madama.
Il risparmi completo è stimato in circa 40-50 milioni di euro l'anno.
Se vi sembrano molti, sappiate che --di tutto quello che ho citato-- rappresentano sì e no il 10-12%.
OK, è qualcosina. Ma c'era bisogno di tutta 'sta fanfara?

Per la cronaca: la faraonica cifra indicata dal Comitato per il SÌ di 480 milioni l'anno risparmiati include la riduzione di voci di spesa che o non si attueranno mai (come tagli ai costi di gestione) o si attueranno solo molto lentamente, nell'arco di decenni, come la progressiva riduzione del personale di Palazzo Madama.
Già che c'erano, potevano includere anche la fine delle spese per il terremoto dell'Aquila, per fare cifra tonda.
6. Il superamento del bicameralismo non comporta affatto una sostanziale riduzione dei tempi di approvazione delle leggi
(da parte del Comitato per il NO)
Ah ah ah :D
Prima che col referendum finisca tutto, io voglio il numero dello spacciatore di tutti e due i Comitati.
Chissà, forse è lo stesso.

A parte il leggerissimo dettaglio che, normalmente, il bicameralismo perfetto peggiora la qualità delle norme approvate (per favore: la favola del "più passaggi parlamentari = più democrazia" risparmiatemela e risparmiatevela), ma come si può ragionevolmente sostenere che le norme approvate da una camera soltanto non impieghino meno tempo di quelle che devono essere approvate da entrambi i rami del Parlamento con lo stesso identico testo --per cui, se una norma approvata dalla Camera arriva in Senato e il Senato cambia una virgola, la norma deve tornare alla Camera?!

Tuttavia, in preda agli effetti di potenti stupefacenti, il Comitato per il NO prova a dimostrare proprio questo e lo fa --udite, udite-- sostenendo che i tempi medi (!) di approvazione di una norma in Parlamento sono di 279 giorni (più di nove mesi!) e che il rimpallo avanti e indietro tra i due rami del Parlamento riguarda appena il 20% delle norme!

Tanto è potente la roba che si fanno che nemmeno si accorgono che, eliminando il doppio passaggio, i tempi scenderebbero non della metà, ma di almeno la metà (perché verrebbe anche meno l'effetto potenziato sulla media aritmetica di quel 20% di procedimenti "ping pong").

Li amo, giuro.
Certi comitati referendari, il mondo, a noi dell'USIR, ce li invidia, proprio.
7. In un assetto federale, la riforma riconosce alle Regioni un ruolo essenziali sulle questioni di loro competenza
(da parte del Comitato per il SÌ)
A giudicare da come i governatori sono incazzati come bisce, non si direbbe.
Questa riforma, se passa, rappresenta una perdita di potere per le autonomie locali, con lo Stato che avrà l'ultima parola su tutte le questioni di rilevanza strategica nazionale (pensate, ad esempio, a quelle ad elevato impatto ambientale, come la TAV al Nord o l'ILVA in Puglia).

Intendiamoci: che questo sia davvero un male, considerato il modo assolutamente caotico e ciarliero con cui tali questioni sono state gestite sinora da tutte le parti in causa, è una cosa tutt'altro che scontata.
Per alcuni, è giusto così: si prende atto del fallimento del federalismo a metà contenuto nella riforma del 2001 e si riparte dal centralismo, con il quale, per ragioni di tradizione, la cultura organizzativa della nostra Pubblica Amministrazione ha una familiarità maggiore.

Non voglio né ho le competenze per esprimere una valutazione seria su quale assetto istituzionale sia davvero migliore, per l'Italia.
Dirò solo che per cancellare le competenze concorrenti delle Regioni e dopo affermare che il federalismo in realtà è aumentato, solo perché mo' c'hai 'sto mezzo Senato che nemmeno si capisce bene quanto conterà davvero, be', siamo a livelli di paraculaggine da Oscar.
8. La riforma provocherà un aumento del contenzioso dinanzi alla Corte Costituzionale
(da parte del Comitato per il NO)
Quanta pazienza che ci vuole, con questi.
Va precisato che il Comitato del NO è davvero eterogeneo: si va da Renato Brunetta a Marco Rizzo, da Gustavo Zagrebelsky a Matteo Salvini, passando per i signori indiscussi della confusione, i Cinquestelle.

E' quindi naturale che spesso si incarti da solo, prospettando problemi che si contraddicono gli uni con gli altri.

Come si possa, da una parte, sostenere che la riforma sottrae potere alle Regioni (vero) ed al Senato (verissimo), perché --di fatto-- abolisce la legislazione concorrente su molte materie, e poi sostenere anche che il contenzioso aumenterà, invece che diminuire, è un mistero che secondo l'USIR soltanto un chimico clandestino ferrato nella sintesi di sostanze illegali potrà mai dipanare.

Se la motivazione --mai chiarita dal Comitato del NO (non sia mai che si lanci uno slogan e poi lo si spieghi, anche, eh)-- sarebbe che con una nuova Costituzione ci sono conflitti e problemi finché le aree grigie non vengono chiarite... Be', questo accadrebbe con qualsiasi riforma, non solo con questa.
Non mi pare un argomento molto forte; ma fate voi.

E' invece oltremodo probabile che, superati gli inevitabili aggiustamenti iniziali, il contenzioso si riduca drasticamente, per il semplice motivo che ci saranno molte meno aree in cui più di una istituzione sarà chiamata a normare e ad esprimersi.
9. La riforma rafforza le garanzie a tutela del lavoro parlamentare e non intacca gli equilibri tra i poteri dello Stato
(da parte del Comitato per il SÌ)
Vediamo: nella riforma è prevista l’approvazione a data certa dei disegni di legge governativi, mentre questa "corsia preferenziale" non è contemplata per le leggi di iniziativa parlamentare.

Io non so a voi, ma a me questo sembra spostare nettamente l'asse dell'attività legislativa a favore dell'esecutivo; altro che "non intacca l'equilibrio tra i poteri dello Stato". Il Parlamento è tenuto a star dietro all'attività normativa del governo ed ha meno tempo per la propria.
Se poi, per la situazione italiana, questo sia oggettivamente meglio o peggio di com'è adesso, non lo so e non mi pronuncio in merito, perché qua ci vuole veramente un costituzionalista, non un blogger.
Però a vedere che l'affermazione qui accanto è una balla ci arrivo benissimo pure io, da dietro le mie formule statistiche, eh.
10. Non è questa la riforma che serve all'Italia: se non passa, se ne può fare un'altra in tempi brevi
(da parte del Comitato per il NO)
Ah ah ah ah ah :D
Questa deve avergliela suggerita D'Alema.
E' uno dei cazzari più stimati, qui all'USIR.

Questa riforma può piacere o no, ma una cosa è certa: se non passa, il prossimo tentativo di riforma costituzionale di eguale portata lo vedrà (forse) vostro nipote, se ne avrete mai uno, quando sarà andato in pensione; se mai gliela daranno, una cazzo di pensione.
Il bicameralismo perfetto (o paritario, come si usa anche dire) ve lo tenete per almeno altri trent'anni; se vi va bene.

Tra l'altro, gli oppositori alla riforma sono uniti nel NO, ma divisi su tutto il resto: hanno in mente modelli di Paese che c'entrano l'uno con l'altro come la Nutella e il Parmigiano.
Chi la dovrebbe fare, 'sta nuova riforma, in tempi brevi?

Non dirò come voterò io a questo referendum, perché tanto non importa né a voi saperlo né a me dirlo; farvi riflettere su che cazzo di Paese sia quello in cui vi è capitato di nascere, invece, m'importa sì.
Concluderò quindi con una considerazione che non è mia, ma che chi aderisce all'USIR condivide pienamente. Appartiene al noto autore e comico veneto, costituzionalista part-time nei weekend, Natalino Balasso:

«L'80% di quelli che voteranno NO, voterà NO perché gli sta sul cazzo Renzi e non avrà affatto letto la proposta, ma a malapena i commenti sulla proposta. L'80% di quelli che voteranno SÌ, voterà perché è filorenziana e non avrà letto la proposta, ma a malapena i commenti sulla proposta. E mi sono tenuto basso sulle percentuali. In questo Paese, il dibattito è marcio.» 

Capite perché io ami immensamente tutto ciò?  :-)

Saluti,

(Rio)

PS. Scusate se questo post dell'USIR è venuto un po' lungo, ma oh, stavolta era sulla Costituzione, mica su quella stronzata delle trivelle, eh.

sabato 23 luglio 2016

Hanno già vinto loro


Salve.

Non si fa in tempo, letteralmente, a farsi un'idea definitiva di ciò che è realmente accaduto a Nizza, che già una nuova strage insanguina l'Europa, stavolta a Monaco di Baviera.

Non bastasse già la straziante descrizione di un attentatore appena diciottenne che grida, a proposito o a sproposito, "Allahu Akbahr" e poi apre il fuoco su dei bambini, che subito anche i media italiani --e ancora di più i social-- si riempiono delle solite prese di posizione preconcette.


- "È il gesto isolato di un folle!"
- "No, è un terrorista emulo di Brievik!"
- "No, quello è sciita iraniano, ma quale Brievik! Si è ispirato all'ISIS, come il tizio di Orlando!"
- "No, l'ISIS è sunnita e comunque i terroristi islamici non si suicidano, muoiono compiendo l'azione!" eccetera.

Posto che l'ultima cosa che voglio fare è aggiungere di mio al fiume di stupidaggini che ho letto in queste ultime settimane, io dico solo questo: hanno già vinto loro.

Sì, hanno già vinto loro.
"Loro", decidetelo voi chi siano; per me, non è importante.
Davvero. Non è importante.
In fondo, che mi frega, se chi mi ammazza mi odia perché sono troppo laico, troppo liberale, troppo capitalista, troppo borghese, troppo miscredente o troppo occidentale per i suoi gusti?

Cos'è 'sta guerra tra imbecilli a cui mi tocca assistere, ovunque?
- "Ci vuole più tolleranza, più multiculturalismo, più integrazione!"
- "No, ci vuole meno tolleranza per chi viola le regole!" e via discettando...

Hanno già vinto loro, stupidi.

Hanno vinto loro quando hanno mostrato a qualunque squilibrato in Europa ed in America, da Oklahoma City sino a Monaco di Baviera, passando per New York, Washington, Madrid, Londra, Parigi, Nizza --e scusate se ne ho saltata qualcuna ma, non so voi, io ormai faccio un po' fatica a tenere il conto-- dicevo, quando hanno mostrato a qualunque frustrato, depresso, deluso, tradito, la Via Maestra per il tanto agognato riscatto sociale, il modo per riuscire finalmente a "stare sopra" e mettere sotto gli altri.

Hanno vinto loro perché hanno mostrato a tutti come l'odio si trasformi in violenza ed offra un'illusione di redenzione, di riscatto.

Che il movente sia "Allah" o che sia "un po' più qua", è veramente secondario: ciò che conta è che la colpa è sempre e solo dell'Occidente.

- Sei depresso?
- Non hai lavoro?
- La tua vita del cazzo non ha alcun senso?
- Tua moglie si scopa un altro?
- A scuola sei lo zimbello dei compagni?


Guarda che ti hanno sempre ingannato: niente di tutto questo è colpa tua.
Il fatto è che vivi in un decadente Paese occidentale che fa "questo" quando invece, per la felicità di tutti, dovrebbe fare "quello"... (con "questo" e "quello" che, ovviamente, cambiano a seconda del singolo mentecatto in questione).

Adesso però non fraintendetemi: se proprio vi piace tanto, continuate pure ad azzuffarvi in modo preconcetto tra anti-questo ed anti-quello.
Io volevo solo farvi notare che è una rissa tra perdenti e che i vincitori sono altrove.
Tutto qui.

Per concludere, sempre sperando di non arrecare troppo disturbo alle vostre scaramucce ideologiche, vi lascio con una considerazione che davvero mette d'accordo tutti gli esperti: siamo solo all'inizio.

Saluti,

(Rio)

mercoledì 13 luglio 2016

Il M5s e le benedette coperture [1] - Gli acquisti pubblici centralizzati


Salve.

In passato mi sono già occupato del Reddito di Cittadinanza proposto dal Movimento Cinque Stelle, analizzandone la realizzabilità sotto diversi punti di vista (il post è qui).

L'operazione è difficile, perché tanto i contenuti della proposta quanto le cifre indicate dal MoVimento cambiano di continuo e senza alcun preavviso né spiegazione: praticamente, ogni volta che qualcuno nel M5s fa un po' meglio i conti e scopre che le cose, com'erano state indicate sino a quel momento, non si possono proprio realizzare, arriva uno dei "pezzi grossi" e cambia le carte in tavola.

Non è raro imbattersi in due fonti grilline che si contraddicono tra di loro; specialmente quando una delle due è Beppe Grillo in persona che, nell'interesse del M5s, farebbe davvero meglio a non entrare mai nel merito di niente.

Sono certo che alla fine i Cinquestelle giungeranno ad un compromesso ragionevole tra la pura propaganda politica e la dura realtà dei numeri, ma credo anche che la effettiva realizzazione dell'iniziativa --ove mai dovesse giungere-- avrà abbandonato lungo la strada molti degli squilli di fanfara iniziali e lascerà insoddisfatti in tanti, tra coloro che aveva illuso al principio. 

La montagna di marketing politico pentastellato, prima o poi, un topolino lo partorirà per forza. Dovrà farlo, perché l'investimento in propaganda messo in campo sinora in materia di Reddito di Cittadinanza non lascia più spazio ad errori. 
Sarà poi compito dei Cinquestelle convincere gli Italiani che quello che avranno effettivamente realizzato è davvero ciò che avevano proposto all'inizio; o una sua prima fase, almeno.

Ciò premesso, dopo essersi preso una piccola pausa mediatica, il MoVimento sta lentamente tornando alla carica con il Reddito di Cittadinanza (RdC, d'ora in avanti), riproponendo l'eterno leitmotif delle coperture finanziarie, indicate sul Blog di Grillo qui.
Scopo di questo mio post è riprendere l'esame delle coperture, non soltanto per vedere se nel frattempo ci sono stati cambiamenti non annunciati, ma soprattutto per analizzarle nel merito con maggior dettaglio.
Visto mai che ci sbagliamo tutti, qua. :-)

Posto che, purtroppo, analizzare le cose nel merito richiede molto spazio, proprio non si può fare un post unico per tutte le fonti di copertura ipotizzate sul Blog di Grillo. Questo sarà, pertanto, il primo di una serie di post sull'argomento. Se no, mi dicono che scrivo papiri. :-)


1.   PROCUREMENT CENTRALIZZATO (valore indicato: 5  miliardi)
Partiamo quindi dalla voce di copertura più cospicua: cinque miliardi di euro rivenienti dai tagli alla spesa della Pubblica Amministrazione, ottenuti mediante la centralizzazione degli acquisti di beni e servizi. "Ogni oggetto [!] acquistato dalla Pubblica Amministrazione dovrà avere lo stesso presso [prezzo] da Aosta a Bari e da Udine a Palermo", annuncia trionfalmente il Blog di Grillo, anche se con una scelta terminologica da bimbiminkia e una correzione di bozze che ha visto sicuramente giorni migliori.

Per chi non avesse familiarità con l'argomento, l'idea dietro il procurement centralizzato è simile a quella dei gruppi d'acquisto: se compriamo in tanti, abbiamo uno sconto più forte e condizioni migliori. Posto che sono molti i servizi ed i beni che servono a più di un'Amministrazione Pubblica (pensate, ad esempio, ai contratti di fornitura della luce, agli arredi, ai computer, ecc.), li si compra tutti tramite la stessa centrale di committenza e si risparmia sino alla metà. Semplice, no?

Solo che in Italia il procurement pubblico centralizzato esiste già ed è bello che operativo da anni, soprattutto per la P.A. centrale.
E' gestito dalla CONSIP, una società per azioni istituita nel 1997 il cui unico azionista è il MEF (Ministero dell'Economia e delle Finanze), che svolge attività di consulenza, assistenza e supporto nell'ambito degli acquisti di beni e servizi delle amministrazioni pubbliche.
In concreto, la CONSIP è responsabile della realizzazione del Programma di razionalizzazione degli acquisti pubblici di beni e servizi (lanciato già nel 2000), attuato attraverso l'utilizzo di tecnologie informatiche e di strumenti innovativi per gli acquisti della P.A., che includono le convenzioni, il Mercato elettronico della P.A., gli accordi quadro, il Sistema dinamico d'acquisto e le gare in modalità ASP.  Queste ultime sono gare telematiche che consentono di avere i contratti di fornitura subito operativi, senza nemmeno dover applicare i diritti di segreteria.

Si tenga presente che già la L.296 del 2006 obbligava ad approvvigionarsi utilizzando le convenzioni quadro create dalla CONSIP "tutte le amministrazioni statali centrali e periferiche, ivi compresi gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado, le istituzioni educative e le istituzioni universitarie, nonché gli enti nazionali di previdenza e assistenza sociale pubblici e le agenzie fiscali".
Inizialmente, l'elenco delle amministrazioni vincolate a comprare tramite CONSIP --sia pure esteso-- non includeva gli Enti Locali cioè, principalmente, i Comuni. Ma con la Legge di Stabilità 2012, anche gli EE.LL. devono utilizzare la CONSIP per l'energia elettrica, il gas, i carburanti, i combustibili per riscaldamento, la telefonia fissa e mobile, i beni e servizi informatici e di connettività. Per le forniture di tutti gli altri beni e servizi, gli EE.LL. non devono, ma possono comunque affidarsi alla CONSIP.

Inoltre, la sentenza del Consiglio di Stato n.5202 del 22/10/2014 (scusate se il post diventa un po' tecnico, ma chi lancia slogan si sbriga prima di chi li vuol verificare, credetemi), mettendo fine ad un'annosa controversia giuridica tipicamente italiana, ha confermato l’obbligo di acquisto dei beni delle categorie merceologiche presenti nel catalogo CONSIP anche per tutte le Aziende Sanitarie.

Morale della favola: quasi tutte le Pubbliche Amministrazioni, ad eccezione di quelle presenti nelle Regioni a Statuto Speciale, hanno l'obbligo da anni di approvvigionarsi tramite la Centrale di committenza CONSIP per la maggior parte delle forniture o, nel caso degli EE.LL., almeno per una parte significativa di esse.

Niente di nuovo, quindi.
E allora?
Be', nel quadro sopra descritto c'è una sola, significativa eccezione: le Regioni a Statuto Speciale. Nonostante una serie di accordi tra queste, la CONSIP e la Conferenza Stato-Regioni stipulati negli ultimi anni, i costi di approvvigionamento, ad esempio, della P.A. siciliana sono ben lontani dall'ottimizzazione.
In particolare, i costi delle forniture sanitarie (ma non solo) di molte "ASP" siciliane sono parecchio più alti di quelli delle "ASL" o "AUSL" del resto d'Italia.

Come mai? Ci mangiano?
Sì. Ma il nodo critico è che ci mangiano soprattutto i "piccoli".
Sostanzialmente, la Sicilia si è sempre opposta al ricorso generalizzato alla CONSIP perché, soprattutto per le forniture sanitarie, la centralizzazione degli acquisti distrugge le piccole imprese locali, che non hanno la capacità di concorrere sugli alti volumi dei colossi nazionali.

Una questione ideologica e di lobby, quindi, non troppo dissimile da quella che oppone i negozietti di quartiere alle catene della grande distribuzione: i "grandi" hanno economie di scala e quindi costi marginali con cui i "piccoli" non possono competere.

Tuttavia, da alcuni anni, le forti pressioni ad adeguarsi al resto del Paese operate sul governo dell'isola hanno prodotto risultati tutt'altro che trascurabili: sempre più gare di fornitura anche in Sicilia si svolgono tramite la CONSIP, con un risparmio annuo che nel 2015 ha raggiunto i 400 milioni di euro e che, una volta a regime, si stima varrà circa due volte tanto.

Fin qui, quel che hanno fatto gli altri.
Veniamo ora a cosa vuol fare chi punta il dito accusatore.
Come intende il Movimento Cinque Stelle "spremere" ben cinque miliardi in più dalla centralizzazione delle forniture CONSIP?
Silenzio di tomba.   :-)

Il Blog di Grillo dice solo che un dato prodotto o servizio deve avere lo stesso prezzo ovunque, che è una ovvia conseguenza del procurement centralizzato e quindi non aggiunge nulla a quanto già detto. Uniformare i prezzi è una delle ragioni per cui esistono le centrali di committenza. Quindi?

Ma il Blog di Grillo riporta anche la frase: "ogni oggetto acquistato dalla Pubblica Amministrazione".
A prescindere da ciò che il bislacco termine "oggetto" voglia significare (prodotto di consumo? Prodotto durevole? E le forniture di servizi, invece, no?), attualmente non è così: non tutto quello che viene acquistato dalla Pubblica Amministrazione passa attraverso la CONSIP.

Che quelli del M5s vogliano dire "Basta ruberie dalle tasche dei cittadini! Da oggi, tutto tramite CONSIP!", forse?
Be', se è così, non è che caschino proprio benissimo.
C'è un buon motivo, infatti, se non tutto si acquista tramite CONSIP e se, a partire dalla Legge di Stabilità 2016, per i micro-affidamenti di beni e servizi sotto i 1.000 euro, addirittura decade l’obbligo di approvvigionamento telematico introdotto dalla Speding Review del 2012: il motivo è, ancora una volta, il risparmio.

Semplicemente, per quei micro-affidamenti, il costo per le finanze pubbliche del ricorso alla CONSIP è maggiore di quello sostenuto gestendo l'affidamento in locale.
Di conseguenza, un ricorso generalizzato alla CONSIP per ogni tipologia di beni e di servizi e per qualsiasi importo --come io presumo vogliano fare i grillini, che per ora hanno sempre voce per lanciare accuse, ma sulle soluzioni sono muti come pesci-- porterebbe ad un aumento dei costi, invece che ad un risparmio, oltre a rallentare l'attività della P.A. imponendole carichi amministrativi necessariamente maggiori a quelli relativi all'emissione di un buono d’ordine ed alla gestione mediante cassa economale.

In ultimo, le rosee stime di risparmio del governo Renzi --che sicuramente in fatto di boutades ha rispettabile voce in capitolo-- parlano di circa 2 miliardi di euro l'anno ancora ottenibili dalle ottimizzazioni di spesa.
Se fossero veri, sarebbero pur sempre "bei soldi", come si dice dalle mie parti, appena sotto la metà del gettito IMU sulla prima casa, quindi mica bruscolini; ma siamo ancora lontanissimi dai 5 miliardi di euro strombazzati nella proposta grillina!
Senza contare che la stima di Renzi fa riferimento alle politiche di risparmio già messe in atto dal governo nel 2014-2016 e che quindi, se pur realizzassero i risparmi ventilati, non potrebbero rientrare nel conteggio dei cinque miliardi "virtuali" indicati dai grillini.

La prossima volta, affronterò il taglio alle spese militari e l'aumento dei canoni di concessione per la ricerca di idrocarburi; voci che, a sentire loro, varrebbero ben due miliardi e mezzo ciascuna. Non sarebbe bellissimo?  ;-)

Saluti,

(Rio)

lunedì 27 giugno 2016

Brexit da cosa?

Salve.

Se vi capita di seguire, anche saltuariamente, questo blog, sono certo che ve lo aspettavate: adesso arriva lui, il terrone londinese, e si mette a pontificare pure sulla Brexit. 
Ma noi siamo gente molto bene informata, in Italia, cosa crede questo qua? Noi sappiamo già tutto sulla Brexit.

Bravi. 
Se sapete già tutto, potete saltare la premessa (in blu) ed andare direttamente alla seconda parte del post (quella non in blu).
Oppure sui siti pornI, che sono sicuramente più divertenti. 

Qui (nella parte in blu) parlerò di questioni di base, inclusa la faccenda di David Cameron che aveva evidentemente deciso di passare alla storia come il Primo Ministro che aveva concesso al popolo il diritto di dire la sua su questioni fondamentali, dalla secessione della Scozia a quella dall'Unione Europea.

Come anche della faccenda del referendum che doveva essere un rischio calcolato, una roba da vincere con un 55%, massimo 60% dei consensi e rendere così ancora più saldo il potere e l'immagine dei Conservatori "alfieri delle libertà" agli occhi degli elettori, e via strategizzando. 

Sarete anche informatissimi sul fatto che Cameron sapeva, in questa campagna per il "remain", di poter contare sul pieno appoggio di Jeremy Corbyn, il discusso segretario laburista che in queste ore sta vedendo pure lui i sorci verdi, poveraccio, affrontando uno tsunami di dimissioni nel partito da parte di chi gli contesta il fallimento referendario e la strategia post-Brexit. 

E saprete anche della signora Nicola Sturgeon, presidentessa del Parlamento scozzese e segretaria dello Scottish National Party (SNP), partito favorevole alla secessione della Scozia dalla Gran Bretagna, che in queste ore sta cercando di usare la Brexit come un grimaldello per scardinare il Regno Unito, cercando di convincere i delegati del Parlamento di Edimburgo a fare una cosa assolutamente inaudita oltremanica, ma del tutto normale in Italia (e va be'): tradire la volontà referendaria, non ratificando l'esito del referendum consultivo, col pretesto che "tanto gli Scozzesi hanno votato in maggioranza per restare, e quindi è la volontà scozzese(!), non quella britannica, che va rispettata"... (?)

E saprete pure che invece sia i Conservatori che i Laburisti -- scozzesi e non -- pur largamente schierati per restare (anche se in entrambi i partiti c'erano esponenti favorevoli al "leave"), stanno dando alla Sturgeon della matta e le stanno urlando contro che questa cosa di non rispettare la volontà referendaria non esiste proprio sulla faccia del Big Ben. 
Anche la Regina Elisabetta II, che normalmente in certe questioni si fa i reali cazzi suoi, secondo le indiscrezioni dei tabloid qui, pare non abbia affatto gradito questa uscita della Sturgeon e che, se ancora non è intervenuta per ricordare alla politica di non fare 'ste troiate all'italiana e di rispettare la volontà referendaria, qualunque essa sia, è stato soltanto perché lo sanno tutti che anche lei era favorevole al "leave" per cui, se si mettesse in mezzo, gli Scozzesi potrebbero non prenderla proprio benissimo. 

Saprete pure che persino Nigel Farage, leader dello UKIP (UK Independence Party) e leader del fronte del "leave", non se la sta passando benissimo. 
Sì, proprio lui che è il vincitore a sorpresa, uno dei pochi politici al mondo che possa dire, seriamente, di aver raggiunto l'obiettivo politico ultimo del proprio partito: la piena indipendenza del Regno Unito da qualunque ingerenza esterna. 
Se la passa male perché durante la campagna referendaria le ha sparate un po' grosse, anche se non così grosse come qualcuno vorrebbe far credere, dando per certo che i 350 milioni di sterline alla settimana(!) che la Gran Bretagna versava all'Unione Europea, in caso di Brexit, sarebbero stati dirottati all' NHS, cioè al sistema sanitario nazionale britannico che, in effetti, tra tagli e riorganizzazioni, ha conosciuto tempi migliori. 
Adesso invece dice che, siccome non governa mica lui, non può affatto assicurare dove andranno a finire quei soldi risparmiati. Ad onore del vero, può anche aver fatto un po' il gioco del "dico/non dico" (e chi non lo fa, in campagna referendaria, dai?!), ma la cosa ad alcuni sembrava chiara sin dall'inizio. 

Infine, tralasciando tutti quelli che --per ragioni inspiegabili dalla scienza-- non hanno proprio votato (ma come si fa, cazzarola, come si fa?!), veniamo ai veri protagonisti: la ggiente di Gran Bretagna, la variegata e pittoresca Armata Brancaleone di quelli che hanno votato "leave", la versione albionica dei peppiani nostrani. 
Per assimilazione al concetto italico de "la ggiente", li chiamerò "de pìpol".
Ci sono varie categorie di "de pìpol" e alcune vi suoneranno, come dire, familiari:
  • De pìpol nàmber uàn -- I Nostalgici dell'Impero -- Per lo più persone non giovanissime, diciamo dai 55 anni in su, che --io veramente non so che cazzo credevano, quando hanno votato "leave"-- ma stanno lentamente accorgendosi che, anche ora che la Gran Bretagna ha lasciato la UE, l'Impero non ritorna: l'India non vuol tornare ad essere una colonia britannica e la Nuova Zelanda ha persino tolto l'Union Jack dalla bandiera, l'anno scorso. Scherzi a parte, si tratta di gente che attribuiva all'Unione Europea ed alla Merkel la sola ragione per cui nel mondo ci sono delle crisi economiche. Non avendo l'euro, si sono dovuti accontentare di incolpare la burocrazia di Bruxelles, che con la crisi dei prodotti sub-prime e con l'insostenibilità dei livelli di debito pubblico degli Stati membri c'entra come Enzo Bearzot con i risultati dell'Italia a questi Europei 2016. Per loro, tolta di mezzo l'Europa, si torna ai "bei tempi". E va be'. Vai con le note trionfali di "Rule, Britannia". Roba da comiche di Benny Hill.
  • De pìpol nàmber tù -- Quelli de "Gli stranieri ci rubano il lavoro" -- Si tratta di persone con un QI appena superiore al loro numero di scarpe, superato soltanto dal numero di volte in cui hanno ripetuto il SATs (l'esame di scuola media). Fermamente convinti che la presenza degli stranieri rappresenti il solo ostacolo da rimuovere per permettere loro di trovare --nell'attuale mercato globalizzato-- un lavoro comodo e stra-tutelato come quelli dei governi laburisti negli Anni '70, non si chiedono come mai una persona che arriva lì senza conoscere nessuno, senza "collegamenti", con una limitata familiarità con la società britannica, le sue regole ed i suoi costumi, con titoli di studio "strani ed incomprensibili" o comunque non raffrontabili a quelli britannici, e con una padronanza della lingua inglese che spesso rasenta l'imbarazzante, ottenga comunque il lavoro al posto loro ed allo stesso salario indicato nell'offerta. Non se lo chiedono perché temono, non a torto, che la risposta potrebbe minare la loro autostima.
  • De pìpol nàmber trì -- Quelli de "Non ci serve l'Europa con le sue assurde regole" -- Le regole dell'Europa probabilmente no, ma il mercato dell'Europa sì, miei astuti sudditi della Corona. Non sarò certo io a negare il fatto che spesso l'Unione Europea se ne esce con delle Direttive al limite del ridicolo, come quella che impone ai produttori di salmone a fette imbustato l'obbligo di scrivere sulla confezione "contiene pesce", o che per la vendita delle banane, ne specifica la massima curvatura ammessa (giuro) o che dispone che i cetrioli commercializzati nella UE debbano essere diritti e non curvati ("ma esattamente, gli euroburocrati che uso vogliono farne, di 'sti cetrioli?" hanno commentato qui). Sul fatto che l'Unione dovesse rappresentare una grande occasione per armonizzare le regole del mercato e facilitare la libera circolazione e commercializzazione dei prodotti degli Stati membri --e non, invece, imbrigliarle con Direttive assurde-- non ci piove; nemmeno a Londra. Ma l'affermazione che, in un mercato globalizzato, isolarsi abbia ancora un senso logico (e lasciamo stare economico) --con la ovvia conseguenza che le regole dei mercati in cui tu vuoi entrare o restare le decidono gli altri, e tu o ti adegui o ti fotti-- è una roba da avanspettacolo, più che da politica vera. In questa categoria, includerei anche i "libbertari" a tutti i costi, quelli de "meno regole ci sono e meglio è" e quelli de "anche la Thatcher era contraria". Seh, peccato che la Thatcher lo diceva quando esisteva ancora il protezionismo, cioè decenni prima che si diffondessero non solo gli accordi politici, ma le tecnologie e la logistica che hanno reso possibile una vera globalizzazione dei mercati e dell'economia. 
  • De pìpol nàmber fòr -- Quelli de: "Abbiamo votato leave, ma vogliamo lo stesso i soldi e l'accesso ai mercati UE" -- Io questi li candiderei tutti per il Premio "Dibba" 2016. È come se un uomo dicesse a una donna: "Anche se non stiamo più insieme e io faccio il cazzo che mi pare, mi fai comunque trovare un piatto in tavola due volte al giorno e mi stiri la roba?" E la reazione dell'Unione Europea in queste ore è molto simile a quella della donna, credo. 

Saluti,

(Rio)