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lunedì 27 giugno 2016

Brexit da cosa?

Salve.

Se vi capita di seguire, anche saltuariamente, questo blog, sono certo che ve lo aspettavate: adesso arriva lui, il terrone londinese, e si mette a pontificare pure sulla Brexit. 
Ma noi siamo gente molto bene informata, in Italia, cosa crede questo qua? Noi sappiamo già tutto sulla Brexit.

Bravi. 
Se sapete già tutto, potete saltare la premessa (in blu) ed andare direttamente alla seconda parte del post (quella non in blu).
Oppure sui siti porni, che sono sicuramente più divertenti. 

Qui (nella parte in blu) parlerò di questioni di base, inclusa la faccenda di David Cameron che aveva evidentemente deciso di passare alla storia come il Primo Ministro che aveva concesso al popolo il diritto di dire la sua su questioni fondamentali, dalla secessione della Scozia a quella dall'Unione Europea.

Come anche della faccenda del referendum che doveva essere un rischio calcolato, una roba da vincere con un 55%, massimo 60% dei consensi e rendere così ancora più saldo il potere e l'immagine dei Conservatori "alfieri delle libertà" agli occhi degli elettori, e via strategizzando. 

Sarete anche informatissimi sul fatto che Cameron sapeva, in questa campagna per il "remain", di poter contare sul pieno appoggio di Jeremy Corbyn, il discusso segretario laburista che in queste ore sta vedendo pure lui i sorci verdi, poveraccio, affrontando uno tsunami di dimissioni nel partito da parte di chi gli contesta il fallimento referendario e la strategia post-Brexit. 

E saprete anche della signora Nicola Sturgeon, presidentessa del Parlamento scozzese e segretaria dello Scottish National Party (SNP), partito favorevole alla secessione della Scozia dalla Gran Bretagna, che in queste ore sta cercando di usare la Brexit come un grimaldello per scardinare il Regno Unito, cercando di convincere i delegati del Parlamento di Edimburgo a fare una cosa assolutamente inaudita oltremanica, ma del tutto normale in Italia (e va be'): tradire la volontà referendaria, non ratificando l'esito del referendum consultivo, col pretesto che "tanto gli Scozzesi hanno votato in maggioranza per restare, e quindi è la volontà scozzese(!), non quella britannica, che va rispettata"... (?)

E saprete pure che invece sia i Conservatori che i Laburisti -- scozzesi e non -- pur largamente schierati per restare (anche se in entrambi i partiti c'erano esponenti favorevoli al "leave"), stanno dando alla Sturgeon della matta e le stanno urlando contro che questa cosa di non rispettare la volontà referendaria non esiste proprio sulla faccia del Big Ben. 
Anche la Regina Elisabetta II, che normalmente in certe questioni si fa i reali cazzi suoi, secondo le indiscrezioni dei tabloid qui, pare non abbia affatto gradito questa uscita della Sturgeon e che, se ancora non è intervenuta per ricordare alla politica di non fare 'ste troiate all'italiana e di rispettare la volontà referendaria, qualunque essa sia, è stato soltanto perché lo sanno tutti che anche lei era favorevole al "leave" per cui, se si mettesse in mezzo, gli Scozzesi potrebbero non prenderla proprio benissimo. 

Saprete pure che persino Nigel Farage, leader dello UKIP (UK Independence Party) e leader del fronte del "leave", non se la sta passando benissimo. 
Sì, proprio lui che è il vincitore a sorpresa, uno dei pochi politici al mondo che possa dire, seriamente, di aver raggiunto l'obiettivo politico ultimo del proprio partito: la piena indipendenza del Regno Unito da qualunque ingerenza esterna. 
Se la passa male perché durante la campagna referendaria le ha sparate un po' grosse, anche se non così grosse come qualcuno vorrebbe far credere, dando per certo che i 350 milioni di sterline alla settimana(!) che la Gran Bretagna versava all'Unione Europea, in caso di Brexit, sarebbero stati dirottati all' NHS, cioè al sistema sanitario nazionale britannico che, in effetti, tra tagli e riorganizzazioni, ha conosciuto tempi migliori. 
Adesso invece dice che, siccome non governa mica lui, non può affatto assicurare dove andranno a finire quei soldi risparmiati. Ad onore del vero, può anche aver fatto un po' il gioco del "dico/non dico" (e chi non lo fa, in campagna referendaria, dai?!), ma la cosa ad alcuni sembrava chiara sin dall'inizio. 

Infine, tralasciando tutti quelli che --per ragioni inspiegabili dalla scienza-- non hanno proprio votato (ma come si fa, cazzarola, come si fa?!), veniamo ai veri protagonisti: la ggiente di Gran Bretagna, la variegata e pittoresca Armata Brancaleone di quelli che hanno votato "leave", la versione albionica dei peppiani nostrani. 
Per assimilazione al concetto italico de "la ggiente", li chiamerò "de pìpol".
Ci sono varie categorie di "de pìpol" e alcune vi suoneranno, come dire, familiari:
  • De pìpol nàmber uàn -- I Nostalgici dell'Impero -- Per lo più persone non giovanissime, diciamo dai 55 anni in su, che --io veramente non so che cazzo credevano, quando hanno votato "leave"-- ma stanno lentamente accorgendosi che, anche ora che la Gran Bretagna ha lasciato la UE, l'Impero non ritorna: l'India non vuol tornare ad essere una colonia britannica e la Nuova Zelanda ha persino tolto l'Union Jack dalla bandiera, l'anno scorso. Scherzi a parte, si tratta di gente che attribuiva all'Unione Europea ed alla Merkel la sola ragione per cui nel mondo ci sono delle crisi economiche. Non avendo l'euro, si sono dovuti accontentare di incolpare la burocrazia di Bruxelles, che con la crisi dei prodotti sub-prime e con l'insostenibilità dei livelli di debito pubblico degli Stati membri c'entra come Enzo Bearzot con i risultati dell'Italia a questi Europei 2016. Per loro, tolta di mezzo l'Europa, si torna ai "bei tempi". E va be'. Vai con le note trionfali di "Rule, Britannia". Roba da comiche di Benny Hill.
  • De pìpol nàmber tù -- Quelli de "Gli stranieri ci rubano il lavoro" -- Si tratta di persone con un QI appena superiore al loro numero di scarpe, superato soltanto dal numero di volte in cui hanno ripetuto il SATs (l'esame di scuola media). Fermamente convinti che la presenza degli stranieri rappresenti il solo ostacolo da rimuovere per permettere loro di trovare --nell'attuale mercato globalizzato-- un lavoro comodo e stra-tutelato come quelli dei governi laburisti negli Anni '70, non si chiedono come mai una persona che arriva lì senza conoscere nessuno, senza "collegamenti", con una limitata familiarità con la società britannica, le sue regole ed i suoi costumi, con titoli di studio "strani ed incomprensibili" o comunque non raffrontabili a quelli britannici, e con una padronanza della lingua inglese che spesso rasenta l'imbarazzante, ottenga comunque il lavoro al posto loro ed allo stesso salario indicato nell'offerta. Non se lo chiedono perché temono, non a torto, che la risposta potrebbe minare la loro autostima.
  • De pìpol nàmber trì -- Quelli de "Non ci serve l'Europa con le sue assurde regole" -- Le regole dell'Europa probabilmente no, ma il mercato dell'Europa sì, miei astuti sudditi della Corona. Non sarò certo io a negare il fatto che spesso l'Unione Europea se ne esce con delle Direttive al limite del ridicolo, come quella che impone ai produttori di salmone a fette imbustato l'obbligo di scrivere sulla confezione "contiene pesce", o che per la vendita delle banane, ne specifica la massima curvatura ammessa (giuro) o che dispone che i cetrioli commercializzati nella UE debbano essere diritti e non curvati ("ma esattamente, gli euroburocrati che uso vogliono farne, di 'sti cetrioli?" hanno commentato qui). Sul fatto che l'Unione dovesse rappresentare una grande occasione per armonizzare le regole del mercato e facilitare la libera circolazione e commercializzazione dei prodotti degli Stati membri --e non, invece, imbrigliarle con Direttive assurde-- non ci piove; nemmeno a Londra. Ma l'affermazione che, in un mercato globalizzato, isolarsi abbia ancora un senso logico (e lasciamo stare economico) --con la ovvia conseguenza che le regole dei mercati in cui tu vuoi entrare o restare le decidono gli altri, e tu o ti adegui o ti fotti-- è una roba da avanspettacolo, più che da politica vera. In questa categoria, includerei anche i "libbertari" a tutti i costi, quelli de "meno regole ci sono e meglio è" e quelli de "anche la Thatcher era contraria". Seh, peccato che la Thatcher lo diceva quando esisteva ancora il protezionismo, cioè decenni prima che si diffondessero non solo gli accordi politici, ma le tecnologie e la logistica che hanno reso possibile una vera globalizzazione dei mercati e dell'economia. 
  • De pìpol nàmber fòr -- Quelli de: "Abbiamo votato leave, ma vogliamo lo stesso i soldi e l'accesso ai mercati UE" -- Io questi li candiderei tutti per il Premio "Dibba" 2016. È come se un uomo dicesse a una donna: "Anche se non stiamo più insieme e io faccio il cazzo che mi pare, mi fai comunque trovare un piatto in tavola due volte al giorno e mi stiri la roba?" E la reazione dell'Unione Europea in queste ore è molto simile a quella della donna, credo. 

Saluti,

(Rio)

lunedì 24 febbraio 2014

Come ho trovato lavoro in Inghilterra [2] - Burocrazia

Salve.

Scriveva anni fa il giornalista Beppe Severgnini che «un Italiano che ha a che fare con la burocrazia anglosassone si sente come un torero che deve affrontare una mucca: una faccenda deliziosamente rilassante.»

Ed è abbastanza vero. 
La burocrazia in Gran Bretagna non è un gigantesco Moloch che serve solo se stesso, come in Italia. E' veramente ridotta al minimo e serve unicamente per attuare le verifiche per cui è stata introdotta: né più né meno. 

Naturalmente, gli Inglese se ne lamentano lo stesso e, naturalmente, non sanno di cosa parlano. Del resto, ogni cosa è relativa, a questo mondo. Giudicate voi. 

Nel post precedente, ho affrontato questioni sostanziali per la ricerca del lavoro (curriculum, competenze, selezionatori, colloqui, stipendio, ecc.). In questo invece, parlerò degli aspetti "formali", ossia delle procedure burocratiche necessarie per lavorare in Inghilterra.

Non vi serve un permesso di lavoro o di soggiorno per vivere e lavorare in Inghilterra, se siete cittadini italiani. Ciò che vi serve sono essenzialmente tre cose: un National Insurance Number (o NINo), un conto corrente in una banca in GB (non in una filiale in Italia di una banca britannica! Un conto corrente presso uno sportello bancario in Gran Bretagna) e almeno una, meglio due, prove di indirizzo in Gran Bretagna.

1. Il National Insurance Number (o NINo)
Il NINo è l'equivalente britannico del nostro codice fiscale ed è indispensabile per lavorare in GB. O meglio, io ho cominciato a lavorare senza, ma con il Dipartimento delle Risorse Umane dell'azienda presso cui lavoravo che mi ha detto: "Bello, o te lo procuri alla svelta, oppure il rapporto di lavoro si chiuderà a breve".
Sono comprensivi, ma meglio non tirare la corda.

Comunque, per ottenere il NINo è necessario sostenere un'intervista di persona (non telefonica!) presso un JobCentrePlus
Questi JobCentrePlus sono vagamente simili ai nostri uffici di collocamento. Sono dei centri nei quali si prende atto del fatto che il signor tizio, cittadino straniero, è venuto in Gran Bretagna per lavorare e quindi deve ricevere un NINo così che possa pagare le tasse, versare i contributi previdenziali, eccetera. 

Le interviste presso un JobCentrePlus si prenotano telefonicamente, perché c'è un sacco di gente che vuole lavorare in GB, specie di questi tempi. Bisogna chiamare un numero di rete fissa, parlare in inglese (!) con un operatore e dire che ci si trova già in GB, oppure che ci si trasferirà a breve in GB per lavorare e che si desidera concordare la data dell'intervista vis-à-vis per ottenere il NINo

La data dell'intervista la fissa l'operatore in base alle disponibilità del JobCentrePlus più vicino a dove si vive o dove si andrà a vivere. Tipicamente, dato l'affollamento, ci vuole almeno un mesetto per sostenere l'intervista, quindi non è il caso di ridursi all'ultimo momento, specie se si desidera cominciare a lavorare appena possibile. Idealmente, bisognerebbe chiamare il numero verde un paio di mesi prima, per sicurezza.

Il giorno prestabilito, ci si presenta al JobCentrePlus designato dall'operatore muniti di documento d'identità valido. Se potete, portate sempre il passaporto oltre alla carta d'identità. Gli Inglesi non sanno leggere la nostra carta d'identità e s'imbranano. Una volta là, si aspetta almeno un'ora per fare l'intervista (io però ho aspettato tre ore), perché c'è una ressa di gente come allo stadio, e poi si viene chiamati. 

L'intervista in sé è una sciocchezza: ti chiedono quando sei arrivato in Inghilterra (consiglio di fornire sempre la stessa data, su qualsiasi modulo e da qualsiasi ente questa venga richiesta, ora e dopo), come ci sei arrivato (cioè aereo, traghetto, ecc.), quali siano le tue competenze, in quale ambito vorresti lavorare e se hai già iniziato a fare colloqui. Poi, anche dove abiti (l'indirizzo britannico!) e qual è -- se ce l'hai già -- il tuo conto corrente in Gran Bretagna. Tutto qui. 
Non sei tenuto ad avere già il conto corrente inglese, ma se non hai almeno un posto in cui stare in GB, le cose si complicano un po', perché non sanno dove notificarti il NINo. Se hai già un posto in cui vivere in GB, anche temporaneamente, anche se sei presso un amico, da' al tizio del JobCentrePlus l'indirizzo completo. Ricorda di dargli anche il CAP che, diversamente dall'Italia, è molto importante in Gran Bretagna per individuare la casa.

Dopo circa due settimane (ma anche meno), all'indirizzo britannico da te fornito  arriva una lettera del DWP (ente equivalente dell'INPS italiano) con sopra scritto il tuo NINo. Una settimana dopo, sempre allo stesso indirizzo, arriva proprio il tesserino in plastica. 



2. Il conto corrente in Gran Bretagna
Per poter lavorare in Gran Bretagna, avere un conto corrente in una filiale bancaria sul territorio britannico è un preciso requisito di legge imposto dalla HMRC (ente equivalente alla nostra Agenzia delle Entrate). 
Non si può lavorare in GB e farsi pagare in contanti o a mezzo assegno, né farsi accreditare lo stipendio su un conto estero. Per ragioni fiscali, bisogna farsi accreditare lo stipendio su di un conto corrente presso uno sportello situato in Gran Bretagna. 

Non importa la nazionalità della banca, sia chiaro.
Ci sono banche italiane con sportelli in Gran Bretagna e un conto corrente presso uno di questi sportelli va benissimo. Ma dev'essere un conto aperto (o trasferito) presso uno sportello situato sul territorio britannico. Su questo i datori di lavoro non transigono, anche perché le multe sono salatissime. Quindi, ricordate: niente pagamenti in contanti, niente assegni, e men che meno bonifici verso l'estero! Insomma, niente conto "britannico", niente lavoro.

Ora, supposiamo che, per qualche ragione, tu non possa trasferire il tuo conto corrente dall'Italia in una filiale britannica della tua stessa banca (se puoi, fallo e basta: questione chiusa). 
Qui c'è un problema. In Gran Bretagna, nessuna banca ti apre un conto corrente "normale" (cioè a condizioni e costi "normali") se non hai o una lettera di referenze dal tuo datore di lavoro britannico (che, ovviamente non hai ancora) oppure delle bollette cartacee intestate a te che dimostrino che tu vivi ad un dato indirizzo in GB. 
Il riferimento è a bollette di utenze tipo luce, acqua, gas, telefono (solo rete fissa), internet (di nuovo, solo su rete fissa, non internet mobile), tasse comunali, cose del genere, che siano relative ad un indirizzo in Gran Bretagna e che siano intestate a te. Chiaramente, se sei appena arrivato e stai presso un amico, tu certe cose non ce le hai. 
E allora come si fa? Ci sono due modi: uno economico e l'altro no.

2.A - Metodo economico, ma più lungo. Indovina? Ti fai intestare dal tuo coinquilino una bolletta qualsiasi (meglio due) tra quelle sopracitate. Appena hai una comunicazione per posta, vai in banca ed apri il conto. Attenzione! Tutte le banche fanno storie se porti loro bollette on-line stampate da te.
Quindi niente bollette on-line
Ci vuole la buona vecchia bolletta su carta ricevuta per posta ordinaria.
Bada che alcune banche ti faranno storie anche così. 
In quel caso, cambia semplicemente banca: prima o poi, una che ti dà retta la trovi. Mi permetto di suggerire Barclays, NatWest e NationWide, ma veramente una vale l'altra.
Aiuta anche portarsi dietro gli estratti conto del proprio conto corrente italiano, se ci sono un po' di soldi sopra: serve a dimostrare che non siamo proprio quei barboni che invece in realtà siamo (altrimenti non emigreremmo).

2.B - Metodo costoso, ma sbrigativo. Va' in una filiale della HSBC Bank e chiedi di aprire un "Passport Account". E' un conto corrente costoso (ad oggi, Febbraio 2014, costa la bellezza di otto sterline al mese. Il dettaglio con i prezzi dei diversi servizi aggiuntivi, tutti cari, è qui), ma almeno tutto ciò che devi fare è produrre una prova del tuo indirizzo italiano (non quello britannico) producendo, unitamente alla tua carta di identità o passaporto, anche uno dei documenti aggiuntivi da loro richiesti. Il dettaglio di tali documenti è nel link all'HSBC Passport Account riportato più su. 
Io ho dovuto fare così, perché non avevo altra scelta.
Naturalmente, non appena finisce il periodo di sottoscrizione obbligatorio (attualmente un anno), chiudi quel conto ed apritene un altro più conveniente. 


 
3. Una prova di indirizzo in Gran Bretagna
Meglio due, posto che alle volte capita che te ne chiedano due di tipo diverso. Queste prove di indirizzo -- che, ovviamente, devono essere intestate a te -- sono le sopracitate bollette di luce, acqua, gas, telefono (solo rete fissa), contratto ADSL su rete fissa, estratti conto bancari, tasse comunali (tipo council tax), contratto d'affitto, lettere ufficiali da parte di un ente pubblico, ma anche documenti ufficiali, tipo una patente inglese (che riporti cioè l'indirizzo britannico), oppure una lettera del datore di lavoro (se ne hai già uno). Mi raccomando: niente bollette on-line (vedi sopra), perché spesso non te le accettano come prova.
Quindi, richiedi sempre e solo bollette cartacee spedite fisicamente per posta
Stessa cosa per gli estratti conto bancari. Cartacei e spediti fisicamente per posta. Punto.
L'ecologista lo fai un'altra volta, magari.
Le ragioni per cui ti serve una prova d'indirizzo britannica sono molteplici e vanno da una richiesta da parte dell'ufficio personale dell'azienda che ti vuol assumere, passando per eventuali richieste da parte di HMRC (l'Agenzia delle Entrate britannica), sino alla sopracitata banca. 
Molti avranno già notato un corto circuito: la legge e il tuo datore di lavoro esigono conto e domicilio britannici, ma la banca vuole una prova d'indirizzo britannica. Ergo, se non riesci a farti intestare una bolletta, parti dalla banca con il "Passport Account" di HSBC Bank. Pazienza. Se risolvi la banca, potrai usare le comunicazioni della banca anche come prova d'indirizzo in GB.


 
Tempo indeterminato, determinato e precari
Un'ultima cosa che non c'entra con i tre punti qui sopra. In Gran Bretagna si può lavorare per un'azienda o assunti a tempo indeterminato (si dice semplicemente "I am permanent") o a tempo determinato (si dice "I am fixed term") o, infine, come freelance, cioè precario (si dice "I am contract"). Se si accetta di lavorare contract, si guadagnano più soldi (in Gran Bretagna -- che non è mica l'Italia -- i precari vengono giustamente pagati di più degli assunti, per compensare il fatto che possano essere mandati via in qualsiasi momento).

Adesso, diciamo che non hai trovato offerte di lavoro di tipo permanent o fixed term, ma solo di tipo contract. Capita, specie in tempi di crisi, come questo. 
Diciamo pure che, in attesa di tempi migliori, ti alletta l'idea di accettare un lavoro precario in GB per circa sei-otto mesi, in cui puoi tranquillamente tirare su i soldi che ti faresti in un anno come permanent
Io l'ho fatto per alcune settimane e non è male. Nulla a che vedere con il precariato all'italiana: non sei uno schiavo senza diritti, ma piuttosto un consulente, libero di andare e venire come e quando vuole; a condizione che tu produca risultati, ovviamente. E si tirano su bei soldi, al punto che alcuni il posto fisso dopo non lo cercano più.

Il problema è che dovresti sbatterti la burocrazia per aprire una PAYE (cioè una posizione come lavoratore autonomo, una sorta di Partita IVA), e magari è tutto solo per qualche mese, finché non trovi un posto fisso che ti piace. 

Se vuoi evitare, rivolgiti semplicemente ad una cosiddetta "umbrella company". Le umbrella companies sono delle aziende simili alle nostre società di lavoro interinale, ma che coprono tutte le professioni, dall'operaio generico al mega-ingegnere galattico. 
In pratica, in cambio di una commissione pagata dal tuo cliente (non da te), l'umbrella company ti assume e poi ti affitta al cliente. In questo modo, ti risparmi tutta la burocrazia del lavoratore autonomo, compresa la dichiarazione dei redditi: fa tutto l'umbrella company. Tu devi solo lavorare. 

Io ho fatto così e lo raccomando caldamente, a meno che tu non sia venuto in Gran Bretagna per metterti in proprio e lavorare da autonomo sin dal primo giorno.
Le più note umbrella companies sono Nasa Umbrella, GoUmbrella e OptimaUmbrella, ma ce ne sono tante e funzionano tutte bene, che io sappia.

Saluti e alla prossima.

martedì 4 febbraio 2014

Come ho trovato lavoro in Inghilterra [1]


Salve.
Da residente in Gran Bretagna dal 2006, leggo sempre articoli e blog di e su altri Italiani che vivono all'estero ma, pur avendo un mio blog da anni, chissà perché, non mi era mai venuto in mente di mettere nero su bianco il mio punto di vista sulla questione.

Ammetto che la mia è un po' una storia atipica, nel senso che non rientro nella categoria del classico ragazzo neo-diplomato o neo-laureato che, non trovando lavoro nella propria città, ha deciso di trasferirsi in un altro Paese, spesso vivendo e lavorando all'estero per la prima volta in vita sua.

No. 
Il sottoscritto, dopo aver trascorso almeno tre settimane l'anno all'estero dall'età di 11 anni e due mesi estivi in un kibbutz israeliano quando ancora andava a scuola (e per questo devo ringraziare mio padre, che mi ha sempre incoraggiato in tal senso), dopo aver imparato all'estero due lingue straniere ed essersi spostato dal Sud al Nord Italia, ha trascorso gli ultimi sei anni prima di emigrare in Gran Bretagna girando la penisola in lungo e in largo, isole comprese, e lavorando per diversi mesi anche in Algeria, Cina e Croazia.
Sostanzialmente, ho inseguito il lavoro ovunque nel mondo, vivendo e lavorando in tre continenti, senza mai pormi dei limiti geografici (tranne che per le zone di guerra: quelle tenetevele. Rischiare di crepare per una day allowance di 500 euro lordi non rientra nelle mie priorità esistenziali).
Da questo punto di vista, il trasferimento in terra della "Perfida Albione" rappresentava solo il quinto Paese in cui vivere e lavorare. Non una gran rivoluzione per me, francamente.

Un altro motivo per cui non rientro nella "categoria dell'emigrato italiano standard" sta nel fatto che sono -- ahimè -- classe 1970, emigrato in UK a 36 anni compiuti, con almeno dieci anni di lavoro alle spalle e, quindi, con una visione del lavoro e dell'Inghilterra alquanto diversa da quella che potrebbe avere il "ragazzo emigrato medio", ammesso che esista.

Ciò premesso, in questo post voglio riportare in sintesi la mia esperienza, perché ritengo che molti possano ritrovarvi elementi e spunti di interesse, oltre a suggerimenti che potrebbero aiutarli ad evitare errori grossolani e perdite di tempo.

Un'avvertenza importante: non è affatto mia intenzione aprire un "blog amico - SOS espatrio". Quindi, se mi chiederete indicazioni su come risolvere i vostri specifici problemi personali di casa, lavoro, burocrazia, ecc., mi dispiace, ma non darò seguito alla vostra richiesta di chiarimenti. Cercate di capire e non v'incazzate troppo, ché vi fa male alle coronarie.

Dicevo: quando -- stufo di girare come una trottola per il mondo -- sono arrivato in UK in pianta stabile, io avevo un cv che non era di alcun interesse per il mercato del lavoro inglese. Ma non dico così per dire: professionalmente, ero assolutamente inutile. Ero pure troppo vecchio per "vendermi" come inesperto (e chi lo prende un junior a 36 anni? Qui c'è gente che a 36 anni è managing director, cioè direttore o dirigente apicale!).

Allora io mi sono chiesto tre cose:
1. Cosa interessasse al mercato del lavoro inglese, cioè quali competenze "tirano".
2. Tra quelle competenze, quali potessi acquisire io in tempi ragionevolmente brevi, o perché contigue a quello che sapevo già fare o perché, semplicemente, c'ero portato.
3. In che modo io potessi supplire alla mancanza di esperienza che ad un 36enne è sempre richiesta: non si scappa.

Punto Uno.
Capire cosa interessa al mercato del lavoro inglese è piuttosto semplice: basta monitorare quotidianamente gli annunci di lavoro attinenti la nostra area di ricerca sui siti specializzati (tipo, ad esempio,  jobsite.co.uk , ma ce n'è una miriade) e si trovano ottime indicazioni in tal senso. Spesso, le offerte di lavoro riportano anche un'indicazione di stipendio (cosa impossibile in Italia), per cui ci si fa rapidamente un'idea non solo delle competenze richieste, di quanto frequentemente vengano richieste, ma persino di quanto valgano. Ad esempio, al centesimo annuncio di lavoro in cui si cerca un analista programmatore che conosca, oltre ad SQL e VBA, anche il linguaggio di programmazione SAS, si capiscono almeno due cose: SAS è richiesto; SAS è raro (presumibilmente, SAS è più difficile di SQL).

Punto Due.
Una volta che uno si è fatto un quadro chiaro di quali competenze specifiche offrano le migliori possibilità di trovar lavoro e le ha messe in ordine gerarchico per "valore", in termini salariali, deve scendere sulla Terra e farle corrispondere con le proprie competenze e abilità. Ho già detto che la mia esperienza curricolare non valeva nulla in Inghilterra, quindi potevo puntare soltanto su ciò che -- grazie ai (pochi) talenti di Madre Natura -- potevo imparare a fare in tempi non biblici.
Io, ad esempio, sono sempre stato portato per la programmazione: programmavo solo in VBA e in SQL, sia chiaro; ma quando ho visto SAS mi si sono drizzate le antenne. Avevo notato che la combinazione SQL + VBA + SAS + laurea in statistica (che avevo) mi dava la possibilità di provare ad accedere a non poche posizioni di lavoro per le quali c'era una certa domanda, nell'area in cui vivevo.
Inoltre, alcune posizioni richiedevano competenze in project management: io avevo gestito una serie di progetti, sino ad allora, ma l'avevo fatto "all'italiana", cioè mi mancava l'utilizzo di una metodologia standard internazionale. La cosa, comunque, appariva alla mia portata; o, quantomeno, non stavo sognando troppo.

Punto Tre.
Restava "IL" problema: ammesso e non concesso che avessi acquisito quelle competenze, come facevo ad essere credibile senza possedere la necessaria esperienza pregressa? Risposta: grazie ai programmi ed esami di certificazione internazionale.
Molte competenze specifiche hanno anche programmi di certificazione a diversi livelli con relativi esami; spesso duri, ma non sempre.
Questi esami vengono sostenuti quasi sempre in appositi centri gestiti da terze parti, i più noti dei quali sono i Pearson VUE ed gli ETS Prometric (ex Thomson Prometric). 
In pratica, uno studia sui manuali ufficiali del programma, se esistono, oppure si documenta sul sito del programma di certificazione in merito alle materie su cui verterà l'esame e cerca dei libri utili. Poi va in uno dei centri e dà l'esame, che è quasi sempre sostenuto al computer mediante quiz a risposta multipla.
Se lo passa, acquisisce la relativa certificazione, che ha valore internazionale.
Io ho acquisito così le certificazioni "SAS Base Programmer", "SAS Advanced Programmer", "Prince2 Foundation", "Prince2 Practitioner", "SixSigma Green Belt", "PMI CAPM", "Oracle SQL Programmer I" ed "Oracle SQL Expert".
Sia chiaro che queste sono le certificazioni utili al mio profilo: se voi invece siete, che so, ragionieri commercialisti, è probabile che vi servirà una certificazione ACCA, CIMA o CFA. Informatevi con i siti di offerte di lavoro: leggendo i loro annunci (molto meno criptici dei nostri), si capiscono molte cose.

Quando nel cv hai un po' di certificazioni, è molto probabile che a qualcuno venga come minimo la curiosità di incontrarti di persona. Perché, sia chiaro: il cv serve soltanto a quello. A farti arrivare a sostenere un colloquio di persona con l'azienda.

Ma andiamo con ordine.
Il mercato del lavoro inglese è estremamente organizzato (e menomale!): niente "passaparola", "dritte riservate", niente cazzate all'italiana: uno manda il cv (dimenticatevi il formato europeo, che è pesantissimo! Siate pure stringati e semplici) rispondendo all'annuncio sul sito tipo JobSite e, se il cv è di un qualche remoto interesse, riceve una telefonata da un selezionatore indipendente.

E qua dovete essere bravi voi, perché questo/a signore/a non ha molta pazienza. Deve fare tipo cento telefonate ogni giorno e vi parla in inglese a velocità che va dal normale al supersonico, con un accento che dipende da dove si trova la sede dell'agenzia di selezione del personale per cui lavora lui: si va dall'Inghilterra meridionale, se vi va bene, al Galles, alla Scozia o persino all'Irlanda del Nord (a me è capitato).

Se avete lavorato bene con le certificazioni e se avete scritto bene il cv, rispondendo a diversi annunci, è facile (dimenticatevi l'Italia: è facile) che vi telefonino diversi selezionatori, alle volte proponendovi offerte di lavoro differenti da quelle alle quali avete risposto voi. 
Presto vi accorgerete che spesso vi fanno le stesse domande, per cui è bene che vi prepariate risposte chiare e concise. Se c'è una cosa che fa innamorare un selezionatore di voi è la chiarezza, subito seguita dalla brevità. Specie se l'inglese non è proprio la vostra seconda pelle, questa è una fase che vi conviene prepararvi bene in anticipo.
Le "solite domande" sono:
  1. When did you work for the last time? (Se vi siete trasferiti dall'estero e avete passato gli ultimi, che so, sei mesi a studiare per prendere le certificazioni, non è affatto un problema dirlo. Se invece siete stati fermi oltre un anno a non fare un cazzo, be'...).
  2. What's your notice period? (traduzione: che preavviso hai, cioè quando puoi cominciare a lavorare?)
  3. What was your last salary and which are your salary expectations? (traduzione: non sparate troppe cazzate qui, ragazzi. Prima di rispondere, fatevi un'idea realistica di quanto potete valere con il vostro cv e dite quello. E' facile che nel primo lavoro finirete col guadagnare meno, anche molto meno di quanto sperate; ma il primo lavoro serve a rompere il ghiaccio con l'Inghilterra. E' come la prima scopata: non potete pretendere che sia anche la migliore). Avvertenza: nelle negoziazioni, lo stipendio dev'essere espresso in sterline lorde annue, non in euro mensili netti. Si dice al selezionatore, ad esempio, "I'm currently on 35k (per year)", che significa "attualmente, sono sulle trentacinquemila sterline lorde annue". Tenete presente che, mediamente, tasse e contributi di legge pesano intorno al 30%, quindi (35.000 x 70%) ÷ 12 = circa 2.000 sterline nette al mese (sia chiaro: indicazione largamente spannometrica). Non esistono tredicesime o quattordicesime, ma c'è il bonus, che varia enormemente da azienda ad azienda, da settore a settore e da ruolo a ruolo. "Enormemente" è un avverbio da prendere alla lettera: si va dall'1%-10% lordo annuo (es, qui 350-3.500 sterline lorde) ad anche due volte l'intero stipendio annuo (oh yes!), come nel settore dell'investment banking.
  4. How far are you willing to commute? (traduzione: quanto tempo sei disposto a viaggiare come pendolare ogni santo giorno per recarti a lavoro? Attenti, ché qui alcuni selezionatori "giocano sporco", abbreviando le distanze da casa vostra al posto di lavoro, posto che sanno che siete stranieri e che non sapete un tubo. Vi conviene avere un'idea ragionevole delle strade, dei treni, del traffico, per sapere già prima di inviare il cv fin dove siete disposti ad andare: usate un conoscente che è lì da tempo o Google Map o quello che vi pare, ma fatevi un'idea delle distanze e dei relativi costi di pendolarismo prima).
  5. Could you describe me your responsibilities in your previous role(s)? (traduzione: voglio sapere brevemente che cosa sai fare, non la storia della tua vita. Ad esempio -- ed è solo un esempio, quindi non scoraggiatevi: "Nel mio precedente ruolo nel settore XYZ, scrivevo programmi in linguaggio SAS che importavano dati da AS-400, li elaboravano e poi esportavano i risultati in Oracle. I risultati venivano poi importati via ODBC in Excel, dove venivano elaborati da macro VBA, sempre scritte da me, per generare reportistica settimanale automatizzata"). Preparatevi le risposte per ogni vostro precedente ruolo in modo da apparire concrete, pratiche e utili. Se serve, improsciuttatele pure un po', ché tanto lo fanno tutti (gli Inglesi per primi), ma non esagerate! La regola è sembrare professionali e stringati, non cazzari e prolissi.
  6. How many annual leaves were you entitled to, in your previous role(s)? Le annual leaves sono i giorni di ferie, non le foglie d'autunno. :-) Tenete presente che, mediamente, in Inghilterra avete diritto a qualcosa tra i 21 e i 25 giorni di ferie, ma possono benissimo essere di più. Spesso, aumentano con l'anzianità di servizio.

Ora, alcuni di questi selezionatori che vi chiameranno sono tipi "improbabili" che cercano di farsi autorizzare da voi a rifilare il vostro cv ad aziende per posizioni con cui voi non c'entrate un tubo e, di conseguenza, vi fanno solo perdere tempo. Ad esempio, una volta a me è capitato un tizio che voleva proporre il mio cv ad una banca tedesca per un ruolo a Francoforte per cui erano necessarie "buone capacità di presentazione e persuasione dei clienti, in lingua tedesca". Solo che io non so una parola di tedesco. 
Eravamo nel bel mezzo della crisi economica del 2008-2009 e io stavo per perdere il posto, perché la banca per cui lavoravo stava per fallire: così gli dissi di sì. Non vi dico come andò il colloquio telefonico con la banca tedesca...  :-)

Comunque, la prima cosa da fare quando un selezionatore vi chiede se può proporvi o meno per un ruolo, è farvi mandare per email da lui la descrizione della posizione di lavoro (in inglese, la "job specs").
Ve la leggete e, se vi interessa e non è una cosa fuori dal mondo, tipo che il tizio vuole proporvi come governatore della Bank of England, allora potete autorizzarlo a proporvi all'azienda cliente (si dice "you can put my cv forward to your client").
Attenti qui, perché siete vincolati legalmente: per ogni posizione, non potete autorizzare più di un selezionatore. Se li volete fare davvero incazzare, così che non vi chiamino più nemmeno se sull'offerta di lavoro c'è scritto il vostro nome e cognome, autorizzate più di un selezionatore per la stessa stessa posizione aperta. 
Anche a questo serve la job specs: fate domande, chiedete il nome dell'azienda, tutto. Se vi rendete conto che questo selezionatore vuol proporvi per la stessa posizione per cui avete già autorizzato un altro, diteglielo e basta. Capita di continuo e ai loro occhi ci guadagnerete in serietà; e non serve sottolineare che la cosa vi conviene.

Diciamo che al selezionatore piacete e che l'avete autorizzato a proporre il vostro cv al suo cliente per una determinata posizione aperta. A quel punto, la palla passa al cliente, cioè all'azienda che ha ricevuto il cv.
E qui possono succedere essenzialmente tre cose:

1. Il cliente può dirsi non interessato al vostro cv, e non è detto che il selezionatore vi chiamerà per dirvelo: tuttavia, i bravi selezionatori imparano a non "rompere le scatole" ai loro clienti più di quanto non sia strettamente necessario. Se vi telefonano, è perché intravvedono nel vostro cv diversi motivi di interesse per alcuni loro clienti. Non vi chiederanno di proporvi ad un loro cliente, se non sono convinti che la cosa possa seriamente interessare il cliente. Però, come già detto, ci sono anche i selezionatori meno bravi...
2. Il cliente può aver bisogno di ulteriori chiarimenti. In quel caso, il selezionatore vi richiamerà e vi porrà ulteriori domande; se non lo convincerete, potrebbe pure decidere di lasciar perdere, per non indisporre il cliente. Avrete già intuito che il selezionatore guadagna a provvigione sullo stipendio del futuro neoassunto e che lavora in un mercato altamente competitivo (nelle aziende è un continuo squillare di telefoni con selezionatori che propongono il cv di tizio o caio). Di conseguenza, e almeno in questa fase, il selezionatore non lavora per voi, ma per il suo cliente. Il selezionatore ha un elenco di potenziali candidati (tra cui voi), ma farà arrivare a sedersi davanti al suo cliente solo quello/i per cui vale davvero la pena di "disturbare" il cliente.
3. Il cliente -- vivaddio! -- vuol vedervi per un colloquio. Allora il selezionatore vi chiama e vi chiede le vostre disponibilità di giorno e ora, cercando di farle combaciare con quelle del cliente. Si fissa il colloquio.

Quando andate al colloquio presso l'azienda cliente, fatte salve alcune deplorevoli eccezioni, non vi sottoporranno domande idiote e test da imbecilli, come fanno sempre in Italia. 
Non vi chiederanno cazzate immani come "Perché vuol lavorare con noi?" o puttanate dal sapore epico come "Ha mandato cv anche ad altre aziende?".
Il colloquio verterà per lo più sul curriculum, per valutare le competenze e, cosa ancora più importante, per capire che tipi siete. Non sottovalutate quest'ultimo aspetto. Più spesso che no, un'azienda deve decidere tra diversi candidati che hanno, o dicono di avere, più o meno le stesse competenze. Veramente, su quel piano, uno vale l'altro. E allora si decide prendendo, tra questi, quello/a che appare più affabile, quello/a che sembra essere la persona con cui è più gradevole lavorare.
Preparatevi qualche aneddoto sui vostri trascorsi di lavoro (inventatevelo, se necessario), perché è possibile che alla fine dell'intervista vi chiedano cose del tipo: "Ci racconta di un suo insuccesso professionale?" Non dovete farli ridere, non siete a Zelig, ma vogliono sapere come reagite alle frustrazioni ed è comprensibile: se sanno che nel loro ambiente di lavoro ogni tanto arrivano legnate in testa dai clienti, non è mica un dettaglio sapere come reagirete, quando inevitabilmente capiterà anche a voi.
Noterete che al colloquio spesso cominciano a parlare loro, per spiegarvi il lavoro. Approfittatene per ascoltare bene e fate loro delle domande: non lasciate mai che pensino che per voi un lavoro vale l'altro, basta che se magna; specialmente se è vero. :-)
Ovviamente, se vi chiederanno le vostre aspettative di stipendio, date loro un'indicazione perfettamente in linea con quella che avevate già dato al selezionatore in precedenza. Se invece stavolta volete fare incazzare tutti e due, cioè sia il selezionatore che il cliente, sparate pure il doppio. Avrete fatto perdere tempo non ad una, ma a due persone. Dopo, potete metterci una croce sopra, proprio.

A questo punto, aspettate una telefonata dal selezionatore. Il cliente, infatti, non vi dirà com'è andata: lo dirà prima al selezionatore. E' probabile che sia il selezionatore a chiamarvi per primo, per sapere "com'è andata" e che impressioni avete ricevuto. Siate sinceri.
Dopodiché, vi dirà che vi farà sapere appena avrà ricevuto notizie dal cliente. E' certo, infatti, che il cliente voglia fare un colloquio a tutti gli altri candidati, prima di scegliere.
Se il selezionatore vi chiama e vi dice che il cliente è contento di voi, vuole anche dire che da quel momento il selezionatore lavora per voi. Infatti, i selezionatori del personale inglesi guadagnano prendendo una percentuale sul vostro stipendio iniziale (non la tolgono a voi, tranquilli! Gliela paga l'azienda cliente a parte). Quindi, più è alto lo stipendio d'ingaggio e più guadagnano.
Provate pure -- con tatto -- a chiedere loro se, a loro parere, non sia possibile ottenere qualcosina in più dal cliente, magari perché abitate lontano dall'azienda e gli spostamenti costano molto. Magari, lasciate trapelare che avete sostenuto colloqui per altre aziende più vicine (la mia scusa preferita).
Se lo escludono categoricamente, vuol dire che la vostra posizione, purtroppo, non è nella pole position di gradimento del cliente. Ma il più delle volte vi assicuro che saranno ben lieti di fare un piccolo tentativo. Conviene anche a loro: non si sa mai.

Esistono eccezioni, ma di solito un unico colloquio è sufficiente per essere assunti o scartati. Personalmente, trovo la cosa molto sensata e indicativa: un'azienda che richiede due o tre colloqui per risolversi su un'assunzione a me appare poco capace di prendere decisioni rapide e probabilmente affetta da una struttura troppo gerarchica.

Mi scuso se mi sono dilungato parecchio.
Nel prossimo post, la burocrazia inglese: e, lo assicuro, sarà un post più breve. :-)

Saluti,

(Rio)

sabato 26 marzo 2011

Londra con pochi soldi: ho visto cAse che voi umani... :-)

Una raffigurazione (semplificata) di casa mia
Salve.

Devo cambiare casa, perché il padrone di casa non solo non m'ha aggiustato il riscaldamento (e vivo in Inghilterra, mica alle Bahamas), ma mi ha pure chiesto cento sterline di aumento dell'affitto, alla scadenza del contratto.
Cosi, l'ho mandato a fare del culto e mi sono dato una mossa dopo il lavoro per cercare un nuovo tetto, magari più grande, magari per qualcosina in meno, ché non mi va di regalare tutti i soldi che guadagno al padrone di casa.

Ora, "padrone di casa" in inglese britannico si dice landlord, letteralmente "signore della terra" che è già un'espressione che fa tanto Il Signore degli Anelli; e invece è quasi sempre un pirla mezzo rimbambito in pensione che, approfittando di un mercato immobiliare in crescita perenne, anche con la crisi, ha potuto cominciare a far soldi affittando la propria seconda casa, sino a che non se n'è fatto anche una terza ed è diventato benestante.

Per darvi un'idea approssimativa, da un monolocale e bagno non troppo pidocchioso in una zona semiperiferica di Londra si tirano su tranquillamente almeno quelle 700 sterline al mese (dati al Marzo 2011), che diventano facilmente 900 se si stratta di un monolocale nuovo. Ragazzi, sto parlando di 35 metri quadri in buono stato, mica Buckingham Palace!

Insomma, ve la faccio breve: vado in agenzia immobiliare e un ragazzotto inglese imbranato, spilungone e "secco secco" di nome John Nonsochecazzo mi porta in giro a vedere case di vario genere nel mio budget di spesa; limitato, ça va sens dire.
Segue resoconto delle visite:


Casa numero uno - Nome in codice: Allevamento Acari.
Un buco pidocchioso tutto tappezzato di un'orribile, vecchia e lercia moquette a pelo lungo, anche in bagno (!). La moquette, che in gioventù doveva essere stata chiara, al passaggio della gente tendeva sinistramente a muoversi ed a crepitare leggermente.
"Va be' - direte voi - quello è lo spostamento d'aria e l'elettricità statica che, col pelo lungo..." E va bene, dico io; ma lì, in penombra, con quell'umidità e la luminosità ridotta che favorisce le colture batteriche, io che ne so che durante la notte non viene alla luce una nuova forma di vita e mi aggredisce nel sonno, tipo fanta-horror di serie B?
Dico a John Nonsochecazzo che non ci siamo proprio e lui fa "all right" e sospira, perché si era già visto la provvigione in tasca e il Mongolino d'Oro sulla mensola della libreria di casa, per aver affittato a soldoni la peggiore topaia di Londra.
E invece ora gli tocca sudarsi il pane, povero il mio John lungo e secco.

Casa numero due - Nome in codice: Bordello Fin De Siècle.
La zona della casa non era male: un po' rumorosa, ma ben servita, popolare ma dignitosa (e poi non è che io traslocassi dalla raffinata Mayfair, quindi...). Entro fiducioso ma, appena varcata la soglia, ho un ictus. Tutta la casa, la cui metratura e disposizione delle stanze non erano poi così male, era interamente tappezzata di un'orribile carta da parati rosso vivo decorata con ghirigori astratti fine Ottocento, con tanto di appliques di vetro fumé alla parete. Sembrava un bordello Belle époque; probabilmente lo era stato.
Ora, quando tu vedi una casa così, ti chiedi: ma perché? Ma quale landlord rinco tipo Signore degli Anelli può aver mai pensato di mettere - o anche solo di lasciare - un orrore del genere alla parete? Ma non si rendono conto del male che fanno al genere umano? Delle delusioni che suscitano nelle persone?
Data anche la puzza di umido e lo stato di conservazione non eccelso, dico a John lo smilzo che non è aria e stavolta lui pare sinceramente sorpreso. Potendo, probabilmente se la porterebbe a casa, quella carta da parati di merda, e quelle lampade gli dovevano sembrare troppo una figata, per una festa di Halloween. 'Tacci sua.

Casa numero tre - Nome in codice: Il Ripostiglio.
"No, ma qui stiamo scherzando", penso quando entro: dinanzi a me, una stanzetta che sarà stata tre metri per tre. Allora mi metto a cercare le altre stanze. Guardo a destra: il muro. Guardo a sinistra; la cucina non abitabile e poi - di nuovo - il muro. John, dall'alto dei suoi 1,90 di altezza per venti centimetri di spessore, si accorge del mio sgomento e prova a metterci una pezza, con uno di quegli elegantissimi giri di parole inglesi che a me fanno girare qualcos'altro: «Maybe it's just a little bit tight...» mi fa. Traduzione: "Forse è appena un tocchettino aderente", come se stesse parlando di una maglietta taglia "M" all'uscita del concerto dei Manic Street Preachers.
"Maybe dovrei mandarti affanculo, se non la smetti di cercare di appiopparmi topaie per il tuo bonus di merda e non cominci a farmi vedere case vere" gli vorrei urlare in faccia io. E invece gli dico solo "Sorry, John (SORRY???? Non mi riconosco più!), ma questo non corrisponde a quello che avevo richiesto". E lo fulmino con lo sguardo, giusto per dire: "Tutto il tempo che mi fai perdere da ora in avanti, te lo tolgo di vita. Quindi regolati, ragazzino." John capisce e, grazie a Dio, la smette di fare il trimone.

Casa numero quattro - Nome in codice: Progetto Escher.
Allora, entro in questa casa. Abbastanza grande, non posso dire nulla. Poca moquette (quasi inevitabile, in Inghilterra: l'amore britannico per la moquette è e resterà sempre un mistero, per me), giusto in corridoio ed in una stanzetta secondaria, ma almeno era in buono stato; un soggiorno luminoso con un ampio bovindo vittoriano "standard"; una cucina con i fornelli elettrici (e va be'); un bagno non cieco (!) ed una camera da letto di dimensioni umane.
L'unica cosa è che... tra la zona giorno (cucina, soggiorno, stanzetta) e quella notte (bagno e camera da letto), c'è un corridoio lungo e strettissimo, che quasi non ci si passa in due: praticamente un budello. Circa a metà corridoio ci sono delle scale, ma non verso l'alto, verso il basso; poi c'è una curva a 90 gradi, due metri e poi un'altra curva a 90 gradi, poi ancora un pezzo di corridoio ed infine arrivi a 'sta cazzo di camera da letto. In pratica, la zona notte è tipooo metà piano più in basso di quella giorno. La casa ha l'accesso al primo piano, ma la zona notte è al piano ammezzato.
Se non avete capito niente, non fatevene un problema: io non ci ho capito un tubo nemmeno passeggiandoci dentro. Sembra una casa progettata da M. C. Escher e ti aspetti che, se tiri una pallonata giù per le scale che portano alla zona notte, dopo un attimo te la vedi arrivare addosso dall'alto: un assurdo volumetrico alla "Inception", proprio.
Dopo aver recuperato John che si era perduto in un'altra dimensione, andiamo a vedere un'altra casa.

Casa numero cinque - Nome in codice: Capostazione Ciuff Ciuff.
Non c'è molto da dire: era piccola, vecchia e soprattutto aveva entrambe le stanze, cioè soggiorno con cucinino e camera da letto, esattamente, ma esattamente sopra la ferrovia. Per giunta, una delle linee più trafficate, di quelle che durante la settimana portano i pendolari a lavorare nella City e nel weekend portano la gente in campagna o al mare: il divertimento è assicurato tutto l'anno.
Tra l'altro, era pure al secondo piano, in modo da scavalcare astutamente le già insignificanti barriere anti-rumore predisposte lungo il tracciato dei binari. Resisto alla voglia di legare John sul Binario Uno e vado con lui a vedere un'altra casa.

Casa numero sei - Nome in codice: Non Aprite Quella Porta.
Vecchiotta. Un po' umida. Non grandissima, ma nemmeno piccolissima. I mobili della cucina avevano visto tempi (molto) migliori. Ma la cosa che proprio non capisco è come un'agenzia immobiliare inglese possa pretendere la cifra che pretende per consentirmi il privilegio impagabile di aprire la finestra di casa una domenica d'autunno, con la nebbia, e contemplare... un vecchio cimitero.
Si badi, non un cimitero italiano, di quelli monumentali e le tombe ordinate nei vialetti, no. Un vecchio cimitero anglicano inglese: avete presente i mucchietti di terra un po' alla rinfusa, con sopra vecchie croci storte, lapidi inclinate che sembrano smosse dal di sotto (!) e statue grottesche di gnomi che ghignano o, cazzo ne so, l'Angelo della Morte, come sulle guglie delle cattedrali gotiche? Si vede che quel segaiolo di John deve aver sentito un'intervista di Dario Argento e s'è convinto che siamo tutti così.
Di buono c'era solo che, se l'avessi strozzato, avrei potuto seppellirlo direttamente là.

Casa numero sette, come l'osteria - Nome in codice: Un Ladro Al Giorno Toglie Il Medico Di Torno.
La casa, niente di che; ma forse potevo scendere di prezzo, quindi un mio tornaconto potevo pure avercelo. Non fosse stato altro che la casa si trovava in fondo ad un viale molto lungo, circa un chilometro, con tipooo boscaglia di qui e boscaglia di lì (in Inghilterra può succedere, anche in piena città). Niente illuminazione stradale. Tutt'intorno, il vuoto cosmico. Qualche vecchia auto scassata parcheggiata, scheletri di bici legati ai paletti e facce poco raccomandabili che parlottavano nei paraggi.
Io non ho ambizioni da eremita e - se ne avessi avute - mi sarei sicuramente scelto un clima migliore. Poi la porta di casa con la serratura più stupida del mondo... E quindi scatta inesorabile la lampadina italiana: questa casa è bersaglio dei ladri un giorno sì ed uno pure. Tra l'altro, tutte le volte che vorrà arrivare alla casa, la mia fidanzata pretenderà che ci sia io con lei (e mica vuol dare nuovi spunti agli sceneggiatori di CSI).

Ne ho abbastanza. Decido per Escher: posso sempre organizzare tour guidati a sbigliettamento.
A John Nonsochecazzo però dico che la casa è fatta in modo strano e che voglio che mi si tolgano 50 sterline al mese, per questo. Lui non osa opporsi e farfuglia tipo "Be', si può provare a chiamare il landlord...".  "Ecco, bravo John Nonsochecazzo", penso io. "Chiama il landlord e digli che gli mando Gandalf il Bianco, Gandalf il Grigio e, per terrorizzarlo, pure una delegazione della CGIL Scuola, se non accetta."

Indovinate che ha fatto il landlond? :)


Saluti,

(Rio)