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venerdì 9 dicembre 2016

Due parole sul nuovo programma politico del M5S


Salve.

In passato, mi sono già diverse volte occupato del programma politico del MoVimento Cinquestelle: ho analizzato il primo programma, concentrandomi successivamente sul "pezzo forte", il fantomatico Reddito di Cittadinanza e sulle sue ancor più fantomatiche coperture. 

Va da sé che negli anni il M5S ha più volte cambiato tutto ciò che ho elencato sopra, senza mai alcun preavviso, in perfetto stile paraculo 2.0. Questo rende il lavoro di analisi improbo e, sostanzialmente, inutile. 
Ma i recenti accadimenti politici degli ultimi giorni, che rendono molto concreta la possibilità di un primo governo a guida Cinquestelle, e le ancor più recenti dichiarazioni del presunto candidato premier Luigi Di Maio, e del pasionario del movimento Alessandro Di Battista, oltre a registrare l'ennesima, disinvolta giravolta programmatica, impongono una rilettura dei suoi contenuti, sia vecchi che nuovi. 

Procedendo con ordine e tralasciando le menate tipo "per lo sviluppo, puntiamo sull'enograstronomia, il nostro petrolio", l'ultima versione del programma del MoVimento appare imperniata intorno ai seguenti punti: 

1. L'uscita dall'euro 
Non starò a tediarvi con tutta la menata del "NO all'Europa!" originariamente sul blog di Grillo, con tanto di alleanza con i movimenti anti-europeisti, che poi, nella primavera 2016, è diventato "Noi non abbiamo mai detto NO all'Europa!" e adesso si è di nuovo trasformato in "Il MoVimento non è anti-europeista e vuole l'Italia in Europa!"... 
Sta di fatto che --almeno oggi a quest'ora-- vogliono uscire dall'Euro "per restituire la sovranità monetaria al Paese". La cosa, comunque, sarebbe preceduta da un referendum consultivo, che era previsto nella riforma costituzionale appena bocciata (soprattutto grazie a loro), ma che non c'è in questa, di Costituzione. Invece, in questa Costituzione c'è scritto che sui trattati internazionali non si possono tenere referendum.
Allora, le cose sono due: 
  1. o i grillini cambiano la Costituzione, ma poi devono tenere un referendum confermativo, come ha fatto Renzi; e, se passa, fanno il referendum consultivo sull'uscita dall'euro; se passa pure questo, alla fine l'Italia esce dall'euro.
  2. oppure fanno uscire l'Italia dall'euro tout-court, senza consultare il popolo, tanto sono abituati. Magari, fanno un bel voto on-line sul blog di Grillo, la cui organizzazione e gestione sono affidate agli amministratori di database ed ai web-master della Casaleggio & Associati. Loro sanno bene cosa fare. E tanti saluti alla democrazia.
In ogni caso, non appena il sottoscritto --e con me diversi milioni di Italiani, credo-- dovesse subodorare che 'sta cosa dell'uscita dall'euro si fa per davvero, nessuna banca italiana vedrà più i miei risparmi. Verranno tutti prontamente spostati sul mio conto in sterline in Gran Bretagna. Essere un emigrante qualche vantaggio ce l'ha.
Il conto italiano lo chiudo. O lo lascio lì con su un euro simbolico, per un caffè a Di Battista che, con 9mila euro al mese, dice di guadagnare poco, bontà sua. Magari ci si fa una "spremuta di umanità" al bar.

Comunque sia, una massiccia fuga di capitali, italiani e stranieri, è garantita. 
E le banche, allora, che cosa fanno? Dove trovano i soldi da prestare, se quelli dei risparmiatori sono andati all'estero? Come guadagnano? Cosa succede?
Be', succede il solito. Cosa credete, che gli slogan cambino niente? 
I tassi di interesse vanno su e i criteri di approvazione dei prestiti pure.
Pochi soldi, che si danno solo ai più sicuri tra i sicuri. E a tassi più alti.
Si chiama "stretta creditizia", ed è il capitolo primo della tanto auspicata sudamericanizzazione dell'Italia. Così, i grillini --dopo aver parlato tanto a lungo delle meraviglie delle economie di paesi come Venezuela e Argentina-- potranno almeno sperimentare cosa vuol dire trovarcisi a vivere per davvero. 
Dovessero anche provare ad imporre il blocco dei capitali, come dei comunisti disperati, non cambierebbe molto. In Grecia, dove Tsipras ha fatto proprio questo, la cosa ha funzionato malissimo: sono riusciti a fermare, in parte, solo i capitali dei dipendenti pubblici. 

2. Rendere di nuovo pubblica la Banca d'Italia
Nella composizione dei partecipanti al capitale di Bankitalia compaiono anche nomi di banche ed assicurazioni "private", in particolare di due: Intesa Sanpaolo S.p.A. e UniCredit S.p.A. Ma hanno quote consistenti anche Generali Italia S.p.A. ed alcune Casse di Risparmio.  
La legge del 2005 (mai attuata), che prevedeva il trasferimento allo Stato della proprietà della Banca d’Italia, è stata cestinata, per consentire al Tesoro di incassare un gettito immediato (di circa 1,2 - 1,5 miliardi) tassando la plusvalenza realizzata dalle banche sulle loro quote nella banca centrale. 
Tralasciamo, per brevità, tutto il discorso sulle Fondazioni bancarie a cui tali soggetti "privati" fanno capo, e che ne fa più un feudo politico appannaggio di questo o quel partito (o corrente di partito) che una società davvero "privata". Tuttavia, anche se --da quando c'è la BCE-- il ruolo delle banche centrali nazionali è sicuramente meno critico di prima, una Banca d'Italia con una composizione del capitale fatta così non è accettabile. Il controllato non può avere delle quote, specie se consistenti, del controllore e poco importa se possa davvero farle valere oppure no: un ente che svolge una funzione di pubblico controllo dev'essere interamente pubblico.
La domanda da porsi, quindi, è: OK, va fatto. Ma perché nazionalizzarla in tempo di crisi, incorrendo nei costi notevoli di questa operazione? Non sarà mica perché Di Maio & soci vogliono portare la Banca d'Italia sotto controllo politico, vero? 
No, perché una delle ragioni d'essere di Bankitalia è proprio la sua completa autonomia dal governo (vera o presunta che sia, ma questo è un altro discorso). Se l'obiettivo è quello, la cosa è davvero fuori discussione. Senza completa autonomia dal potere politico, il ruolo di una banca centrale è praticamente inutile: se si esce dall'euro, infatti, chi vigila sulla valuta nazionale, rifiutandosi di stampare cartamoneta a comando sulla base delle esigenze politiche? Chi vigila in maniera indipendente sul mantenimento del valore della valuta nazionale, evitandone la svalutazione per i capricci della politica?

3. Il Reddito di Cittadinanza
Sul RdC ho parlato già ampiamente più volte, per cui davvero rischio di ripetermi: leggete quegli articoli, se volete capirne di più.
E comunque, basta con 'sta balla, dài! Tanto non ci sono i soldi. O almeno, non ci sono per farlo come vorrebbero loro. Possono giusto dare una ritinteggiata alla Cassa Integrazione e chiamarla Reddito di Cittadinanza o "Fondo Dibba" o come pare a loro. Un rebranding o re-labelling, si dice nel gergo del marketing: prendi una cosa che c'è già e le dai un nome nuovo. Et voilà. 
Dio non voglia che si mettano a fare debiti per distribuire qualche mancetta elettorale, ma sempre di spiccioli si tratterebbe.

Le loro fonti di copertura sono ridicole, le modalità attuative sono al limite del fantascientifico. Leggete i link.
Capisco che, in un Paese in crisi nera, l'argomento "tiri", ma non si può prima prendere per i fondelli la gente come fanno tutti gli altri partiti, speculando sulla disperazione, e poi avere pure la faccia tosta di dirsi "diversi" e "migliori" degli altri.
E poi, che almeno chiamino le cose con il loro nome: sussidio. Questa cosa si chiama sussidio! "Benefit", la chiamano qua in Inghilterra, se vogliono fare gli esterofili.

4. Audit e Ristrutturazione del debito
E niente, non se ne può più. Anche su questo argomento ho scritto già molto ma, in breve, la cosa si sostanzia in una decisione politica di quali debiti siano "legittimi" e quali invece no. Immaginate di lasciare ad un debitore la facoltà di decidere quanta parte di un debito sia dovuta al creditore e quanta non sia invece da pagare.
La finalità ultima, va da sé, è la cosiddetta ristrutturazione del debito pubblico. Di che si tratta?
In pratica, lo Stato Italiano dichiara bancarotta e quindi si dice nell'impossibilità di ripagare il debito pubblico accumulato, se non in piccola parte. Di conseguenza, chiede la cancellazione di parte del debito ai suoi creditori interni ed esteri: come dire, che se prima ti dovevo "100", facciamo che da oggi ti devo solo, che so, "40". 
Se fosse così facile, secondo voi, com'è che non lo fanno tutti? 
Prima ti indebiti e poi ristrutturi, no? Fantastico. 
Be', no. E le ragioni sono, sostanzialmente, due:
  1. Effetto di breve periodo: appena si capisce che potresti ristrutturare, nessuno vuole più i tuoi titoli. E grazie al cazzo, scusate il francesismo: se voi aveste, che so, delle azioni che potrebbero presto valere zero, cosa fareste? Cerchereste di venderle e di sicuro non ne vorreste comprare delle altre. La conseguenza di questo è che i rendimenti del titolo salgono, perché nessuno vuole un titolo a rischio, se rende anche poco. I rendimenti, visti dall'altra parte, sono gli interessi che lo Stato italiano paga su quei titoli, che aumenterebbero come una valanga. Un colpo di genio.
  2. Ma c'è un effetto di medio-lungo periodo che è anche peggiore: chi ristruttura diventa un "cattivo pagatore". E dopo chi li vuole, i titoli del debito di uno che non paga? O di uno che all'inizio paga e poi, di punto in bianco, elegge un comico qualsiasi e decide che ti deve meno della metà di prima? Se sei un cattivo pagatore, i mercati ti dicono: vuoi altri soldi a prestito? Allora paga più interessi, per compensarmi del rischio che tu stesso hai creato, con il tuo dissennato comportamento. Da quel momento e chissà per quanto, per il Paese che ha ristrutturato il debito sarà più difficile approvvigionarsi sul mercato di capitali e, di sicuro, i vecchi tassi, bassi e ragionevoli, se li può scordare per decenni. Chiedete agli Argentini ed agli Islandesi com'è andata a finire davvero, al di là della propaganda sulla fantomatica "rivoluzione silenziosa" che ha infestato e tenuto banco sul web per mesi. Se volete, trovate tre miei approfondimenti (qui, qui e qui).

5. Riduzione della tassazione delle micro-imprese, l'ossatura del tessuto produttivo italiano
In teoria, verrebbe da dire che sarebbe ora. Ma bisogna pure dire come compensiamo lo squilibrio che si viene a creare nei conti pubblici. Perché va bene togliere l'IRAP alle micro-imprese, ma la mastodontica spesa pubblica italiana, un moloch mostruoso come pochi al mondo, allora come la paghi? Con i biglietti per assistere alle giornaliere gaffes in italiano di Paola Taverna? 
I Cinquestelle questo non lo dicono, perché una vecchissima legge non scritta della politica italiana recita: "Mai, ma proprio MAI dire dove tagli la spesa, perché i destinatari di quella spesa s'incazzano, votano da un'altra parte e ti fanno pure la guerra".
Dio, o chi per lui, non voglia che questi qua si sono messi in testa di uscire dall'euro per poter stampare cartamoneta nostrana, la Lira Peppiana la chiamiamo, e con quella pagare la spesa pubblica! 
Che poi, per inciso, l'idea che una banconota valga di per sé, per la carta filigrana da cui è fatta, ma da dove viene? Dai meandri di internet o dall'opinione autorevolissima di qualche studente universitario bocciato all'esame di economia politica?
Una banconota rappresenta un pezzo del prodotto interno lordo, della ricchezza del Paese emittente. Per questo non se ne può stampare quanta cazzo se ne vuole: perché la ricchezza che c'è dietro e che "garantisce" il valore della banconota sempre quella è. 
Altrimenti, basterebbe fotocopiarla, no?

Se la BCE stampa una moneta da 10 euro, vuol dire che "dietro" c'è un pezzo di ricchezza dei Paesi dell'Unione che viene stimato in circa 10 euro. Il valore reale è vicino a quello nominale. Se la BCE ne stampasse il doppio, ogni banconota varrebbe, di fatto, la metà. E' vero che ci sono provvedimenti come il quantitative easing, ma si stratta di misure temporanee, garantite da riserve di valuta, la cui implementazione --proprio per evitare tensioni-- viene ponderata attentamente ed implementata con molta, molta cautela. E solo per il tempo strettamente necessario, resistendo alle pressioni politiche.

Ma diciamo che il governo Di Maio invece ci fa tornare alla Lira Peppiana, divisa in cento Dibba, e che impone alla Banca d'Italia, finalmente ripubblicizzata, di stamparne un bel po' per compensare i tagli delle entrate fiscali.
Nel giro di pochi mesi dallo scollamento tra valore nominale e valore reale della nuova divisa italiana, il valore della Lira Peppiana crollerebbe e si genererebbe una spirale inflattiva violenta. La gente inizierebbe a pretendere di esser pagata con valute stabili, cioè che oggi valgono all'incirca quanto valevano sei mesi fa e quanto varranno tra sei mesi; ad esempio... l'euro.
E' il mercato nero delle valute; come nei Paesi comunisti prima della caduta del muro di Berlino, quando i Paesi del blocco socialista pretendevano di decidere loro il tasso di cambio delle loro valute sgangherate, rispetto al dollaro o al macro tedesco. Il mercato, che poi è espressione del famoso "Paese reale", se ne frega di certe decisioni a tavolino.

Senza contare quello che accadrebbe con i fornitori esteri: e chi, nel mondo, vuol essere pagato con le fotocopie dei soldi? Tutti pretenderebbero euro o valute con un valore reale vicino a quello nominale. Soldi veri, insomma.
Ma a questi qua, la catastrofica svalutazione giornaliera delle valute dei Paesi dell'Africa nera non ha insegnato niente? 

Saluti,

(Rio)

mercoledì 13 luglio 2016

Il M5s e le benedette coperture [1] - Gli acquisti pubblici centralizzati


Salve.

In passato mi sono già occupato del Reddito di Cittadinanza proposto dal Movimento Cinque Stelle, analizzandone la realizzabilità sotto diversi punti di vista (il post è qui).

L'operazione è difficile, perché tanto i contenuti della proposta quanto le cifre indicate dal MoVimento cambiano di continuo e senza alcun preavviso né spiegazione: praticamente, ogni volta che qualcuno nel M5s fa un po' meglio i conti e scopre che le cose, com'erano state indicate sino a quel momento, non si possono proprio realizzare, arriva uno dei "pezzi grossi" e cambia le carte in tavola.

Non è raro imbattersi in due fonti grilline che si contraddicono tra di loro; specialmente quando una delle due è Beppe Grillo in persona che, nell'interesse del M5s, farebbe davvero meglio a non entrare mai nel merito di niente.

Sono certo che alla fine i Cinquestelle giungeranno ad un compromesso ragionevole tra la pura propaganda politica e la dura realtà dei numeri, ma credo anche che la effettiva realizzazione dell'iniziativa --ove mai dovesse giungere-- avrà abbandonato lungo la strada molti degli squilli di fanfara iniziali e lascerà insoddisfatti in tanti, tra coloro che aveva illuso al principio. 

La montagna di marketing politico pentastellato, prima o poi, un topolino lo partorirà per forza. Dovrà farlo, perché l'investimento in propaganda messo in campo sinora in materia di Reddito di Cittadinanza non lascia più spazio ad errori. 
Sarà poi compito dei Cinquestelle convincere gli Italiani che quello che avranno effettivamente realizzato è davvero ciò che avevano proposto all'inizio; o una sua prima fase, almeno.

Ciò premesso, dopo essersi preso una piccola pausa mediatica, il MoVimento sta lentamente tornando alla carica con il Reddito di Cittadinanza (RdC, d'ora in avanti), riproponendo l'eterno leitmotif delle coperture finanziarie, indicate sul Blog di Grillo qui.
Scopo di questo mio post è riprendere l'esame delle coperture, non soltanto per vedere se nel frattempo ci sono stati cambiamenti non annunciati, ma soprattutto per analizzarle nel merito con maggior dettaglio.
Visto mai che ci sbagliamo tutti, qua. :-)

Posto che, purtroppo, analizzare le cose nel merito richiede molto spazio, proprio non si può fare un post unico per tutte le fonti di copertura ipotizzate sul Blog di Grillo. Questo sarà, pertanto, il primo di una serie di post sull'argomento. Se no, mi dicono che scrivo papiri. :-)


1.   PROCUREMENT CENTRALIZZATO (valore indicato: 5  miliardi)
Partiamo quindi dalla voce di copertura più cospicua: cinque miliardi di euro rivenienti dai tagli alla spesa della Pubblica Amministrazione, ottenuti mediante la centralizzazione degli acquisti di beni e servizi. "Ogni oggetto [!] acquistato dalla Pubblica Amministrazione dovrà avere lo stesso presso [prezzo] da Aosta a Bari e da Udine a Palermo", annuncia trionfalmente il Blog di Grillo, anche se con una scelta terminologica da bimbiminkia e una correzione di bozze che ha visto sicuramente giorni migliori.

Per chi non avesse familiarità con l'argomento, l'idea dietro il procurement centralizzato è simile a quella dei gruppi d'acquisto: se compriamo in tanti, abbiamo uno sconto più forte e condizioni migliori. Posto che sono molti i servizi ed i beni che servono a più di un'Amministrazione Pubblica (pensate, ad esempio, ai contratti di fornitura della luce, agli arredi, ai computer, ecc.), li si compra tutti tramite la stessa centrale di committenza e si risparmia sino alla metà. Semplice, no?

Solo che in Italia il procurement pubblico centralizzato esiste già ed è bello che operativo da anni, soprattutto per la P.A. centrale.
E' gestito dalla CONSIP, una società per azioni istituita nel 1997 il cui unico azionista è il MEF (Ministero dell'Economia e delle Finanze), che svolge attività di consulenza, assistenza e supporto nell'ambito degli acquisti di beni e servizi delle amministrazioni pubbliche.
In concreto, la CONSIP è responsabile della realizzazione del Programma di razionalizzazione degli acquisti pubblici di beni e servizi (lanciato già nel 2000), attuato attraverso l'utilizzo di tecnologie informatiche e di strumenti innovativi per gli acquisti della P.A., che includono le convenzioni, il Mercato elettronico della P.A., gli accordi quadro, il Sistema dinamico d'acquisto e le gare in modalità ASP.  Queste ultime sono gare telematiche che consentono di avere i contratti di fornitura subito operativi, senza nemmeno dover applicare i diritti di segreteria.

Si tenga presente che già la L.296 del 2006 obbligava ad approvvigionarsi utilizzando le convenzioni quadro create dalla CONSIP "tutte le amministrazioni statali centrali e periferiche, ivi compresi gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado, le istituzioni educative e le istituzioni universitarie, nonché gli enti nazionali di previdenza e assistenza sociale pubblici e le agenzie fiscali".
Inizialmente, l'elenco delle amministrazioni vincolate a comprare tramite CONSIP --sia pure esteso-- non includeva gli Enti Locali cioè, principalmente, i Comuni. Ma con la Legge di Stabilità 2012, anche gli EE.LL. devono utilizzare la CONSIP per l'energia elettrica, il gas, i carburanti, i combustibili per riscaldamento, la telefonia fissa e mobile, i beni e servizi informatici e di connettività. Per le forniture di tutti gli altri beni e servizi, gli EE.LL. non devono, ma possono comunque affidarsi alla CONSIP.

Inoltre, la sentenza del Consiglio di Stato n.5202 del 22/10/2014 (scusate se il post diventa un po' tecnico, ma chi lancia slogan si sbriga prima di chi li vuol verificare, credetemi), mettendo fine ad un'annosa controversia giuridica tipicamente italiana, ha confermato l’obbligo di acquisto dei beni delle categorie merceologiche presenti nel catalogo CONSIP anche per tutte le Aziende Sanitarie.

Morale della favola: quasi tutte le Pubbliche Amministrazioni, ad eccezione di quelle presenti nelle Regioni a Statuto Speciale, hanno l'obbligo da anni di approvvigionarsi tramite la Centrale di committenza CONSIP per la maggior parte delle forniture o, nel caso degli EE.LL., almeno per una parte significativa di esse.

Niente di nuovo, quindi.
E allora?
Be', nel quadro sopra descritto c'è una sola, significativa eccezione: le Regioni a Statuto Speciale. Nonostante una serie di accordi tra queste, la CONSIP e la Conferenza Stato-Regioni stipulati negli ultimi anni, i costi di approvvigionamento, ad esempio, della P.A. siciliana sono ben lontani dall'ottimizzazione.
In particolare, i costi delle forniture sanitarie (ma non solo) di molte "ASP" siciliane sono parecchio più alti di quelli delle "ASL" o "AUSL" del resto d'Italia.

Come mai? Ci mangiano?
Sì. Ma il nodo critico è che ci mangiano soprattutto i "piccoli".
Sostanzialmente, la Sicilia si è sempre opposta al ricorso generalizzato alla CONSIP perché, soprattutto per le forniture sanitarie, la centralizzazione degli acquisti distrugge le piccole imprese locali, che non hanno la capacità di concorrere sugli alti volumi dei colossi nazionali.

Una questione ideologica e di lobby, quindi, non troppo dissimile da quella che oppone i negozietti di quartiere alle catene della grande distribuzione: i "grandi" hanno economie di scala e quindi costi marginali con cui i "piccoli" non possono competere.

Tuttavia, da alcuni anni, le forti pressioni ad adeguarsi al resto del Paese operate sul governo dell'isola hanno prodotto risultati tutt'altro che trascurabili: sempre più gare di fornitura anche in Sicilia si svolgono tramite la CONSIP, con un risparmio annuo che nel 2015 ha raggiunto i 400 milioni di euro e che, una volta a regime, si stima varrà circa due volte tanto.

Fin qui, quel che hanno fatto gli altri.
Veniamo ora a cosa vuol fare chi punta il dito accusatore.
Come intende il Movimento Cinque Stelle "spremere" ben cinque miliardi in più dalla centralizzazione delle forniture CONSIP?
Silenzio di tomba.   :-)

Il Blog di Grillo dice solo che un dato prodotto o servizio deve avere lo stesso prezzo ovunque, che è una ovvia conseguenza del procurement centralizzato e quindi non aggiunge nulla a quanto già detto. Uniformare i prezzi è una delle ragioni per cui esistono le centrali di committenza. Quindi?

Ma il Blog di Grillo riporta anche la frase: "ogni oggetto acquistato dalla Pubblica Amministrazione".
A prescindere da ciò che il bislacco termine "oggetto" voglia significare (prodotto di consumo? Prodotto durevole? E le forniture di servizi, invece, no?), attualmente non è così: non tutto quello che viene acquistato dalla Pubblica Amministrazione passa attraverso la CONSIP.

Che quelli del M5s vogliano dire "Basta ruberie dalle tasche dei cittadini! Da oggi, tutto tramite CONSIP!", forse?
Be', se è così, non è che caschino proprio benissimo.
C'è un buon motivo, infatti, se non tutto si acquista tramite CONSIP e se, a partire dalla Legge di Stabilità 2016, per i micro-affidamenti di beni e servizi sotto i 1.000 euro, addirittura decade l’obbligo di approvvigionamento telematico introdotto dalla Speding Review del 2012: il motivo è, ancora una volta, il risparmio.

Semplicemente, per quei micro-affidamenti, il costo per le finanze pubbliche del ricorso alla CONSIP è maggiore di quello sostenuto gestendo l'affidamento in locale.
Di conseguenza, un ricorso generalizzato alla CONSIP per ogni tipologia di beni e di servizi e per qualsiasi importo --come io presumo vogliano fare i grillini, che per ora hanno sempre voce per lanciare accuse, ma sulle soluzioni sono muti come pesci-- porterebbe ad un aumento dei costi, invece che ad un risparmio, oltre a rallentare l'attività della P.A. imponendole carichi amministrativi necessariamente maggiori a quelli relativi all'emissione di un buono d’ordine ed alla gestione mediante cassa economale.

In ultimo, le rosee stime di risparmio del governo Renzi --che sicuramente in fatto di boutades ha rispettabile voce in capitolo-- parlano di circa 2 miliardi di euro l'anno ancora ottenibili dalle ottimizzazioni di spesa.
Se fossero veri, sarebbero pur sempre "bei soldi", come si dice dalle mie parti, appena sotto la metà del gettito IMU sulla prima casa, quindi mica bruscolini; ma siamo ancora lontanissimi dai 5 miliardi di euro strombazzati nella proposta grillina!
Senza contare che la stima di Renzi fa riferimento alle politiche di risparmio già messe in atto dal governo nel 2014-2016 e che quindi, se pur realizzassero i risparmi ventilati, non potrebbero rientrare nel conteggio dei cinque miliardi "virtuali" indicati dai grillini.

La prossima volta, affronterò il taglio alle spese militari e l'aumento dei canoni di concessione per la ricerca di idrocarburi; voci che, a sentire loro, varrebbero ben due miliardi e mezzo ciascuna. Non sarebbe bellissimo?  ;-)

Saluti,

(Rio)