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lunedì 11 settembre 2017

Il mio 11 Settembre: due ricordi


Salve.

L'11 Settembre 2001 è, come si suol dire, una di quelle date in cui tutti ricordano cosa stessero facendo, al momento dei fatti.
Io ho vissuto quegli eventi in una fase particolare della mia vita, e vorrei riportare qui due mie esperienze.




Il primo è un ricordo che condivido con molti altri amici e colleghi di corso di allora.
Martedì undici Settembre 2001, il giorno dell'attentato, eravamo al nostro secondo giorno all'ISPI di Milano, per il modulo di "Istituzioni internazionali" del Master in Management Pubblico che stavamo frequentando da nove mesi.

La mattinata era andata bene, ma nel corso della lezione pomeridiana, alcuni colleghi del docente continuavano ad entrare in aula ed a sussurrargli qualcosa.
Lui, in modo professionale, continuò la lezione sino a che poté e dopo disse, con aria visibilmente preoccupata: "E adesso andiamo a vedere cosa diavolo sta succedendo a New York."

Nel primo pomeriggio, lasciammo la sede dell'ISPI e alcuni di noi --tra cui anch'io-- si fermarono davanti alla vetrina di un negozio di elettrodomestici, a guardare nei televisori accesi, come imbambolati, le scene ripetute mille volte di quei due aerei che si schiantavano contro le Twin Towers. Prima l'uno, poi l'altro. Prima l'uno, poi l'altro.
Con noi, molti passanti e turisti.

Avevo 31 anni, allora, ed una visione molto diversa del mondo. Sino a quel momento, per me, il pericolo per noi veniva dai rigurgiti delle ideologie totalitarie del Novecento, non certo dall'Islam politico!
La vetrina con i televisori era in Galleria Vittorio Emanuele. Quel giorno entrai in galleria con un'idea del mondo e ne uscii con un'altra. Ma soprattutto capii che questa data, l'11 Settembre, per me non sarebbe mai più stata una data come tutte le altre. Mai più.


Il secondo è un ricordo più personale.
Era l'11 Settembre 2002, il primo anniversario della strage, e io mi trovavo in Algeria per lavoro.
Quel pomeriggio uscii prima dalla sede di Dely Ibrahim, un piccolo centro a 15 km da Algeri. Era mercoledì, il weekend era alle porte (il weekend in Algeria è giovedì e venerdì; quindi il mercoledì pomeriggio è un po' come il nostro venerdì pomeriggio) ed era una bella giornata, nemmeno troppo calda.
Per cui, tornato ad Algeri, decisi di scendere da Les Tagarins, il rione in cui era situato l'hotel, sino a Bab el-Oued, quartiere molto più vitale e popolare, a sentire "che si dice in piazza".

Immediatamente, mi ritrovai nei pressi di una folla festante: c'era una sfilata di piccoli motocarri agricoli addobbati a festa, con sopra musicisti che suonavano strumenti tradizionali; dietro di loro, tutte le auto suonavano il clacson, come di solito accade ai matrimoni, nel mondo arabo.
Ed io, infatti, da terrone che non sono altro, proprio a quello pensai: dev'essersi sposato il figlio di qualche boss della mala locale, un personaggio famoso o una cosa così.
Solo, perché tutta quella gente che festeggiava sui marciapiedi? E i venditori di dolcetti per strada? Ce n'erano sempre a Bab el-Oued, ma non mi sembrava di ricordarne così tanti.
Cosa stava succedendo, davvero?

Be', succedeva che --per la prima volta, a quanto pare-- il Mondo Islamico stava festeggiando l'anniversario di una "vittoria" sull'Occidente Giudaico-Cristiano, o che cazzo è che saremmo noi per loro.
Per la prima volta, qualcuno, lo Sceicco Osama Bin Laden, ormai elevato al rango di leggenda vivente, era riuscito a farci piangere i nostri, di morti, dopo che molte altre volte "noi" gli avevamo fatto piangere i loro.
Credo sia inutile descrivere il mio sgomento a quella notizia: ad Algeri si festeggiava per strada la ricorrenza di una carneficina, di un massacro di innocenti.
Per qualche giorno, semplicemente, mi rifiutai di accettarla per vera.
Ma era vera.

Da quel giorno, io smisi di guardare alle masse --tutte; arabe e non arabe, sia chiaro!-- con l'atteggiamento ottimista di chi pensa che le istanze del popolo, alla fine, se non giuste, siano almeno sempre ragionevoli.
Da allora, per me le masse sono solo un gigantesco maglio, una forza d'urto immensa, tanto potente quanto emotiva, irrazionale; uno strumento di distruzione, e mai --dico MAI-- di creazione, che chiunque abbia gli strumenti dialettici giusti può controllare e manipolare, asservendolo al raggiungimento dei propri fini personali e privati.

Questa esperienza venne rafforzata dalle reazioni in Occidente: da un lato, la rabbia e sete di vendetta di alcuni e dall'altro la soddisfazione puerile dei totalitaristi, fascisti e comunisti, gli eterni perdenti della Grande Guerra Ideologica del Novecento, che si "consolavano" con le vittorie di un regime teocratico islamico del tutto antitetico ad entrambi i loro modelli culturali ma che --in mancanza di meglio-- venivano festeggiate come vittorie proprie.

Nella vita, a volte, si cresce in modo lento, graduale. Altre volte, invece, si ha la sfortuna di vivere delle esperienze che ci costringono a cambiare il nostro modo di vedere le cose di colpo.
Ecco: per me, l'11 Settembre è stata una di queste esperienze.

Saluti,

(Rio)

lunedì 26 giugno 2017

Rodotà ed il mondo dei diritti gratis


Salve.

Com'era prevedibile, la recente scomparsa del professor Stefano Rodotà e la grande eco mediatica che ne è seguita hanno indotto tanti ad interrogarsi sulla figura e sul lascito dell'insigne giurista, con molteplici prese di posizione, quasi tutte variamente classificabili tra il banale ed il superficiale.
I ricordi di Rodotà che circolano su internet sono ascrivibili, sostanzialmente, a tre aree:


  • "Rodotà, il campione di diritti" (be', non essendosi praticamente mai occupato d'altro in vita sua, vorrei pure vedere);
  • "Rodotà, il presidente che non ci meritavamo" (probabilmente avrebbe fatto meglio di altri; ma era un outsider, un ostracizzato e, come tale, difficilmente candidabile. È così che  ‒da sempre e ovunque‒ va la politica. Facciamocene una ragione, una buona volta, signori del Fatto Quotidiano);
  • "Rodotà, l'intellettuale grillino" (nonostante lui abbia più volte ribadito di non avere nulla a che fare con il Movimento Cinque Stelle, e nei suoi libri le critiche aperte alle cazzate di Grillo e Casaleggio non mancano di certo: basta controllare).

Chi ne ha difeso il pensiero lo ha fatto senza minimamente azzardarsi ad analizzarne le incongruenze, che a mio parere, invece, ci sono e sono anche rilevanti. 
Chi lo ha attaccato, d'altra parte, lo ha fatto per lo più sulla base della sua presunta contiguità politica con il partito della Casaleggio Associati, come se Rodotà e "Rodotah" fossero la stessa persona. E non è mai stato così.

Pertanto, in questo post, io vorrei provare a fare una cosa diversa: tentare una veloce disamina dei meriti e dei limiti di una figura da oltre vent'anni considerata (immeritatamente) marginale nel pensiero politico italiano, senza curarmi di barricate e schieramenti di ogni genere ed affidandomi ‒questo concedetemelo!‒ solo alle mie idee, prospettive e conoscenze, per una valutazione. 

La storia della Sinistra italiana, specie di quella parte della Sinistra più lontana dalle logiche di partito, è costellata di figure ‒anche di un certo spessore culturale ed ideologico, come il prof. Rodotà‒ la cui opera intellettuale è imperniata sull'analisi delle implicazioni e sulla comprensione delle interconnessioni tra attuazione dei diritti civili e democrazia. Se ne trovano tra gli "esiliati" dei grandi partiti di Sinistra, così come anche in altre organizzazioni politiche come, ad esempio, i Radicali.
E fin qui, niente da dire. Anzi, menomale che questi guardiani dei diritti esistono: non si smette mai di averne bisogno. 

Ciò che spesso manca, a mio parere ‒ed in Rodotà la cosa è particolarmente evidente‒ è una visione davvero sistemica della società contemporanea che, una volta posto l'accento sull'ineluttabilità ed importanza dei diritti, porti ad interrogarsi anche sul come rendere davvero realizzabile tale visione. 
Mi spiego: Rodotà dice cose sacrosante come «i diritti civili spettano all’uomo come tale e non al solo cittadino» e «la persona è irriducibile alla logica di mercato». 
Incontestabile. 
Ma ciò che Rodotà ed altri sulla sua stessa lunghezza d'onda sembrano davvero rifiutarsi di vedere è che ad ogni diritto è sempre associato un costo, sia economico che non economico. Ed il rifiuto da parte di Rodotà, su basi evidentemente ideologiche, di accettare questo dato di fatto non lo rende meno vero; nemmeno un po'.
È semplicemente un fatto e, come tale, andrebbe prima accettato e poi tenuto ben presente ogni volta che si fanno analisi. Il rischio, altrimenti, è quello di fare affermazioni tanto belle quanto ingenue, campate in aria e scollegate dalla realtà.

Ad esempio, "il diritto costituzionalmente garantito al lavoro" è già di per sé un concetto abbastanza vago. Ma è davvero troppo facile enunciarlo tout-court, dimenticandosi che la sua realizzazione non può prescindere da esigenze di equità sociale ed intergenerazionale, e da oggettivi vincoli economici e strutturali; in altre parole, dai limiti oggettivi del sistema.

Perché credeva, il professor Rodotà, che la politica di Sinistra non avesse mantenuto le tutele del lavoro per le nuove generazioni? Perché credeva, Rodotà, che i poveri professor Massimo D'Antona e Marco Biagi ‒ammazzati pure a pistolettate dalle BR per questo‒ avesse elaborato pacchetti di misure sul lavoro flessibile? 
Perché forse erano tutti servi sottomessi alle logiche di "complessiva ristrutturazione e riforma economico-sociale, di riadeguamento delle forme del dominio statuale, nel rinnovato ruolo dell'Italia nelle politiche centrali dell'imperialismo", come si legge nei comunicati di rivendicazione delle Brigate Rosse?
Certamente no. 
Ma allora perché, secondo Rodotà, in tutto il Mondo Occidentale la Sinistra, ad un certo punto, ha abbandonato la strada "dei diritti acquisiti sul lavoro"? E questo pure da noi, nonostante i fondamenti di tali diritti fossero chiaramente indicati nella nostra Carta Costituzionale?

Be', su questo Rodotà glissa. 
Ed è un atteggiamento comune a molti altri intellettuali della sua parte politica: il sistematico rifiuto di guardare alle cause di base che hanno prodotto l'allontanamento della Sinistra dalle vecchie logiche. 
Perché tali cause, purtroppo per loro, non sono ideologiche, bensì fattuali; e, come tali, non sono comprensibili a chi vede il mondo attraverso una lente ideologica, né riducibili ad una interpretazione di quel tipo. 

Come si fa a far capire a chi guarda alla realtà attraverso i propri elevati ideali che un principio, per quanto giusto e condivisibile, è nei fatti irrealizzabile perché non ci sono più le risorse economiche né le condizioni e che, se si decidesse ugualmente di metterlo in pratica nella sua forma più pura, le conseguenze di medio-lungo periodo sarebbero disastrose per tutti (anzi, già se ne vedono i segnali oggi)?

Non è possibile.
E, difatti, Rodotà se ne esce con affermazioni come: «alcuni diritti fondamentali, come istruzione e salute, non possono essere vincolati alle risorse economiche.»
Ma che belle parole. Tante grazie, professor Rodotà, non ci avevamo proprio pensato.
Allora, facciamo che da domani paghiamo investimenti infrastrutturali nella sanità e nell'edilizia scolastica, forniture ospedaliere e personale scolastico, medico e paramedico con un po' di cartamoneta straccia ‒ma sovrana e stampata per l'occasione, sia chiaro‒ e una pacca sulla spalla. Saranno felicissimi, vedrà.

È Rodotà che afferma che «senza il diritto al lavoro, la persona perde la propria dignità», dimenticandosi che in Italia proprio il diritto al lavoro, implementato a tappeto a vantaggio di una generazione, ha prodotto il Paese che conosciamo oggi, con lo squilibrio intergenerazionale più grave dell'Occidente, in cui la sostanziale inamovibilità dell'occupazione di alcuni viene assicurata dalla totale precarietà di tutti gli altri, e la pensione di alcuni viene garantita dai contributi silenti versati da tutti gli altri.
Promettere "tutti i diritti a tutti" è una roba per vendere libri e prendere applausi ai convegni, ma da una figura dello spessore di Rodotà abbiamo il diritto, e direi anche il dovere, di aspettarci di meglio.

E invece niente.
Ci tocca leggere persino un intellettuale di primo livello come lui affermare che «un principio inaccettabile per la Sinistra è la riduzione della persona a homo oeconomicus, che si accompagna all’idea di mercato naturalizzato: è il mercato che vota, decide, governa le nostre vite.»
Sì, buonasera.
Quella dell'homo oeconomicus è una fissa antica che stenta a cedere il passo, specie a Sinistra e specie ‒perdonatemi‒ tra i giuristi che si mettono a discettare di economia. Non me ne vogliano a male gli studiosi del diritto. 
In realtà, nelle principali visioni economiche moderne, anche in quelle più liberiste, non esiste alcun homo oeconomicus, né tantomeno nessuno si sognerebbe di eleggere il mercato, un mero strumento per assicurare ricchezza ed efficienza, a Vate Supremo che decide in nome e per conto del Genere Umano.
E ci mancherebbe, anche.
Il mercato rappresenta soltanto un insieme di vincoli: alcuni più forti, altri più deboli.
Sia chiaro, vincoli che uno può anche scegliere di ignorare, come probabilmente avrebbe voluto fare il professor Rodotà, ma non se non si è pronti ad accettarne le conseguenze o, peggio, scaricandone le responsabilità ed il conto da pagare sugli altri, come invece accade oggi in Italia.

Del resto, abbiamo tutti una lezione della Storia da imparare: quasi mezzo mondo, nel XX Secolo, ha provato a costruire società che riteneva "più giuste", ignorando le leggi del mercato. Le conseguenze sono state molte ma, prima tra tutte, si è avuta una delle più clamorose implosioni socio-politico-economiche mai viste nelle vicende dell'umanità. Mai, davvero MAI, un modello socio-economico è fallito in modo così rapido, evidente e spettacolare.

Ma se Rodotà e qualcun altro vogliono continuare a dimorare nel mondo fatato dei diritti gratis, si accomodino pure. La Storia ha sberle pronte anche per loro.
Solo, mi dispiace che un professore educato, intelligente e preparato in materia costituzionale come lui si ritrovi ‒almeno in economia‒ ad aver detto le stesse cose di un Diego Fusaro qualsiasi. Non è giusto; né per lui, né per noi.

Saluti,

(Rio)


lunedì 5 giugno 2017

In fuga dal brutale regime di Hamas a Gaza, migliaia di Palestinesi cercano rifugio ad Atene (di Zvi Bar’el)


Salve. 

Il quotidiano israeliano Haaretz, noto per non essere affatto tenero con il governo di Gerusalemme, ha di recente pubblicato un articolo a firma di uno dei suoi editorialisti, Zvi Bar’el, sulla condizione dei rifugiati palestinesi ad Atene. 

Si tratta, per lo più, di gente scappata da Gaza per sfuggire al brutale regime di Hamas e rappresenta, a mio parere, uno spaccato molto crudo ed interessante non solo sulle condizioni di vita nella Striscia, ma anche su quelle nei campi profughi europei.

L'articolo è disponibile in lingua originale cliccando su questo link.
Segue qui una mia sintesi tradotta.

«
In fuga dal brutale regime di Hamas a Gaza, migliaia di Palestinesi cercano rifugio ad Atene
di Zvi Bar’el
(Titolo originale: "Fleeing Hamas' Harsh Rule in Gaza, Thousands of Palestinians Seek Refuge in Athens")

ATENE - "Le devo chiedere di andarsene subito", dice una donna, mentre scarica scatoloni da un furgone bianco. I due uomini che l'aiutano si fermano e mi fissano.
"Ci sono rifugiati siriani, qui?" chiedo io.
"Chi vive o non vive qui non la riguarda minimamente. Se ne vada. Se lei cerca rifugiati siriani, li può trovare su Google: sono tutti lì."
La donna ed i suoi due assistenti sono una specie di comitato residenziale o, più precisamente, un comitato di quartiere, che aiuta i rifugiati siriani che hanno trovato riparo in edifici abbandonati occupati anche da Greci all'interno del pittoresco e pericoloso quartiere ateniese di Exarcheia. E' un rione di anarchici che nel tempo libero decora i muri di edifici decadenti con bellissimi graffiti e aiuta i rifugiati.

Ad un isolato dalle case occupate, a metà di via Notara, in un quartiere in cui gli alberi di fico fanno ombra alla gente che siete su panchine scolorite, c'è il centro di formazione per i rifugiati. Si tratta di un'altra iniziativa dei volontari greci, che vengono qui una o due volte alla settimana per insegnare il greco.
Proprio lì, un avviso su una bacheca fa riferimento ad un albergo dal nome roboante, il City Plaza Hotel, a circa due chilometri dal centro di formazione. In questo diroccato ostello che ancora ostenta tre stelle, vivono circa 150 rifugiati. L'hotel è stato requisito da attivisti di sinistra. All'ingresso dell'albergo, "Osama" (uno pseudonimo, come tutti gli altri nomi citati in questo articolo) è nel bel mezzo di una concitata e spiacevole conversazione.

"Ci sono rifugiati siriani, qui?", chiedo di nuovo.

"Ma perché siete interessati solo ai rifugiati siriani e non anche a noi rifugiati palestinesi?", mi risponde Osama, con un marcato accento palestinese.

"Palestinesi?" chiedo io, sorpreso.

"Quanti ne vuole! Ce ne sono migliaia qui", mi dice. "Io stesso sono arrivato da Gaza un mese fa e ci sono molti miei amici che vivono qui. Venga a conoscerli".

Dopo una breve camminata, arriviamo a piazza Victoria, che è diventata nel tempo una sorta di punto d'incontro per i rifugiati da tutto il mondo. Osama invita tre amici a seguirci sino alla piazza: due di loro sono Gazani ed il terzo, Hassan, è un Siriano arrivato ad Atene circa due settimane prima da Idlib, che era stata massicciamente bombardata sia dalle truppe siriane che da quelle russe. Hassan aveva incontrato i due Palestinesi solo due giorni prima e, da quel momento, era divenuto inseparabile da loro.

Osama era scappato da Gaza utilizzando uno dei tunnel clandestini che collegano la Striscia con l'Egitto.
"Sì, ci sono dei tunnel che non sono stati distrutti e vengono ancora utilizzati dai civili che vogliono scappare. Alcuni passano attraverso il valico ufficiale di Rafah, ma costa moltissimo. Ho amici che hanno dovuto versare mazzette di 2.500 o 3.000 dollari USA alla polizia di frontiera egiziana perché li lasciassero passare", mi dice.
"È un business molto lucrativo sia per per gli Egiziani che per Hamas. Per uscire dal valico di Rafah, devi prima registrarti con Hamas, pagare loro e poi il tuo nome viene iscritto sulla lista d'attesa. Prima che io partissi, c'erano più di 25mila residenti di Gaza che si erano prenotati per uscire dal Paese. Questo perché non esistono giorni o orari regolari per l'apertura del valico di frontiera di Rafah e, ogni volta che lo aprono, lasciano passare solo poche centinaia di persone."

Di conseguenza, dice Osama, le liste d'attesa si allungano e, prima che venga il tuo turno, possono passare dei mesi. "Quindi, devi pagare sia Hamas che gli Egiziani per passare in cima alla lista. Hamas controlla che tu abbia i soldi per pagare anche gli Egiziani. Se non ce li hai, finisci in fondo all'elenco", mi dice.
"Quando poi arrivi in Egitto, anche se hai pagato un sacco di soldi, ti umiliano e ti maltrattano. Se non hai pagato gli Egiziani, è meglio per te se trovi il modo di passare utilizzando i tunnel e sperare che dall'altra parte non incontri un poliziotto egiziano che chiede una tangente per non rispedirti a Gaza".

Osama stima che ci siano circa 6mila rifugiati palestinesi solo ad Atene, per lo più da Gaza. È difficile verificare queste cifre, perché molti Palestinesi hanno comprato passaporti siriani contraffatti per accelerare la procedura di ottenimento di asilo. Ma il centro studi Badil ("Badil Resource Center for Palestinian Residency and Refugee Rights", ndt), che monitorizza gli spostamenti dei rifugiati palestinesi in tutto il mondo, ritiene che il vero numero sia anche più elevato.

Altri dati provengono dall'EASO, l'Agenzia UE di Supporto ai Richiedenti Asilo, la cui ultima pubblicazione riferisce di oltre 45mila rifugiati palestinesi in Grecia, benché molti di loro residenti in Siria. Nelle cifre dell'EASO, il numero dei Palestinesi gazani è più basso dei 6mila riferiti da Osama, ma si aggira comunque sui 4.500 almeno. Non è chiaro il motivo per cui molti rifugiati non si siano registrati con le Agenzie ufficiali, anche se tale registrazione consente di ricevere un piccolo sussidio di 190 euro al mese, oltre all'assistenza per ottenere un permesso di residenza permanente.

Si chiede la porta per la Germania
La fuga di rifugiati da Gaza non è un fenomeno nuovo: una vasta ondata migratoria si è verificata subito dopo la guerra con Gaza del 2014. Dopo, si è avuto un periodo di calma, cui ha fatto seguito un nuovo flusso, in concomitanza con il massiccio esodo dalla Siria, circa un anno e mezzo fa. Anche loro hanno seguito la via attraverso la Turchia e la Grecia, per poi proseguire verso l'Europa Occidentale.

Osama è arrivato in Turchia, prima di proseguire verso l'isola greca di Chios, dove si è registrato e ha ricevuto un "documento di residenza". questo mese, ha presentato domanda per lo status di rifugiato che gli consentirebbe di restare, ma l'esame della sua pratica è stato posposto ad Ottobre. Osama ha moglie e figli che vivono in una cittadina arabo-israeliana e che lui spera di far arrivare in Grecia, se dovesse ottenere il permesso di residenza permanente.

"E perché lei non è rimasto in Turchia?", gli chiedo.
"La Turchia è un Paese difficile e la gente non è ospitale. Tutto sommato, restare legalmente in Europa è preferibile che vivere in Turchia, e dalla Grecia spero di poter emigrare nuovamente verso la Germania. Ma mi hanno riferito che è molto difficile ottenere la residenza permanente in Germania", dice Osama.

"I Tedeschi permettono ai Siriani di ottenere questo tipo di residenza, perché loro hanno un Paese a cui tornare, quando la guerra laggiù sarà finita. Ma noi Palestinesi non abbiamo una terra e i Tedeschi temono che noi si possa restare in Germania per sempre".
Queste non sono spiegazioni che i Palestinesi hanno ricevuto dai Tedeschi, ma "argomenti che si trasmettono i rifugiati tra di loro con il passaparola", dice.

"È più semplice arrivare in Svezia che in Germania".
Tuttavia, il viaggio per la Svezia è complesso e lungo. "C'è un medico palestinese, qui, che è arrivato con moglie e tre figli. Per portarli in Svezia, i trafficanti di esseri umani chiedono 5.000 dollari USA per ogni membro della famiglia. Al dottore servono quindi 25mila dollari per il viaggio, soldi che sta cercando di mettere insieme, con l'aiuto dei suoi parenti a Gaza", dice Osama.
"Da dove arriveranno quei soldi, lo sa solo Allah. Si immagini un medico, una persona rispettabile con una professione, che è dovuto scappare da Gaza solo perché sospettato di non essere leale nei confronti di Hamas".

Ayman, un altro rifugiato gazano che sino a quel momento aveva ascoltato la conversazione in silenzio, aggiunge: "Io sono un vignettista, un artista, ed ho tenuto delle mostre a Gaza. Hamas non amava i miei lavori e mi hanno proibito di disegnare ancora; mi hanno anche arrestato. Dopo esser stato in galera in una prigione di Hamas, ho deciso di scappare", dice.

"Mi hanno legato le mani ed i piedi, mi hanno percosso e, a seguito delle ferite riportate per i loro colpi, mi hanno trasferito in un ospedale, dove sono rimasto per oltre un mese. Nel frattempo, avevano anche arrestato mio fratello, per cercare di estorcergli informazioni sul mio conto".

Ayman tira fuori il suo cellulare, dove ha salvato i suoi disegni e scorre da un'immagine all'altra per mostrare il proprio talento. Profili di donne, volti di bambini e qualche disegno a carattere non politico.
"Qui nessuno presta attenzione al mio lavoro. Inoltre, non parlo la lingua, non ho conoscenze né soldi per cercare di mettere su un'attività in proprio. Sono anche cauto rispetto all'idea di mettermi a fare ritratti alla gente per strada.

"Noi siamo Palestinesi ed i Greci, benché gentili ed garbati, non amano gli stranieri, specialmente gli Arabi. Se qualcuno colpisce un Greco per strada, tutti correranno in suo soccorso. Se qualcuno aggredisce un rifugiato siriano o palestinese, invece, si voltano tutti dall'altra parte."
Mentre Ayman parla, Naji, l'altro Gazano, si tira su una gamba dei pantaloni per mostrare una ferita profonda che sostiene essere stata causata dalle torture subìte nelle prigioni di Hamas.
"Un giorno ho anche cercato di suicidarmi. Ho battuto la testa con forza contro il vetro di una finestra e poi ho cercano di spingere il collo sul vetro rotto. Ma mi hanno tirato via subito e ho fallito", dice, mostrando una brutta cicatrice sul collo. "Ti dico, Gaza è sul punto di una guerra civile e nessuno sa cosa stia davvero succedendo lì. Non importa a nessuno."

Naji non è sposato e non ha progetti di sposarsi nell'immediato. "Dove li trovo i soldi per un matrimonio?", dice. "Non ho nulla per pagare l'affitto o per comprare del cibo decente. La mia è una famiglia povera, non è mica come quella di di Osama!"

I tre uomini mi riferiscono di aver passato i primi giorni ad Atene con un amico che era arrivato prima di loro; ma molto presto hanno dovuto cercarsi un proprio posto per dormire.
"Ed i nostri amici non abitano certo in case di lusso", dice Naji. "Tutti qui sono sotto pressione. Non c'è lavoro ed i soldi arrivano per lo più dai familiari rimasti in patria. Solo i rifugiati iracheni se la passano meglio. Sono arrivati qui con dei soldi."

Gli Arabi combattono gli Afghani ed i Pachistani
Le luci della piazza cominciano ad accendersi ed il quarto giro di caffè arriva al nostro tavolino dal bar accanto. "Vieni a vedere come viviamo", dice Osama. "Guarda com'è dormire per strada, ammassati come pecore in un ovile, l'uno sull'altro, senza un posto per lavarsi né un gabinetto. Ogni cosa intorno puzza ed è lurida".
Più tardi, ritorniamo alle case occupate, dove gli infissi delle finestre sono stati strappati via e le scale puzzano di urina o peggio. Osama mi dice: "Forse oggi dormo nel parco. Il tempo è buono, non fa più freddo ed è meglio dormire su una panchina che tra la puzza e le urla del palazzo."

Nell'edificio, i vicini adocchiano il gruppo che arriva. Alcuni di loro conoscono Osama e lo salutano, altri lo ignorano. "Questa è la parte più difficile. Ti sembra di non avere amici in questo palazzo. Devi restare guardingo con tutti, anche se sono Palestinesi. Non hai idea di cosa l'affollamento e la mancanza di cibo fanno alla gente", mi dice.

"Alcune settimana fa, un Afghano ha ammazzato sua moglie sull'isola di Chios. I rapporti tra Afghani e Siriani sono molto tesi e gli ospiti dei due campi profughi si sono azzuffati finché non è intervenuta la polizia. Da allora, hanno tenuto gli Afghani ed i Pachistani separati dagli Arabi."

Mentre ci incamminiamo verso l'edificio in cui vive Osama, il ventiseienne Hassan, il Siriano, mi dice che per lui le cose vanno abbastanza bene. Vive al quinto piano di un edificio che lo Stato ha attrezzato per i profughi e, poiché lui è un rifugiato registrato ufficialmente, riceve un aiuto finanziario insieme a sua moglie e sua figlia, nata mentre la coppia era in Turchia.
Si lamenta solo del fatto che l'ascensore non funziona e che i residenti possono avere ospiti nell'edificio solo tra le 17:00 e le 22:00. "Inoltre --mi dice-- non si può lasciare l'edificio per più di tre giorni, o si viene espulsi".

Il suo sogno, come quello di chiunque altro qui, è di arrivare in Germania o in Olanda, perché in Grecia non c'è alcuna possibilità di trovare un lavoro stabile. Mi riferisce che aveva cominciato la carriera militare nell'esercito di Assad, ma che aveva disertato dopo essere stato ferito e trasferito in Giordania per le cure mediche.
Lì, si era consolidata la sua decisione di scappare, ma non prima di rientrare ad Idlib, per portare via anche la sua ragazza. Poi, sono partiti per il confine con la Turchia a piedi. Non essendo riuscito a trovare una collocazione nemmeno lì, con l'aiuto di trafficanti di esseri umani turchi, era riuscito ad entrare in Grecia.

"Gli scafisti ti danno la caccia come se fossi un animale", dice Hassan. "Ti fanno promesse, ti fanno pagare soldi su soldi, ti minacciano di ucciderti se non paghi tutto. E alla fine capisci che non hai scelta."

Gli chiedo se rientrerebbe in Siria.

"Non c'è niente per me in Siria, adesso. L'Esercito Siriano mi cerca perché sono un disertore. I ribelli non sanno cosa farsene l'uno dell'altro e si combattono incessantemente. Tutto ciò che voglio è vivere la mia vita, lavorare e supportare mia moglie e mia figlia. Mi avevano insegnato che morire per il mio Paese è un onore, ma per quale Paese potrei morire, adesso?"

Circa 62mila rifugiati vivono in Grecia, bloccati tra i loro Paesi di origine e la terra dei loro sogni. Alcuni di loro vivono in campi profughi, mentre altri hanno trovato sistemazioni temporanee. In entrambi i casi, si tratta di una vita instabile, insicura e con prospettive minime.

Per dirla con Osama, "Un'intera generazione di bambini si sta perdendo, qui. A Gaza, almeno, ci sono scuole ed ospedali, e forse è persino possibile lavorare." (Egli stesso ammette che a volte ha fatto soldi "rubando l'auto agli Ebrei").
Qui i bambini non hanno né scuole né asili. I genitori cercano di insegnare loro qualcosa, ma non c'è materiale didattico e nemmeno un posto tranquillo per fare da scuola. Nelle palazzine dei profughi si sente urlare continuamente ed è facile supporre che questi bambini da grandi saranno dei criminali", mi dice.

"Te lo dico onestamente: è questa la generazione di cui l'Europa deve avere paura. Noi adulti capiamo come nella vita si debba abbassare la testa e stare buoni, ma questi bambini, che vedono i loro genitori vivere in ansia e senza alcun mezzo di sostentamento, stanno venendo su male."

La scorsa settimana, è giunta la notizia che altri 113 rifugiati e migranti sono sbarcati a Chios ed a Samos, che già scoppiano di migliaia di richiedenti asilo non registrati, ed il cui status non è affatto chiaro.
Su queste isole, sono stati creati speciali campi per richiedenti asilo, a cui è stato negato l'ingresso e che verranno un giorno deportati in Turchia, in base ad un accordo che Ankara ha siglato con l'Unione Europea. Ogni giorno, questi richiedenti asilo si scontrano con i Greci, che li vorrebbero vedere rimpatriati subito.

"Nessuno qui ha una vera soluzione al problema", dice il direttore del campo profughi che è stato istituito nel vecchio aeroporto di Atene, l'Ellenikon.
Dietro la dissestata sala passeggeri, che sembra un edificio in una zona di guerra, c'è un'ampia struttura che un tempo apparteneva all'aeroporto ed oggi viene utilizzata come deposito di stoccaggio per la distribuzione delle donazioni di cibo, vestiti e mobilio. Il deposito, gestito da volontari, è il principale centro di fornitura di beni per i rifugiati.

"Non sappiamo dove vadano a finire i soldi donati alla Grecia dalla comunità internazionale", mi dice uno dei dirigenti, là. "Tutto ciò che sappiamo è che se non ci arrivano soldi, potrebbe scatenarsi un'enorme rivolta nel campo profughi dell'aeroporto. La gente che vive lì sta andando a pezzi".

Quando racconto ad Osama della situazione all'Ellinikon, tutto ciò che mi risponde è: "Lasci perdere. Ci sono solo Afghani che vivono là. Quelli non hanno mica sofferto come noi. Nessuno li ha obbligati a diventare profughi. Noi siamo stati costretti. Noi siamo profughi per la seconda volta."

(Articolo originale pubblicato sul quotidiano "Haaretz" il 30 Maggio 2017 - Traduzione di Rio)
»

L'articolo parla da sé, per cui davvero non serve dire altro. Io vorrei solo sottolineare come, di tutti gli intervistati palestinesi a cui sono state chieste le ragioni che li hanno spinti a fuggire, neppure uno di loro abbia minimamente menzionato Israele. 
E questo è Haaretz, eh.  :-)

Saluti,

(Rio)


domenica 4 giugno 2017

Attentati ISIS in Gran Bretagna: come contrattaccare


Salve.

Per chi, come me, vive a Londra da anni, la notizia di un altro attentato terroristico di matrice islamica in Gran Bretagna non può che suscitare mille pensieri. 

Sono anni che lavoro fianco a fianco con colleghi musulmani alcuni emigrati dai loro Paesi d'origine, altri nati in Gran Bretagna, ma sempre del tutto simili a me: le loro aspettative e speranze, il loro atteggiamento verso la vita ed i loro pensieri sono spesso anche i miei; e, dove appaiono diversi, non lo sono più di quanto non lo siano quelli dei miei colleghi bianchi Inglesi. Quindi, io non li userei come discriminante.
Il mio primo pensiero va a loro che, da domani, si troveranno contro il dito puntato di molte più persone, che li accuseranno tacitamente di collaborazionismo; quando magari, al momento dell'attentato, i miei colleghi musulmani erano al pub, dove avevano guardato sul mega-schermo la finale di Champions League tra Real Madrid e Juventus, bevendo una (o due o tre) birre con gli amici.

Ma, prescindendo dalla religione, per tutti noi questo stato di cose è inaccettabile ed insostenibile.
Abituarsi all'idea che percorrere un ponte a piedi o recarsi in un punto di ritrovo tipico come il Borough Market (alle spalle del London Bridge) rappresenti una minaccia alla propria incolumità non ha davvero alcun senso. 
Sin dai tempi — ben più bui — degli attentati dell'IRA, i londinesi sanno di vivere in una città unica, al centro di alcuni dei processi decisionali che danno forma al mondo così com'è oggi. E sanno anche che, qualunque grande cambiamento economico, sociale, demografico o culturale avvenga nel pianeta, tra i primi a percepirne gli effetti in Occidente — ed anche a fare da capro espiatorio, purtroppo — ci saranno sempre loro. È il prezzo da pagare quando si è importanti e, di conseguenza, costantemente sotto i riflettori.

Quindi, se oggi vogliamo ragionare su come uscire da questa situazione e vogliamo capire come contrattaccare, alcune cose vanno dette; e con chiarezza.

Primo: un inasprimento delle misure repressive è indispensabile, a questo punto. 
Non si tratta di trasformare Londra in Tel Aviv, anche perché i londinesi non lo accetterebbero mai. 
Per capirci: in Israele — un Paese che con il terrorismo è abituato a fare i conti da molto più tempo e in una situazione di gran lunga più grave di quella odierna britannica — un soldato non può lasciare in caserma il proprio fucile. Mai.
Esce in licenza il giovedì sera? Deve portare con sé anche l'arma d'ordinanza.
Una delle immagini più uniche e surreali del weekend israeliano sono le ragazze nei pub o nei disco bar, tutte "in tiro", belle, vestite benissimo, abitini estivi, sandali, trucco, capelli e... con in spalle il loro M16, CAR-15 o quel che sia il fucile d'assalto che hanno in dotazione. L'esercito, in Israele, è pronto a reagire sempre ed ovunque (e, permettetemi, non potrebbe essere diversamente).

Ma una cosa del genere in Gran Bretagna sarebbe assolutamente inconcepibile. 
Quella delle strade di Londra costantemente pattugliate da uomini armati è una visione che i londinesi accetterebbero forse per i pochi giorni di un summit internazionale, e solo in alcune aree; ma mai ovunque e come situazione permanente. 
Eppure, sarà meglio che un Paese in cui nemmeno la polizia, di solito, porta armi da fuoco si abitui a vedere in giro agenti delle forze speciali dotati di giubbetti antiproiettile e armati sino ai denti. 
Questo almeno nelle aree di massimo rischio. 

Secondo: se pensiamo di vincere questa guerra con la sola repressione, allora abbiamo già perso.
La repressione, pur se a questo punto indispensabile, ha anche come effetto negativo quello di aumentare le distanze in una comunità tra i soggetti scrutinati e "gli altri"; tra "complici dei terroristi" e "poveri innocenti". 
Va pertanto usata con intelligenza, discrezione, raziocinio e senza mai esagerare, proprio per evitare che gli effetti negativi prevalgano su quelli positivi.

Ma c'è un altro aspetto chiave: un elemento che, se trascurato come è stato fatto sinora, continuerà a portare sempre linfa vitale e frotte di volontari alla causa dei terroristi.

Sono ormai molte le voci dal mondo islamico, alcune provenienti persino da ex islamisti, che ci confermano un fatto: per le giovani generazioni musulmane, il passo dalla crisi esistenziale alla radicalizzazione è breve e la strada si percorre anche in poco tempo. 
Queste persone subiscono la fascinazione dell'interpretazione storica islamista perché si applica alla loro vita molto facilmente: "Tu sei infelice perché vivi in una società decisa da altri, completamente diversi da te". 

Diversamente da quanto predicano gli stolti profeti del multiculturalismo, qui in Gran Bretagna non c'è un problema di sussidi di disoccupazione né di potenziare le politiche per l'integrazione sociale. Vi assicuro che dove vivo io ci sono Inglesi cristiani, bianchi e neri, molto più "alienati" esclusi dalla società e dal mercato del lavoro di tanti musulmani. E a nessuno di questi verrebbe mai in mente di farsi esplodere nella folla. 

Il punto è che le parole del reclutatore islamista appaiono ad una mente fragile e che non vede via d'uscita come un indicatore di speranza. L'islamismo, così, seduce i giovani musulmani di oggi con le stesse modalità con cui le grandi ideologie novecentesche affascinavano i giovani europei nella prima metà del secolo scorso: offrendo la promessa di un modo migliore.

Non c'è affatto da meravigliarsi che basti così poco. 
Basti pensare che ad oggi non esiste una visione — o quantomeno non ce n'è una socialmente diffusa — di musulmano laico. Non c'è! Sapete chi è, oggi, il musulmano laico? Un miscredente, uno che "non ce la fa".

La laicità, tra molti giovani musulmani, è vissuta più
come una "resa" ai costumi occidentali o, addirittura, "cristiani". Persino la democrazia, il pluralismo, la parità dei diritti tra i sessi, sono visti come "elementi culturali crociati". 

Destra e Sinistra hanno fallito miseramente, perché non sono riuscite ad impedire che le grandi conquiste sociali e politiche del positivismo, dell'illuminismo, l'uguaglianza frutto di due guerre mondiali, le conquiste del progresso umano, che erano lì per tutti i cittadini, finissero invece incasellate dagli islamisti come "cristiane" o comunque "non afferenti a noi" nelle menti dei giovani musulmani. 

Con il multiculturalismo, ci siamo limitati a dare ai musulmani la cittadinanza, li abbiamo riempiti di sussidi, li abbiamo giustificati quando facevano cose che noi non tolleravamo per noi stessi, abbiamo messo alcuni di loro nei posti chiave, come delle quote rosa religiose del cazzo...
Insomma, li abbiamo trattati come dei minus habens, come se da loro dovessimo aspettarci standard di civiltà inferiori ai nostri. E, ben presto, anche loro hanno cominciato a crederci, a considerare la cosa normale: "Noi siamo diversi. Noi non siamo come loro".

E invece avremmo dovuto portare avanti con forza il messaggio opposto: "Le differenze tra di noi sono insignificanti, sono le stesse che ci sono tra ogni singolo individuo ed un altro. Voi siete proprio come noi. Anzi, voi siete noi. Queste sono le regole del gioco, ripulite per quanto umanamente possibile da ogni elemento religioso, sia nostro che vostro. Ora giocate. Se non le rispettate, finirete come finiamo noi, quando non le rispettiamo."
Dignità, invece che commiserazione. 
Parità, invece che senso di colpa
Rispetto, invece che uguaglianza.
Laicità, invece che barricate confessionali.

Se avessimo fatto così, avremmo permesso che la nuova figura del musulmano laico, la sua cultura, la sua visione del mondo, non si esprimessero solo al livello di alcuni individui al di sopra della media, come il sindaco musulmano di Londra Sadiq Khan, bensì in tutti gli strati sociali: dallo sdentato ubriacone che vive di sussidi sino al grande imprenditore che si è fatto da sé, passando per l'operaio, l'impiegato, il collega in azienda, il direttore di banca, il politico, il medico, l'infermiere, l'operatore dei servizi sociali, tutti. 

Se non cambiamo atteggiamento, regaleremo agli islamisti carne fresca da macello per generazioni. E allora ci toccherà continuare a reprimere e reprimere, alimentando l'interpretazione del "noi e loro", peggiorando così le cose.

Saluti,

(Rio)


martedì 14 febbraio 2017

La classifica dei migliori e dei peggiori film romantici (secondo me) Vol. 1


Salve.

Oggi è San Valentino e siete tutti in giro con le vostre agrodolci metà mentre io, che sono pure sentimentalmente impegnato ed ho un figlio, sono a diverse migliaia di chilometri dalla mia famiglia e mi rompo decisamente i coglioni.
Per vendetta, quindi, mo' vi beccate --non richiesta-- la mia personalissima classifica dei migliori e peggiori film romantici.
Avverto: dentro c'è di tutto, commedie, film strappalacrime, non faccio distinzioni. Basta solo che parlino d'amore o che abbiano i sentimenti di coppia al centro della storia. Per me, un film romantico è quello.
La cosa farà storcere il naso ai cinefili e, per affinità fonetica, anche ai cinofili, ma non è un problema mio. D'altronde, è risaputo che io di cinema non capisco una mazza, quindi...

In questo post, in nessun ordine particolare, ecco i migliori:

  • I Ponti Di Madison County (The Bridges Of Madison County 1995) Clint Eastwood e Meryl Streep intrecciano una breve, ma intensa relazione in un paesino dell'Iowa dove non succede mai un cazzo, per cui il loro affair appare credibilissimo. Lui è un fotografo di passaggio, un musone emotivamente chiuso e di poche parole, per cui lei ci casca subito come una cretina, come farebbe qualsiasi donna che si rispetti. Poi, lei si chiama Francesca ed è di Bari, quindi scusatemi, ma io qui giocavo in casa. Perché io sono di Bari; non so se si sente dall'accento con cui scrivo.

  • Paura D'Amare (Frankie And Johnny 1991) • Michelle Pfeiffer e Al Pacino lavorano in un'anonima tavola calda come se ne vedono a migliaia, in America. Lui, cuoco appena uscito di prigione e lei invece è una cameriera scoglionata di mezz'età. Entrambi ne hanno già passate di tutti i colori, al punto che potrebbero aprire un negozio di vernici lavabili. Il modo in cui "resistono" ciascuno/a all'attrazione per l'altro/a, con mille paure e tentennamenti, per poi inevitabilmente cedere ai reciproci sentimenti è --secondo me-- da incorniciare. Ma, ripeto, io di film ne capisco quasi come di danze bèrbere.

  • Il Principe Delle Maree (The Prince Of Tides 1991) • Barbra Streisand e Nick Nolte partono più o meno da una relazione psicologo-paziente (la Streisand è la classica psicologa newyorkese affermata, single, con un figlio che non riesce più a gestire, perché il ragazzino ormai si affaccia all'adolescenza e comincia ad avere un forte bisogno di una figura paterna), per poi arrivare ad intrecciare una relazione sentimentale che... Be', non si può dire che 'sti due non si conoscessero a fondo, insomma! No, veramente: è proprio bello 'sto film. Già mi vedo con i baffoni inzuppati di lacrime davanti alla tv quando lei gli fa: "Io lo sapevo. Tu sei di quegli uomini che ritornano, ritornano sempre" (o una cosa del genere, chi si ricorda...! Mai stato di quelli che imparano le battute dei film a memoria; tranne i film con Lino Banfi, va be').

  • L'Amore Ha Due Facce (The Mirror Has Two Faces 1996) • Sì, va be', lo so: ma daaaaai, questa è una commeeedia, e che c'eeeentra, eccetera. Non rompete e cambiate canale. Sempre zia Barbra Streisand, che per i film d'amore --va detto-- ha occhio, solo stavolta con Jeff Bridges. Lei, professoressa universitaria single ma super-popolare, adorata dai suoi studenti, perché tiene lezioni appassionanti ed appassionate; lui, pure professore universitario ma di analisi matematica, single e socialmente capace come me quando mi hanno fatto girare i coglioni e ho bevuto troppo. Però una persona buona, mite, a modo suo sensibile e, a detta "delle femmine", considerato fisicamente attraente. I due intrecciano una relazione platonica (lui non vuole assolutamente fare sesso) solo che, pian piano lei si arrapa come una caimana e alla fine glielo dice, "a Jeff Bridges", che 'sta cosa del matrimonio bianco è una cazzata immane (credo siano proprio queste le sue parole). Ritmi e dialoghi da commedia, ovviamente, ma il film regge benissimo sino ai titoli di coda.

  • Harry Ti Presento Sally (When Harry Met Sally 1989) • E non poteva mica mancare questa splendida commedia sentimentale vecchio stile che ci ha fatto conoscere il talento di Billy Crystal e di Meg Ryan! E va be' che tutti sapevano come sarebbe andata a finire alla fine, ma l'intreccio delle loro avventure e disavventure sentimentali, come anche i dialoghi, sono una vera perla; un esempio di cosa vuol dire quando Nora Ephron decide di dare il meglio di sé per una sceneggiatura. Non le hanno mica soltanto dato l'Oscar per questo, no: gliel'hanno proprio fatto recapitare direttamente a casa da Sean Connery e Robert Redford nudi. Era il minimo.

  • Il Dottor Živago (Doctor Zhivago – 1965) • Omar Sharif e Julie Christie --e scusate se è poco-- in una classica produzione kolossal Anni '60 di Carlo Ponti. Sì, perché c'è anche un po' d'Italia in questo film, buon adattamento cinematografico del romanzo di Boris Pasternak. Va be', è il romanzo di Pasternak che è bellissimo: c'è tutto l'intreccio delle vicende sentimentali di questo povero dottore specializzando e della ricca rampolla Lara con gli eventi della Prima Guerra Mondiale e della Rivoluzione d'Ottobre... Però anche la trasposizione cinematografica, secondo me, è credibile, per quanto si possa rendere cinematograficamente un romanzo storico così articolato. Il Dottor Živago è un po' l'emblema dell'amore che resiste a tutte le avversità, persino alle correnti della Storia con la S maiuscola. E sì perché, se non si è capito, gli eventi che accadono intorno a Lara e Jurij non sono mica robetta da trafiletto in terza pagina: sono cazzi novecenteschi di tutto rispetto. Per cui, avete presente "I Promessi Sposi" di Manzoni? Be', ora scordateveli: l'intensità ed il lirismo qui sono di ben altro livello. Altro che Lucia la ragazzotta banale e Renzo nel Paese delle Meraviglie, tra curati pavidi e signorotti arroganti. La tenacia e la pazienza dei protagonisti di questa storia così-russa-che-più-russa-non-si-può è a tratti surreale: i personaggi di Jurij e Lara non sono mica quelli di persone comuni e questa loro storia merita di essere raccontata ed ascoltata. 

Bene. Va da sé che di film belli me ne sarò sicuramente scordati un casino, ma tant'è. La prossima volta, sempre per punizione, vi beccate i film più di merda del pianeta.

Saluti,

(Rio)