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mercoledì 20 novembre 2013

Agnostici contro Atei :-)

Salve.

Da agnostico senza speranza, mi è capitato qualche giorno fa di avere una vivace quanto interessante discussione con un ateo sull'eterno, irrisolvibile tema "Atei contro Agnostici - Chi dei due è davvero razionale?".
Sì, lo so: a volte a me e ad altri piace farci del male. 

Ve la ripropongo qui (sempre che ve ne freghi qualcosa), ma se avete anche un flebile interesse per l'argomento vi suggerirei di leggerla, perché sia il mio "avversario" ateo che il sottoscritto portiamo diversi punti di vista utili al dibattito (o almeno questo è il mio modesto parere).

Ovviamente, essendo la discussione avvenuta sui social network, per alleggerire la lettura, ho cercato di eliminare, unitamente ai nomi, le inevitabili ripetizioni(!), gli accoltellamenti reciproci e qualche puttanata dal sapore epico -- da parte di tutti, sia chiaro -- oltre ad elementi non strettamente attinenti al tema.

Inoltre, ho limitato lo scambio tra me e l'ateo, escludendo il contributo di altri: non per altro, solo per semplificare ed evitare di allungare troppo il post.
Vi ripropongo la discussione senza ulteriori commenti e, per spirito sportivo, lascio anche all'ateo l'ultima parola.
Non chiedetemi di fare di più, per favore.  :-)


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Ateo: Ho notato recentemente che credenti ed agnostici sono convinti che gli atei credano nell'ateismo, senza capire che essere atei significa appunto rifiutare qualsiasi atto di fede.
Non credere significa non credere: punto.

Agnostico (Rio): Mah... Insomma.
Alla domanda "esiste un qualche Dio?", si può solo rispondere che non ci sono prove, né a favore né contro. Che si ritenga di sì o che si ritenga di no, si compie -- in ogni caso -- un atto di fede.
La sola, vera posizione razionale è quella agnostica.


Ateo: Confermi il mio assunto, proprio non vi riesce di accettare che chi rifiuta di credere in qualcosa di cui non c'e' prova che esista possa non credere che sia possibile che esista.
D'altra parte altrimenti non avrebbe senso l'agnosticismo. E' come se tu mi dicessi: guarda che esistono gli ippopotami rosa! Io: "Hai le prove?" Tu: "No, ma come fai ad essere sicuro che non esista?" E io: "Quando lo vedo ci credo".
Insomma e' questione di metodo: io considero esistente cio' che e' verificabile. Sul resto non sono possibilista, semplicemente per me non esiste fino a prova contraria. Questa e' (vera) razionalita'.

Agnostico (Rio): Più che agli ippopotami rosa, io preferisco pensare al bosone di Higgs.
Esistendo, implica una determinata fisica delle particelle; se non fosse esistito, ci sarebbe stata un'altra fisica delle particelle.
Ma l'idea in sé non è balzana.
Ci sono idee palesemente assurde, come le diverse concezioni del Dio giudaico-cristiano-islamico, ad esempio, che sono chiaramente miti umani.
Ma ci sono concezioni di Dio che invece non sono così ridicole ed assurde e -- pur essendo giustissimo dubitarne -- non credo sia razionale né crederci né negarle a priori.
Bisogna semplicemente sospendere il giudizio, come facevano i Greci.
E' proprio come dici tu: metodo. Il metodo ateistico è comprensibile, umano; ma non razionale, se lo osservi a rigore di logica.


Ateo: Concordo che ci siano versioni metafisiche piu' plausibili di quelle maggioritarie ma ripeto, l'agnosticismo e' piuttosto umano (Pascal che non sceglie perche', chissa', magari non conviene).
L'ateo, non accontentandosi del plausibile, riconosce solo cio' che e' dimostrabile.

Agnostico (Rio): Allora, sulla base di questo metodo, tutti gli scienziati atei non avrebbero dovuto credere nemmeno al bosone di Higgs, visto che per decenni lo si è cercato ma non lo si è mai trovato.
Né in nessuna teoria ancora indimostrata.
Invece, molti credevano che la cosa fosse "plausibile" (lo stesso Higgs è ateo).
Scusa tanto, ma gli unici davvero logici, razionali siamo noi agnostici.
Voi (come i credenti) avete la pretesa di trarre sempre conclusioni finali su tutto.
Be', noi agnostici abbiamo una brutta notizia per voi: non si possono trarre sempre conclusioni su tutto.
Su certe cose, semplicemente, non si può dire nulla perché -- banalmente -- le informazioni al riguardo sono insufficienti.
E quindi, ahimè, ce le dobbiamo tenere così.


Ateo: Lo dico col massimo rispetto, da ex agnostico e, risalendo, da ex credente: non significa trarre conclusioni dire che cio' che non e' mai stato dimostrato non esiste.
Si chiama metodo scientifico razionale. A voi fantasticare.

Agnostico (Rio): No, noi agnostici, banalmente, non traiamo conclusioni per assenza di informazioni sufficienti.
Non si fantastica. Punto.
Siete voi che, come i credenti, pretendete di completare la casa senza avere abbastanza mattoni per farlo e finite il lavoro con... Un salto di fede; cioè, con la fantasia. 

Per noi la casa resta incompleta, perché non si può completarla: tutto qua.
Poi, sia chiaro, il vostro è un atteggiamento pienamente legittimo.
Ma quanto a razionale...


Ateo: Ma di quale casa stai parlando? A me la vostra sembra una speranza affievolita: almeno i credenti si abbandonano alla fantasia, mentre l'agnostico, tra metafisica e scienza, semplicemente non sceglie.
Voglio dire, dio significa un'entita' consapevole e creatrice. O uno ci crede o assomiglia ad una favola. L'agnosticismo e' comodo ma non ha nulla di razionale.
Riguardo al bosone: seguire l'intuizione cercando una dimostrazione scientifica e' un conto, presupporre l'esistenza di dio sapendo comunque che la dimostrazione della sua esistenza e' fuori portata e' un altro.
D'altra parte se si accetta il metodo sperimentale si rimane nell'alveo della razionalita', altrimenti si puo dire quel che si vuole.

Agnostico (Rio): Noi non presupponiamo niente: siamo agnostici. In che cosa rappresenterebbe una "speranza" il fatto di sospendere il giudizio per assenza di elementi, me lo devi spiegare.
Se fosse possibile dimostrare che una qualche Entità consapevole e creatrice NON PUÒ esistere, allora noi agnostici diremmo che Dio non può esistere e saremmo atei.
Ma non è così, perché non si può dimostrare né che c'è, né si può dimostrare che NON c'è.
Per cui, noi agnostici diciamo: "Boh! Non lo sappiamo".
Dov'è la speranza? La fantasia? La favola?
Questo si chiama "attenersi solo ai fatti e NON TRARRE CONCLUSIONI AFFRETTATE fondate su altro (speranze? desideri? ripicche? ideologie?)".
Questo è il metodo scientifico.
Il vostro è il metodo di chi dice "Che puttanata, non ci credo." E' VOSTRA la speranza. Non nostra.
Io non "presuppongo" niente: per questo sono agnostico: perché "a - ghighnosko", cioè "non so".
Sono altri che presuppongono senza prova l'esistenza o la non esistenza di qualcosa.
Non noi agnostici. Noi ci atteniamo strettamente ai fatti, senza MAI, dico MAI deviare da essi.
Noi siamo scientifici, non facciamo "scommesse", né viviamo di "speranze".
I fatti; e basta.


Ateo: Razionale e' dire: cio' di cui non c'e' evidenza scientifica e sperimentale non esiste fino a prova contraria.
L'agnosticismo pretende di non pronunciarsi in un senso e nell'altro, confondendo fisica e metafisica.

Agnostico (Rio): Non mi pare, posto che non formuliamo alcuna ipotesi. Diversamente da voi e dai credenti.

Ateo: E' qui che non ci capiamo. Dire che non credo in cio' che non e' dimostrabile FINO A PROVA CONTRARIA (misurabile e verificabile) non implica alcuna ipotesi.
Sono gli agnostici secondo me che si lasciano suggestionare dalla cultura (da non sottovalutare) dei credenti.
Se esistono infiniti mondi paralleli puo' esistere dio, gli elfi e lo scoiattolo della Milka, per quanto mi riguarda.
Fatto sta che, per quanto e' concesso verificare, nessuno dei tre esiste.

Agnostico (Rio): Se hai una "prova" (contraria o a favore) non devi "credere" in niente. Lo sai e basta.
Sino ad allora, non pronunciarsi su ciò che non è possibile dimostrare né è possibile negare è l'unico atteggiamento logico.
Non completare il quadro! Lascia che i fatti lo completino: sino ad allora, fermati. Sospendi il giudizio, se no anche la tua è fede.
Siete voi atei che odiate talmente tanto la cultura dei credenti da negarla, combatterla.
Noi ci limitiamo a dire "Boh... Non si può dire nulla al riguardo."
Quale "suggestione culturale" ci vedi in uno che dice soltanto "non lo so"?


Ateo: Quindi rifiutate il metodo empirico scientifico, dal momento che secondo quello, razionale per definizione, un fenomeno o e' provato o non esiste.
Provatelo e cambiero' idea, ma dire boh significa riconoscere una valenza alla metafisica che va oltre la razionalita'.
Nulla di male, ma bisogna chiarire.

Agnostico (Rio): Lasciando da parte gli elfi o gli scoiattoli della Milka, che sono creazioni umane, come il Dio di tutti i Testi Sacri, ricordo che qui si parla della possibilità o meno di un qualche Creatore, che non abbia le ridicole caratteristiche antropomorfe di tutti i miti umani.

E questo non si può escludere.
E' chiaro che l'onere della prova spetta a chi afferma, per cui il credente che dice "DIO ESISTE!" poi dovrebbe anche preoccuparsi di dimostrarcelo, invece che solo di urlarlo.
Ma non si può escludere -- diversamente dagli elfi, che derivano da miti umani ed hanno caratteristiche umane.
Ci sono argomenti su cui non si possono trarre conclusioni finali, per mancanza di elementi a favore o a discapito.
Bisogna avere l'umiltà di fermarsi e di non voler per forza completare il quadro solo perché ci piace così.
Come agnostico, io non lo so se mi piace granché l'idea che ci sia un Dio; probabilmente, preferisco che no ci sia. Ma non posso escludere né affermare una mazza. Perché non-lo-so.


Ateo: Ma l'ateo non esclude nulla a priori, pero' considera inesistente cio' che non e' verificabile.
Chi non e' ateo non lo capisce e pensa che noi vogliamo che dio non esista.

Agnostico (Rio): No, sei tu che pensi che noi agnostici vorremmo che Dio esista!
Noi non vogliamo niente: non-lo-sappiamo. 
Abbiate una buona volta l'onestà e l'umiltà di ammettere che non lo sapete nemmeno voi.


Ateo: Io non so nemmeno se esistano universi paralleli e quant'altro...
Cosa fa pensare a voi agnostici che dio sia una questione diversa da tutto il resto?
Come diceva padre Pizarro, esistono universi paralleli, il tempo e' relativo ecc ecc e qualcuno, per dare un senso al tutto, va a complicare la cosa con dio.

Agnostico (Rio): Lo vedi che sugli universi paralleli (qualsiasi cosa siano) tu sei agnostico?
E cazzo, mi sei agnostico su certe idiozie e invece, su un concetto chiave come Dio, mi trai conclusioni senza sapere?


Ateo: Non sono agnostico nemmeno sugli universi paralleli. Dico solo che, come serve una prova per dire che esistono quelli, serve una prova per dire che dio esiste.
Il resto son chiacchiere e fantasie. Per me poi son tutte puttanate, allo stato dell'arte.

Agnostico (Rio): Infatti, non essendoci tale prova (né positiva, né negativa), non si sa. 

Tu credi che dire che una teoria non è dimostrata equivalga a dire che sicuramente non è vera.
Le due cose sono diverse.
La teoria delle "super-stringhe" o quella "dell'universo a bolle" non è provata, ma questo non vuol dire che è necessariamente falsa. Falso e indimostrato sono cose diverse.
Il metodo scientifico è proprio questo: dire che la "teoria dell'universo a bolle" è indimostrata e che, quindi, è soltanto una delle tante teorie in circolazione, su cui non si può dire ancora niente.
Dire che SICURAMENTE NON esiste un "universo a bolle" è come dire che sicuramente esiste: un salto di fede.


Ateo: Sì, te lo stavo per scrivere io, ma li'(per quanto poco ne capisca) ci sono basi scientifiche (ancora da dimostrare), dio non ha il benche' minimo straccio di attinenza con la scienza e la realta'.
Chissa', magari un giorno...
Se poi vogliamo credere al disegno intelligente, ma le enormi contraddizioni di quella teoria sono ampiamente dimostrate.
Dio non ha alcuna evidenza scientifica, non e' plausibile e nemmeno logico. lasciare la possibilita' che esista e' gia' atto di fede.

Agnostico (Rio): Lasciamo stare il disegno intelligente, che è una cazzata umana dei creazionisti che semplicemente non capiscono l'evoluzione darwiniana. 

Quanto all'universo a bolle, sono solo teorie, e anche abbastanza avveniristiche.
Bisogna vedere se le basi sono davvero "scientifiche" come alcuni suppongono, oppure no.
E non sarà affatto facile dimostrarle anche, posto che non ci sono esperimenti in grado di provare che il nostro universo è in una bolla generata da un altro universo!
In teoria, un ateo dovrebbe dire "Non è vero!". Invece alcuni scienziati atei dicono che è possibile; indimostrato (forse indimostrabile?), sicuramente non certo, ma possibile.
Ecco: questo è l'agnosticismo.
Poi, che il concetto di Dio "non sia né possa essere logico", da agnostico, mi piacerebbe tanto che me lo spiegassi.


Ateo: Per la teoria dell'universo a bolle mi manca la competenza per disquisire nel merito: dico solo che, a quanto ne so, ci sono elementi su cui lavorare.
Per quanto riguarda la mia affermazione e' molto semplice: dio, pur non antropomorfo, ha senso solo se onnipotente ed onnisciente, ma l'esperienza ci dice che non ha senso che esista un essere simile.
Infatti i credenti si sono inventati il mistero della fede.

Agnostico (Rio): Ma i credenti lasciali stare...
Hanno i loro problemi a far quadrare il loro bel Dio antropomorfo che "si adira" e "vuol essere adorato" con il concetto filosofico di Dio: non li invidio affatto.
Poi, perché "non ha senso" che esista un Creatore onnisciente ed onnipotente non mi è chiaro. Guarda che "Creatore onnisciente ed onnipotente" non implica affatto che intervenga nelle vicende umane!
Ma proprio per niente.
Che l'esperienza ti dica che non l'hai mai visto nella tua esperienza quotidiana, be', io non ho mai visto un universo a bolle: qualcuno suppone che ci siamo dentro, ma è solo una supposizione.
Altri, molti di più, sostengono che prima del Big Bang il tempo non esisteva e che chiedersi cosa ci fosse prima del Big Bang non abbai senso. Ti sembra forse un concetto che trova un qualche riscontro nell'esperienza quotidiana?


Ateo: Ma infatti, ti ripeto: se dico che non credo, significa che non faccio atto di fede, non che, se un domani avessi l'evidenza del contrario, la rifiuterei per principio.
Piuttosto che io agnostico, mi sa che sei tu ad essere ateo.
Perche' secondo me l'esperienza suggerisce che non esista un essere onnipotente ed onnisciente? non perche' i bambini muoiono, so,o perche' non mi pare necessario o utile.
Per il tempo che non esisteva: si', da ignorante capisco perfettamente che senza moto non esista il tempo, non avrebbe senso.

Agnostico (Rio): Ecco l'inghippo: il rasoio di Occam. Per te, ciò che non è necessario e/o utile non è vero. Io ti dico che su un concetto come Dio, invece, la mente umana deve avere l'umiltà di ammettere l'ipotesi che -- forse -- potrebbe non essere in grado di capire se Dio è necessario all'universo.

 
Ateo: Chiedilo all'universo, a me basta quello.

Agnostico (Rio): Ci ho provato, ma non mi risponde. E quindi io-non-lo-so. E quindi io-sono-agnostico.

Ateo: Ecco che la differenza si fa sottile: io non sto nemmeno a chiederglielo.

Agnostico (Rio): ... Perché tu "ti butti in avanti", lanci il cuore oltre l'ostacolo, come fanno anche i credenti.

Ateo: Non c'e'. Punto.

Agnostico (Rio): Non "punto": AMEN. Si addice di più a chi ha appena affermato cose non dimostrate.

Ateo: Ma e' sbagliato pensare che un ateo sia sicuro di non sbagliare, non siamo come i credenti.
Si fa solo un calcolo di probabilita', con i dati disponibili e si riconosce cio' che e' riconoscibile: noi non ci inventiamo niente.

Agnostico (Rio): Sì, invece: voi vi inventate CHE SICURAMENTE NON È VERO.
Siamo noi agnostici che non ci inventiamo davvero niente, perché diciamo "boh".


Ateo: Dite "boh" di fronte ad un'ipotesi astratta, dunque non applicate il metodo empirico razionale. Liberissimi.

Agnostico (Rio): E voi atei non applicate il metodo scientifico, invece, perché vi lasciate affascinare dall'idea che Dio non esiste, perché questo vi dà più libertà.
Il che è vero. Ma purtroppo è indimostrato (forse anche indimostrabile?).


Ateo: Intendiamoci: lo scienziato di fronte ad un'ipotesi fa i suoi tentativi, ma per la scienza esiste solo cio' che e' dimostrato.

Agnostico (Rio): Sì. Ma poi per la scienza ci sono anche teorie ancora indimostrate (né sconfessate). Teorie che sono non dimostrate, certo, ma mica sono necessariamente false o errate. Sono soltanto indimostrate.

Ateo: Ma io non posso e non devo dimostrare l'inesistenza di un qualcosa!

Agnostico (Rio): Invece sì. Se dimostrare l'esistenza di Dio è il compito dei credenti, il vostro compito è dimostrarne la non esistenza.

Noi agnostici staremo a guardavi tutti e due.
Sarete bellissimi, visti da qui.


Ateo: Ma voi siete i piu' buffi, tra le fantasie degli uni ed i possibilismi di voialtri su di un qualcosa che non ha mai, dico MAI dato alcuna manifestazione tangibile, siete proprio voi i piu' creativi.
Riuscite a prendere in considerazione l'inesistente, facendo salvo il vostro vivere nella modernita'.
Per voi, Dio non e' morto: e' andato in vacanza...

Agnostico (Rio): Cosa c'è di fideistico, di buffo o di fantasioso nel dire "non posso rispondere perché non ho elementi"?
Voi non sapete niente, ragazzi. 
E' tutto soltanto nella vostra testa: come per i credenti.
Siate logici, per una volta.


Ateo: Ma devi fare un passo indietro. Tu prendi istintivamente in considerazione l'esistenza di dio per cultura; ma se nessuno ti avesse mai parlato di dio, in qualunque modo, non avresti mai elementi per prenderne in considerazione logicamente l'esistenza.
E' solo un fattore culturale lo stesso porsi il problema.
 

Agnostico (Rio): Due cose: 
1) Di speranza non viviamo affatto tutti: vivono solo atei e credenti. L'agnostico accetta di restare inesorabilmente nell'incertezza; il che, ben lungi da quello che credono alcuni atei, non è affatto una posizione "comoda" né "di comodo". E' un'immensa rottura di balle, altro che.

2) L'incertezza non è alimentata dalla speranza di qualcosa, tipo che Dio esista: è dettata dalla incapacità da parte dell'agnostico di avere qualsivoglia tipo di fede, di discostarsi dai fatti anche solo per un instante.  
L'ateo qui dice che l'agnostico prende in considerazione l'esistenza di Dio per un fattore culturale, e che se nessuno ci avesse mai parlato di Dio, oggi nemmeno ci porremmo il problema. Altri atei dicono addirittura che la mente umana, per come è strutturata, è "portata" ad inventarsi il concetto di Dio, perché la mente umana esige risposte. 
Secondo me, invece, è proprio questo il problema degli atei e dei credenti. 
L'ateo e il credente, molto umanamente, dinanzi al punto interrogativo, lo rigettano e puntano i piedi. Dicono: "Noi non possiamo accettare! Noi pretendiamo una risposta!". Perciò chiudono gli occhi, fanno un bel salto e se ne danno una. Problema risolto.
L'agnostico purtroppo, non sapendo "saltare", cosa di cui è del tutto incapace, deve accontentarsi di contemplare il punto interrogativo. Sfido chiunque a dire che è "facile" o che è "comodo": è contrario alla natura umana, invece.
Ateo: E' anche vero che le discordanze di cui sopra attengono piu' alle definizioni che al merito, ma gli agnostici proprio non riescono a capire che un ateo non crede che dio non esiste, semplicemente non vede alcun elemento che ne postuli l'esistenza.

Agnostico (Rio): E gli atei non capiscono che gli agnostici non vedono alcun elemento che postuli l'esistenza di Dio né vedono alcun elemento che ne postuli la NON esistenza.
Non-c'è-niente.
Non si può-dire-niente.
Tutti e due, atei e credenti, non concepiscono la possibilità che uno si tenga semplicemente il dubbio.
Se un ateo mi dicesse: "Io non credo all'esistenza di un Dio, ma non lo posso dimostrare", io considererei la sua posizione pienamente accettabile.
Se un credente mi dicesse "io credo all'esistenza di Dio, ma non lo posso dimostrare", io considererei anche la sua posizione pienamente accettabile.
E' che tutti e due pretendano di sapere, non semplicemente di credere, che mi fa sorridere.
Come fate a saperlo? Ce lo spiegate, per favore?
Perché noi agnostici non riusciamo a saperlo. Possiamo solo fare congetture.


Ateo: Il fatto e' che voi, senza rendervene conto, fate un'eccezione solo per dio, quando sapete bene che non ha alcun senso dimostrare l'inesistenza di un fenomeno non sostenuto da alcun elemento a sostegno della sua esistenza.
Si finisce per poter dire qualsiasi cosa. L'eccezione che fate per dio deriva da fattori culturali e, qualche volta, anche sentimentali, nulla che attenga alla razionalita'.
E' un'invenzione culturale dell'uomo, che anela ad una protezione superiore e ad un senso trascendente la sua condizione, appunto. Nessun elemento di fatto ne suggerisce, invece, l'esistenza.

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Saluti,

(Rio)

lunedì 11 novembre 2013

Aneddoto Zen


Secoli fa, in Giappone, un ragazzino di 10 anni lavorava presso un rinomato maestro Zen, svolgendo per lui alcune umili mansioni.

Il maestro aveva diversi discepoli adolescenti, tutti più grandi del ragazzino.
Il ragazzino li guardava arrivare dal maestro e, dopo essersi messi in ginocchio e inchinati dinanzi a lui, toccare con la testa i piedi del maestro. Poi gli chiedevano: "Maestro, ti prego, accettami come tuo discepolo e dammi qualcosa su cui meditare".
Il maestro dava loro una meditazione e i discepoli andavano via, a praticare la meditazione.

Un giorno, anche il ragazzino andò dal suo datore di lavoro, il maestro Zen, gli si inchinò davanti, toccò con la testa i piedi del maestro e poi gli disse: "Maestro, ti prego, accettami tra i tuoi discepoli e dammi qualcosa su cui meditare."
Il maestro sorrise, per via della giovane età del ragazzino, ma decise comunque di assegnarli uno dei Kōan Zen più noti. Gli disse: "Va' e scopri il suono prodotto da una mano soltanto".

Il ragazzino andò via e, poco dopo, tornò dal maestro, dicendo: "Maestro, ho sentito il suono del vento tra le foglie." E il maestro: "E allora la mano cosa c'entra?" Il ragazzino non seppe rispondere, per cui il maestro gli disse: "Non è quello del vento il suono che devi scoprire. Continua a cercare." E lo congedò.

Più volte il ragazzino tornò da suo maestro e più volte il maestro gli disse: "No; non è questo il suono che devi trovare. Torna a cercare e ascolta; ascolta meglio".

Un giorno, tuttavia, il maestro si accorse che il ragazzino non tornava. Dopo un po', i suoi discepoli si dissero preoccupati che potesse essergli capitato qualcosa e, quando l'assenza del ragazzino si protrasse troppo a lungo, il maestro acconsentì che i discepoli andassero a cercarlo.

Poco dopo, i discepoli tornarono e dissero di averlo trovato sotto un albero poco distante a meditare, ma che non avevano osato disturbarlo perché il suo volto sembrava quello di un Buddha risvegliato, un illuminato.

Il maestro, allora, chiese loro di portarlo nel luogo in cui il ragazzino stava meditando.
Quando il maestro vide il ragazzino, non ebbe più dubbi.
Quindi, si inchinò a toccare i piedi del ragazzino con la propria testa e gli chiese: "E così è vero? Hai dunque scoperto il suono prodotto da una mano soltanto?"

Ed il ragazzino rispose: "Sì, maestro; ma è un suono privo di suono."

(Citato da Osho Rajneesh nel suo "The Book Of Secrets" - La traduzione dall'inglese è mia).

domenica 27 ottobre 2013

L'Italia ti spezza il cuore (Italy Breaks Your Heart) - di Frank Bruni

Frank Bruni
Salve.

Pubblico qui una (mia) traduzione di un articolo ad opera di Frank Bruni, editorialista del New York Times, comparso sull'edizione del 26/10/2013. 

A mio avviso, l'articolo è importante perché mette bene a fuoco alcuni aspetti chiave della crisi italiana che ancora appaiono confusi a molti miei connazionali in Italia.
Ovviamente, in fondo alla traduzione trovate anche il link all'articolo originale.






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L'Italia ti spezza il cuore
("Italy Breaks Your Heart")
di Frank Bruni

Al mio ritorno in Italia, la mia prima sera ad una festa a Milano, ho visto ed ascoltato una coppia professionalmente affermata e prossima ai 50 anni programmare la fuga da un Paese che amavano ma nel quale avevano perso la fede.
Hanno liberato lo spazio dai piatti, aperto un computer portatile e cominciato a dare un'occhiata al mercato immobiliare di Londra, dove ad uno di loro era stato offerto un trasferimento. 
I prezzi li hanno sconvolti, ma non scoraggiati. Hanno un figlio di dieci anni ed hanno paura che l'Italia, con il suo tasso di disoccupazione giovanile al 40% ed un'economia la cui apatia sembra esser diventata la nuova normalità, non prometta a lui un futuro particolarmente fulgido.

Due giorni dopo e circa 200 miglia a sud-est di Milano, è stata un'anziana signora italiana -- sulla settantina, immagino -- a cantare il suo country blues. Stavo pranzando su una cima appenninica nelle Marche e, con una salsiccia di cinghiale di fronte a me ed un castello marchigiano sulla mia testa, avrei potuto convincermi di essere in paradiso. "In un museo", mi ha corretto lei. "Sei in un museo ed in un giardino biologico. Questa è diventata l'Italia. -- ha detto -- Ogni anno il Paese perde una qualche meraviglia o un pezzo della propria rilevanza".

Dato che io sono stato abbastanza fortunato da aver vissuto qui una volta, e per via del fatto che ci torno spesso, sono ben abituato al pessimismo teatrale degli Italiani, al loro innato talento per la lamentela. 
E' una specie di sport, una sorta di operetta, messa in scena con tanto di gesticolare svolazzante ed intonazione musicale e, nel passato, con il sottinteso che non ci sarebbe davvero altro posto in cui vorrebbero trovarsi.

Ma l'aria lirica si è rivelata diversa, questa volta. L'umore dell'intero Paese non è lo stesso. Chiedi agli studenti italiani cosa li attenda alla fine del loro corso di laurea e loro ti rispondono con un'alzata di spalle. Chiedi ai loro genitori quando o come l'Italia riuscirà a invertire la rotta ed ottieni la stessa espressione perplessa. Senti parlare più di quanto non sentissi solo dieci o persino cinque anni prima di emigrare in Gran Bretagna o in USA. Vedi meno fiducia nel domani. 

La cosa mi ha allarmato ed anche spaventato, perché io arrivavo in Italia direttamente dal default federale americano, ed ho osservato il malcontento italiano attraverso il filtro delle difficoltà in USA, elaborandolo come un monito per noi Americani.

L'Italia è quello che accade quando un Paese conosce sin troppo bene i propri problemi ma non sa evocare a sé la disciplina e la forza di volontà necessarie per risolverli.
E' ciò che accade quando la disfunzione della politica diventa sempre più opprimente e la buona governance diventa un miraggio, un mito, uno scherzo. 
L'Italia procede per inerzia aggrappandosi alle sue incredibili benedizioni invece di edificare su di esse, e perde slancio in un'economia globale animata da concorrenti più determinati. 
Suona familiare?
C'è così tanta bellezza e potenzialità qui, e così tanto spreco. L'Italia ti spezza il cuore.

E non solo soltanto le vicende di Silvio Berlusconi. La sua recente condanna definitiva per frode fiscale, unitamente all'interdizione dai pubblici uffici per diversi anni, non hanno prodotto quel senso di sollievo e di nuovo inizio che ci si sarebbe aspettati.  
Hanno invece obbligato gli Italiani ad ammettere che, mentre lui sperperava tempo, peggiorava i problemi e si comportava come un intrattenimento buffonesco e da cartone animato, i problemi di fondo del Paese -- una normativa intricata e una burocrazia barocca che soffocano le imprese, un sistema chiuso di favoritismi che contrasta l'iniziativa privata, la corruzione ed il cinismo che ne consegue -- lo sormontavano.

Nel secondo trimestre del 2013, il debito pubblico italiano è salito al 133% sul PIL, il secondo più alto dell'Eurozona, superato solo da quello greco. La diminuzione del PIL italiano di circa 8% dal picco registrato prima della crisi è peggiore di quello di Spagna e Portogallo.
Non si è ancora visto alcun segno di ripresa, anche se un modesto miglioramento potrebbe finalmente arrivare più in là quest'anno.

Ma non lasciate che i numeri misurino la deriva italiana.
Piuttosto, scendete dal treno super-veloce (che è bellissimo) o uscite dall'autostrada e viaggiate sulle strade secondarie, lasciandovi andare nella decadenza. 
O cercate di gettare la vostra coppetta di gelato vuota in uno dei cestini della spazzatura nella celebrata capitale del Paese, Roma. Apparentemente sono sempre pieni o straripanti. Quello in cui mi sono imbattuto io vicino la Camera dei Deputati una sera era rimasto non svuotato per così a lungo che la gente lasciava l'immondizia alla base del cestino, da cui fuoriusciva una collinetta di spazzatura: l'ottavo colle di Roma. 
In una città il cui bilancio risicato e le inefficienze sono lo specchio del Paese, la spazzatura è diventata un problema serio, un sintomo dello stato di salute incerto del proprio apparato politico.

Martedì ho fatto visita al dottore che si occupa del caso. Si chiama Ignazio Marino. A giugno è stato eletto nuovo sindaco di Roma battendo il candidato di Centrodestra sostenuto da Berlusconi, con un notevole 64% dei voti, che suggerirebbe la smania degli Italiani per qualcosa di nuovo. 
Marino, 58 anni, è entrato in politica solo sette anni fa, ed ha trascorso tutta la sua vita professionale sino a quel momento come chirurgo specializzato in trapianti di fegato (benché si sia anche occupato di reni e pancreas) ed ha vissuto per la maggior parte del tempo in Pennsylvania.
Mi ha detto che amministrare Roma non è diverso dal portare avanti uno dei suoi interventi chirurgici.
"Un'emergenza controllata", ha spiegato.


(Frank Bruni)
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Pubblicato sul New York Times del 26 Ottobre 2013 

Link all'articolo originale ("Italy Breaks Your Heart"):
http://www.nytimes.com/2013/10/27/opinion/sunday/bruni-italy-breaks-your-heart.html


Saluti,

(Rio)

sabato 13 aprile 2013

Commento agli Otto Punti per l'Italia proposti da Attac Italia

Salve.
Circola da oggi (venerdì 12 Aprile 2013) un breve documento di otto punti elaborato da Antonio Tricarico e Vittorio Lovera dell'Associazione AttacItalia che suggerisce otto punti per cambiare il Paese in 100 giorni. 
Il documento originale è disponibile, ad esempio, qui

In questo mio post, mi permetto di commentare gli otto punti indicati da Tricarico e Lovera che, come prevedibile, ricalcano una visione fortemente statalista e pubblica del Paese e dell'economia.


Punti 1 e 2: sostanzialmente, si ripropone la ristrutturazione del debito. Sono contrario e il perché l'ho spiegato in diversi post di questo mio blog; ma, soprattutto in due: questo e questo.

Punto 3: è un controsenso. Da una parte si chiede di rendere di nuovo pubblica Cassa Depositi e Prestiti, quando poi si riconosce che il controllo di CDDPP è attualmente detenuto dalle fondazioni bancarie, un'anomalia tutta italiana di enti "senza fini di lucro" in mano... ai politici! Allora che vogliamo fare, non ho capito...?

Punto 4: è solo un atto formale, in realtà. Si tagliano i tassi di 3 punti per permettere un maggiore indebitamento degli EELL, ma si tagliano anche i guadagni della CDDPP che sarebbe nel frattempo diventata pubblica. E' una partita di giro, che trasferisce più soldi agli EELL, ma non cambia la situazione di indebitamento pubblico complessiva.
Ma c'è anche un altro aspetto da considerare: gli EELL (lo hanno ribadito persino i saggi di Napolitano) devono imparare ad utilizzare i Fondi Strutturali, non indebitarsi in prestiti agevolati di CDDPP. I Fondi Strutturali non hanno interessi, ma richiedono più lavoro di pianificazione e di rendicontazione. Per questo gli EELL non li sfruttano appieno. Secondo me, questa è la strada. Altro che prestiti CDDPP.

Punto 5: non ho capito. Chi e come paga l'acquisizione del credito fondiario da Morgan Stanley? Poi, perché per "decreto legge"? I decreti legge sono provvedimenti di massima urgenza, che devono comunque essere "convertiti in legge" (ossia convalidati) dal Parlamento entro 30 giorni, se no decadono. Non si possono mica usare per acquisire Fonspa.

Punto 6: è semplicemente stupido. Forse va fatto comunque per rispettare la volontà referendaria, ma rimane una cosa stupida. L'acqua non è mai stata "privata". Ci sono Enti che affidano la gestione dell'erogazione del servizio idrico a società a capitale interamente pubblico, a capitale misto pubblico/privato o a capitale solo privato. 
Il problema non è tanto la proprietà del capitale, ma i criteri di selezione e, soprattutto, il contratto di servizio stipulato con il gestore, che stabilisce standard di qualità e penalità/sanzioni, in caso di violazione di tali standard. 
Ancora una volta, gli Enti vogliono il gestore interamente pubblico solo perché -- diciamolo! -- non sanno scrivere i contratti di servizio e preferiscono, per ragioni politiche, non avere problemi nel servizio, anche se la gestione interamente pubblica può comportare maggiori sprechi.
La strada, secondo me, è che gli Enti imparino a redigere contratti di servizio adeguati. In quel modo, avremmo buoni standard e pochi sprechi, quale che sia la composizione societaria del gestore. 
Senza contratti di servizio scritti bene, possiamo solo scegliere tra un pubblico che spreca ed un privato che ruba. Non mi pare una grande libertà di scelta.

Punti 7 ed 8: certo, come no. Così tutti gli investitori finanziari ed i loro capitali andranno altrove, mentre l'Italia perderà anche il gettito dall'attuale 21%. Un colpo di genio.

Saluti,

(Rio)


martedì 26 marzo 2013

Indignados, torti e ragioni [2] - L'uscita dall'euro

Salve.

Attualmente in Italia, anche a seguito della grande affermazione del Movimento Cinque Stelle alle recenti elezioni politiche, si fa un gran parlare della possibilità di uscire dalla moneta unica e di ritornare alla lira.

E' un'opzione sulla quale anche alcuni economisti si sono detti possibilisti, ove non favorevoli, motivata da una serie di ragioni che possono essere sintetizzate nei vantaggi di riacquistare la sovranità valutaria da parte del nostro Paese e dalla possibilità dell'utilizzo della leva monetaria come strumento in più per affrontare la crisi economica.

L'idea di fondo è quella di tornare alla lira per svalutare ed aiutare le esportazioni italiane (come avveniva negli Anni '80, in cui la lira era sottovalutata), rilanciando così l'economia.

Si tratta in realtà di una scelta davvero miope e rischiosa, perché foriera di una serie di problemi molto seri che -- con ogni probabilità -- dopo una (eventuale) fase iniziale di miglioramento apparente, non farebbero altro che aggravare la situazione italiana.
Vediamone rapidamente due.


Problema uno: il nuovo tasso di cambio. Inflazione e svalutazione.
Chiunque sogni che la nuova lira possa essere scambiata con l'euro allo stesso tasso di cambio stabilito il giorno dell'entrata in vigore della divisa europea oltre dieci anni fa, cioè 1.936,27 lire per un euro, è destinato a rimanere deluso.

Il tasso di cambio è solo inizialmente un "atto politico": alla mezzanotte del ritorno alla lira, tutti i risparmi nei nostri conti correnti, tutti i nostri stipendi e salari, tutti i contratti, gli accordi commerciali, le transazioni e tutti i bilanci verrebbero convertiti da euro in lire ad un tasso di cambio stabilito "politicamente".
Ma questo sarebbe solo un effetto di breve durata.

Infatti, a stabilire quanto realmente vale la nuova lira italiana sui mercati valutari internazionali non è la volontà del Parlamento o del Governo italiani, purtroppo. Il tasso di cambio è l'effetto della volontà dei mercati di accettare la nostra (sgangherata) valuta e di scambiarla con l'euro, con il dollaro, con la sterlina o con qualsiasi altra divisa.

Il punto non è stampare cartamoneta e di stabilire arbitrariamente quanto vale, ma far sì che ogni banconota stampata rappresenti un eguale controvalore di beni e  di servizi prodotti, in altre parole, di ricchezza reale del Paese.

Per quanto tempo, infatti, i nostri fornitori esteri sarebbero disponibili ad accettare pagamenti in lire in base ad un tasso di cambio lira-euro (o lira-dollaro) deciso dal Ministero dell'Economia del Governo Italiano?
La risposta logica è che, guardando all'economia reale del nostro Paese, i fornitori esteri pretenderebbero o un tasso diverso, per tutelarsi meglio, oppure di essere pagati direttamente in valuta pregiata, così da scaricare ogni rischio di cambio sulle nostre imprese.

Posto che l'economia italiana negli ultimi dieci anni si è contratta notevolmente, mentre l'indebitamento è aumentato in misura considerevole, offrire pagamenti in valuta nazionale ai nostri fornitori di beni esteri importati significa vedere rapidamente aumentare i prezzi di quegli stessi beni. Ciò è legato alla necessità del mercato di scambiare le valute ad un tasso di cambio ritenuto congruo dai soggetti economici che effettivamente vi operano, e non certo da chi occupa le poltrone più importanti in Viale dell'Astronomia.

Naturalmente, i costi di produzione di tutti i prodotti italiani realizzati con l'ausilio di quei beni importati -- tra i quali figurano, lo ricordiamo, idrocarburi (petrolio e metano), materiali da costruzione di molti tipi (ad esempio, metalli e leghe, sia grezzi che semilavorati), sostanze e prodotti chimici, apparecchi elettronici, alimentari (!) -- non potrebbero che incorporare anche gli aumenti dei prezzi di importazione dei beni esteri e, di conseguenza, generare un effetto a catena di incremento anche dei prezzi di vendita dei beni italiani.

Proverò a semplificare: se per produrre e portare nei negozi un certo bene italiano X mi servono anche materie prime e semilavorati stranieri e se il loro prezzo d'importazione aumenta, io non posso che aumentare anche il prezzo di vendita di X. Questo perché il costo di produzione di X è, di fatto, aumentato.

Questo fenomeno di aumento a catena dei prezzi di vendita di ogni prodotto si chiama inflazione.
L'inflazione ha molti effetti spiacevoli, ma il più ovvio consiste nella perdita di potere d'acquisto di stipendi, salari e pensioni; e la ragione è evidente: i prezzi di ogni cosa aumentano, ma le buste paga della gente e le loro pensioni, invece, restano invariate.

Un altro effetto negativo è dato dal fatto che l'inflazione interna finisce con il minare alla base i benefici alle esportazioni generati dalla svalutazione della divisa locale: in breve, si svaluta per abbassare i prezzi di vendita in valuta estera e così esportare di più, ma si finisce con il dover aumentare i prezzi in valuta locale perché si è generata inflazione.

Ciò può spingere la politica ad agire in due modi: o cercare di contenere l'inflazione, scaricandone il "costo" sulla gente (si legga: non si aumentano stipendi e pensioni), oppure adottare misure a tutela del potere d'acquisto, attraverso un adeguamento di salari e pensioni al nuovo costo della vita e, nello stesso tempo, si procede ad un'ulteriore svalutazione della lira, volta a preservare i vantaggi per le esportazioni italiane.

E' ovvio che nessuna delle due strade è auspicabile: con la secondo, in particolare, si rischia di innestare una spirale di inflazione / svalutazione di tipo sudamericano, nel quale l'economia nazionale potrebbe trovarsi intrappolata e dalla quale diventerebbe difficile uscire, per un Paese importatore di materie prime, senza enormi sacrifici.

Inoltre -- come è già accaduto in alcuni Paesi dell'America Latina -- la spirale inflazione / svalutazione, riducendo progressivamente il valore del denaro depositato nei conti correnti,  determina l'erosione e, infine, la distruzione dei risparmi in valuta locale.  


Problema due: il debito già contratto in euro.
L'Italia, in questi undici anni di valuta unica, ha contratto debiti rilevanti in euro, attraverso l'emissione di titoli del debito nazionale nella divisa europea.

Questi debiti non possono mica essere ripagati in lire: bisogna continuare a pagare in euro i debiti sottoscritti in euro. Ma se il tasso di cambio nuova lira-euro peggiora, per l'Italia questo significa pagare di più: significa un peggioramento della situazione debitoria del nostro Paese, ovvero proprio di quella situazione che ha maggiormente contribuito a generare lo stato di crisi in cui l'Italia si trova impelagata da anni.

Naturalmente, l'alternativa è quella di fare default, cioè bancarotta (a tal proposito, vedasi anche il mio post del 15/10/2011).
In questo caso, si dichiarerebbe ufficialmente che l'Italia non è più in grado di pagare e si procederebbe alla cosiddetta "ristrutturazione del debito": in sostanza, si direbbe ai nostri creditori che, ad esempio, se prima dovevamo loro "100", ora dobbiamo loro solo "40". Prendere o lasciare.

Questa può sembrare per qualcuno una situazione ottimale, in quanto permetterebbe all'Italia di liberarsi in un sol colpo del fardello del debito e riconquistare anche la piena sovranità finanziaria, oltre che monetaria.

Ma in economia, proprio come nella vita, quando una cosa è troppo bella per essere vera, probabilmente non è vera; oppure non è così bella come sembrava all'inizio. :-)

E infatti, la ristrutturazione del debito cambia radicalmente le aspettative dei mercati (sia degli investitori esteri che di quelli italiani), che chiederebbero interessi più elevati per acquistare titoli del nostro debito pubblico, per tutelarsi da un rischio maggiore.

Come mai?  La ragione è anche qui ovvia: la fiducia. E' la stessa ragione per cui una banca che presta i soldi ad un privato che ha già fatto bancarotta una volta pretende interessi più alti di quelli che invece chiederebbe a chi ha una storia finanziaria improntata alla solidità e al rispetto degli impegni presi.

Dopo il default, l'affidabilità dello Stato italiano non sarebbe più la stessa e anche i nostri concittadini sottoscrittori di titoli di Stato pretenderebbero maggiori garanzie (ricordiamo che circa la metà del debito italiano è ancora in mano ad investitori italiani).

Non è da escludere che, alla prossima necessità di liquidità per pagare la spesa pubblica, lo Stato italiano -- non potendo o non volendo offrire rendimenti troppo elevati sui titoli pubblici -- si veda persino obbligato al rifinanziamento attraverso operazioni di trasferimento dai nostri conti correnti; oppure che ricorra, semplicemente, alle tasse.

Quel che i cittadini non sono più disposti a prestare allo Stato perché non si fidano, diventa quindi oggetto di un prelievo forzoso.

A queste considerazioni, si aggiunge anche il fatto che nei 18 anni passati (ovvero da quando l'Italia ha deciso e si è impegnata ad entrare nella moneta unica), la divisa comune europea ci ha permesso di risparmiare circa 700 miliardi di euro in interessi sul debito -- anche se va detto che lo Stato italiano ha immediatamente provveduto a "rimangiarseli", aumentando la spesa pubblica.

Sicuri che valga davvero la pena di tornare alla lira?

Saluti,

(Rio)

P.S. Alcuni si chiedono: ma perché non possiamo ripetere il giochino della svalutazione, posto che negli Anni '80 funzionava così bene? 
Perché negli Anni '80 non c'erano ancora né la situazione debitoria che abbiamo oggi né la globalizzazione dell'economia. 
Oggi, un'azienda cinese può produrre contando su una forza lavoro che fa turni di 12 ore al giorno per 7 giorni alla settimana e guadagna, diciamo, 200 euro al mese. E così giù, lungo tutta la filiera. 
Distorsioni del mercato del lavoro così gravi vanificano qualsiasi manovra di svalutazione a sostegno delle esportazioni. 
Cos'è, qualcuno vorrebbe mettersi a competere con la struttura di costi delle aziende cinesi ?  :-)

sabato 23 febbraio 2013

Contro (o pro) Oscar Giannino


Salve.

Una delle vicende di cui più si è parlato sui media in questo finale di campagna elettorale per le elezioni politiche è il caso dei titoli accademici inventati da parte dell'ex leader del Movimento liberista "Fare per Fermare il Declino", il giornalista Oscar Giannino. 

In breve, il giornalista è stato più volte ripreso in video a millantare un master in management pubblico conseguito all'Università di Chicago Booth (per il cui Dipartimento di Economia lavora il compagno in politica prof. Luigi Zingales), più una laurea (o due) e persino una partecipazione allo Zecchino d'Oro da bambino, immediatamente sconfessata dal Mago Zurlì. :-)

Non appena messo al corrente dei titoli millantati da Giannino, tra cui uno proprio nell'università per cui lavora Zingales, il professore si è dimesso da ogni incarico nel Movimento, auspicando un immediato cambio della dirigenza e sostenendo in un breve comunicato che "anche le idee migliori hanno bisogno di gambe sane" e che avrebbe votato comunque FiD, ma turandosi il naso. 

Mortificato dalle parole di Zingales, Giannino -- a pochi giorni dal voto -- ha immediatamente confermato di non avere alcun titolo accademico (si è infatti fermato alla maturità classica) ed ha fatto il giro di tutti i media per:
  • ammettere pienamente il proprio errore, da lui stesso definito "grave";
  • chiedere scusa;
  • dimettersi da ogni incarico nel Movimento;
  • non potendo dimettersi anche da candidato perché la cosa avrebbe invalidato tutta la lista, dichiarare che -- in caso di sua elezione -- avrebbe rimesso il seggio nelle mani del Movimento.
Il giorno dopo, la Direzione Nazionale di FiD ha preso atto delle dimissioni di Giannino e nominato Silvia Enrico nuovo Coordinatore e Presidente sino al primo congresso del Movimento, da stabilirsi entro (credo) Febbraio.

Questa settimana, i giornali di Silvio Berlusconi, più il Fatto Quotidiano e Lettera43, hanno passato al setaccio tutta la vita e la carriera di Oscar Giannino, alla ricerca del pur minimo indizio che egli si sia servito delle false credenziali non solo per vantarsene pateticamente sui media, ma anche per ottenere incarichi per i quali erano previsti requisiti che il giornalista in realtà non possedeva. 

A giudicare dall'assenza di nuove notizie al riguardo, non devono aver trovato niente: Giannino ha solo commesso un atto di vanità personale; sicuramente grave, data la valenza politica, ma senza rilevanza penale.
Insomma, non un criminale: un vanesio bugiardo. 

A parere di chi scrive, Oscar Giannino si è bruciato ogni possibilità di guidare il Movimento: il segretario di un partito politico è un po' il simbolo del sistema di valori che quel partito porta avanti e le menzogne di Giannino, anche se non hanno rilevanza penale, minano alla radice l'immagine di un Movimento che ha tra i propri punti chiave la trasparenza e la correttezza e che, paradossalmente, si batte proprio per... l'abolizione del valore legale del titolo di studio! :-)
Non si capisce perché Giannino, la cui eccellente preparazione in economia è fuor di dubbio, non sia andato dinanzi ai suoi potenziali elettori a dire che proprio uno come lui è la dimostrazione di quanto poco contino i pezzi di carta e quanto, invece, il duro lavoro ed il merito.

Resta però il fatto che Giannino, nel tentativo di riparare, ha stabilito un precedente nuovo nella storia della politica italiana: non era mai successo che un leader politico si dimettesse a pochi giorni dalle elezioni, ammettendo pubblicamente ogni responsabilità, scusandosi e promettendo che non avrebbe accettato un seggio, in caso di sua elezione; tra l'altro per questioni che (sino a prova contraria) non costituiscono reato, ma solo un danno d'immagine.
Potrà forse essere una consuetudine in alcuni Paesi stranieri; ma questa è l'Italia, dove da anni siedono quasi cento parlamentari incriminati da reati che vanno dalla concussione, all'abuso d'ufficio e a salire sino al concorso esterno in associazione mafiosa; questo è il Paese dove nessuno si dimette mai, e quelli lasciati fuori dall'elenco dei candidati o minacciano di "parlare ed inguaiare tutti" o afferrano le liste e scappano via, inseguiti in macchina come in un remake di Miami Vice.

In un Paese così, il gesto di Giannino, non motivato da fatti di rilevanza giudiziale, di addossarsi le colpe e farsi da parte in sole 48 ore dallo scoppiare del caso appare come una novità assoluta; un po' come le dimissioni dell'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, solo che stavolta è accaduto appena prima del voto, quando probabilmente il danno elettorale e politico è massimo.

In molti, fuori da FiD, hanno auspicato (non senza avere un loro tornaconto politico) che Giannino si ritirasse a vita privata.
Invece, a parere di chi scrive, l'eccentrico giornalista piemontese ha appena dimostrato, con il modo serio in cui ha cercato di porre rimedio alle proprie menzogne, che se rispetta l'impegno di restare fuori dal Parlamento per questo giro, pur senza più avere ambizioni di leadership, potrà tornare a chiedere di farsi votare molto più degnamente di chi lo critica.

La prossima volta, preferibilmente, senza dannosi atti di vanità. 

Saluti,

(Rio)

venerdì 22 febbraio 2013

Elezioni 2013 - Qualche chiarimento doveroso

Salve.

Stavamo appena cominciando ad abituarci ad un regime politico normale, quando -- tutto d'un colpo -- ci siamo ritrovati di nuovo in campagna elettorale. 

Come di rito, da tutte le parti sono immediatamente partiti gli slogan, le frasi ad effetto e, neanche a dirlo, una mareggiata di promesse elettorali.

In questo breve post non voglio entrare nel merito dei programmi dei partiti politici, perché se no mi ci vuole un'enciclopedia, più che un blog. Mi limiterò quindi a tre semplici considerazioni di base, che possono servire a tutti come bussola per valutare questa o quell'offerta programmatica. 

Punto primo: se tagli le entrate, devi tagliare anche le spese; oppure devi fare debiti ma, prima o poi, i debiti si devono pagare. E quindi quei soldi, prima o poi, devono saltare fuori. Inoltre, di solito i debiti si pagano con gli interessi. E ci vogliono ancora più soldi per farlo, cioè più di quanti ce ne sarebbero voluti pagando subito. Non ci sono pasti gratis in natura.
Non ci vuole mica un Nobel in economia per afferrare il concetto.
Quindi, il mio modesto consiglio e': nei programmi, non leggete solo come il partito vuol spendere i soldi. Quella e' la parte facile: si scrive un bel libro dei sogni senza copertura finanziaria. Cercate piuttosto come intende reperirli, i soldi per fare cio' che vuol fare; quali costi vuol tagliare e quali spese vuol ridimensionare.
E fatevi sempre i conti da soli: chi vi dice che vuol risanare il bilancio dello stato semplicemente tagliando i costi della politica e' come chi sostiene di voler svuotare un lago usando un bicchiere. Non fatevi ingannare.

Punto secondo: la lotta all'evasione fiscale è sacrosanta, ma non è affatto priva di conseguenze negative per l'economia. Specie in tempi di crisi, ci sono molte aziende che restano aperte solo perché evadono.
Chiedere loro di pagare le tasse è giusto, ma chi lo fa deve anche assumersene il costo politico, che non è affatto irrilevante: significa più chiusure di aziende, più disoccupazione, meno consumi (perché un disoccupato ha meno denaro da spendere), che portano a meno fatturato per chi rimane aperto, quindi a meno investimenti e a meno competitività, oltre che meno entrate fiscali per lo Stato, che di conseguenza... deve alzare le tasse.
Nel frattempo, tanta gente in piazza (di solito gli stessi che chiedevano la lotta all'evasione un anno prima), pesanti accuse di "Paese strangolato" da Destra o di "macelleria sociale" da Sinistra, richieste di dimissioni e tutto l'armamentario nazional-demagogico di rito.
In breve: in tempi di crisi, la lotta all'evasione può facilmente diventare il serpente che si morde la coda. E' sicuramente una cosa giusta, ma non è così semplice come ci raccontano. Soprattutto adesso.

Punto terzo: tralasciando le polemiche su chi dice "tassa patrimoniale" e poi invece vuol tassare i redditi, se si propone che il patrimonio di chi possiede molti beni vada tassato, bisogna comunque stare attenti e chiedersi sempre: "Da dove viene quel bene e soprattutto come viene impiegato?" E' la conseguenza di una rendita oppure e' un bene strumentale d'impresa, cioè uno strumento con cui si produce?
Spiegazioncina breve: tassare gli immobili di uno che ha venti appartamenti è una cosa; tassare il capannone, la sede operativa o la flotta aziendale di un'impresa è ben altra.
Tassando i primi, si recupera qualcosa in più (anche se probabilmente meno di quello che si racconta in campagna elettorale), mentre tassando i secondi si spinge solo la gente a trasferire le proprie attività all'estero.

Sperando di aver fatto cosa utile, vi saluto.
E andate a votare, perdindirindina.

(Rio)

venerdì 1 febbraio 2013

Acchiappando farfalle nel programma del Movimento 5 Stelle



Salve.

E' tempo di elezioni e cosi' presento di seguito alcuni commenti sul programma del Movimento Cinque Stelle in materia di Economia.

Premetto, per correttezza, che chi scrive non e' un elettore del M5S, ne' mai lo sara'.
Ma avrebbe potuto anche esserlo, se solo il M5S si fosse limitato ad occuparsi dei temi con cui e' nato anni fa e sui quali ha dimostrato competenza e serieta', invece di montarsi la testa e di scrivere un programma a 360 gradi che dimostra -- su temi critici come l'economia -- una sostanziale ignoranza e una notevole dose di incoscienza, anche.

In materia economica, il Movimento Cinque Stelle si comporta praticamente come un bambino che si diverte a smontare un apparecchio elettronico rotto di cui non capisce niente, cercando di aggiustarlo: puo' solo fare disastri.

Oggi, il M5S avrebbe potuto essere il VERO Pirat Partei italiano, con proposte eccellenti in tema di virtualizzazione delle procedure amministrative e dei contenuti. Ha scelto invece di fare il passo piu' lungo della gamba e, nonostante una probabile affermazione elettorale alle prossime politiche, se non cambia rotta e se davvero realizza una qualsiasi delle proposte elencate qui sotto, mettera' il Paese in acque anche peggiori di quelle in cui gia' si trova.

E allora ha ragione Oscar Giannino, quando dice che le idee in materia economica di Grillo sono "roba da ambulanza"? Be', secondo me, si', specie se si considera che una delle premesse economiche dei grillini e' quella di tagliare i costi e gli sprechi, a partire da quelli della politica e dei livelli amministrativi intermedi, come le Province.
Ma vediamo queste proposte. Io ne ho estrapolate alcune: le piu' folli.
Il programma per intero lo trovate a questo link.


SUL TEMA (FONDAMENTALE!) DELL'ECONOMIA, IL M5S VORREBBE:

Abolizione delle scatole cinesi in Borsa.
Questa abolizione della finanza derivata cosi', per decreto, e' bellissima.
E' la tipica trovata qualunquista casaleggiana per prendere all'amo chi di finanza non capisce nulla.
C'e' una roba strana che nessuno sa bene come funziona e che a volte causa disastri?
Abroghiamola! Tanto chi ci capisce niente...
Complimenti a Casaleggio: il suo lavoro di consulente in demagogia lo sa fare.

Abolizione della legge Biagi.
Sottotitolo: e da domani si torna a lavorare tutti in nero.
(Forse dovrebbero aggiornare il programma alla Riforma Fornero, ma l'intento e' chiaro: abolire la flessibilita' per abolire il precariato. Come non averci pensato prima?).
Questi che vogliono combattere il precariato abrogando le norme sui contratti flessibili sono come quei fanatici battisti o metodisti che nell'Ottocento volevano impedire la prostituzione introducendo il coprifuoco al tramonto.Non avevano capito il problema.

Impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno.
Impedire? Come "impedire"?
Innanzitutto, la cosa sembra prefigurare un comportamento anticoncorrenziale, probabilmente contrario ad una lunga serie di direttive comunitarie, ma lasciamo perdere.
Solo, se i proprietari di queste aziende-alimentari-eccetera decidessero di "smantellare", perche' a loro conviene cosi', che facciamo?Li arrestiamo?
Oppure le loro aziende se le compra lo Stato per salvare posti di lavoro?
Ma non dovevamo tagliare i costi?
E ci mettiamo a comprare fior di aziende improduttive?
E quanto ci costa? E dove prendiamo i soldi?

Vietare gli incroci azionari tra sistema bancario e industriale.
Cosi', per decreto. Vorrei proprio vedere come fanno.
Voglio leggere il disegno di legge, per farmi quattro risate.
Suggerimento: perche', gia' che ci siamo, non abroghiamo per decreto anche i programmi elettorali fatti di fumo?

Introdurre la responsabilità degli istituti finanziari sui prodotti proposti con una compartecipazione alle eventuali perdite.
Sicuro. Potete dire addio: alle societa' di revisione, alle societa' di rating, alla quasi totalita' del business di intermediazione mobiliare, agli edge funds ed alla gestione dei patrimoni wealthy. Questo  per citare le prime cose che mi vengono in mente.
Privato di tali sbocchi, un fiume in piena di denaro si riversera' nei soliti approdi sicuri, cioe' nell'oro e nel mattone: vi lascio immaginare le conseguenze.

Impedire ai consiglieri di amministrazione di ricoprire alcuna altra carica nella stessa società se questa si e' resa responsabile di gravi reati.
Avete letto bene: c'e' scritto questA, con la A. E' riferito alla societa', non al consigliere. Sara un refuso: forse volevano dire questI con la I.
No, perche', messa giu' cosi', significa che Tizio commette il reato e Caio, che siede nel consiglio di amministrazione, non puo' ricoprire un altro incarico nella stessa societa'.
E perche'? Perche' forse "non poteva non sapere"?
Il CFO trucca i bilanci, magari lo fa anche bene, e il consigliere "lo doveva sapere"?
E la responsabilita' personale nei reati penali? E la presunzione di innocenza? Riscriviamo tutto l'impianto giuridico e diventiamo il primo Paese al mondo con un diritto penale collettivo e la presunzione di colpevolezza?

Introduzione di un tetto per gli stipendi del management delle aziende quotate in Borsa e delle aziende con partecipazione rilevante o maggioritaria dello Stato.
Eccone un altro che non sa in quanti modi si puo' remunerare un executive in un'azienda.
Attuata alla lettera, ammesso che sia attuabile (ma, come avrete capito, l'attuabilita' non e' una priorita' per la Casaleggio & Associati: e' il consenso che conta), questa cosa significa che tutti i migliori manager andranno a gestire ed a realizzare utili per aziende che sono all'estero, mentre noi ci terremo quelli che nessuno vuole.
Un colpo di genio.

Abolizione delle stock options.
Ma studiare un po' di storia recente delle crisi finanziarie, proprio no?
Le stock options non solo devono restare, ma devono sostituire i bonus e rimanere incedibili nel medio periodo, proprio per contrastare le cause che hanno favorito e rafforzato la crisi del 2008.

Allineamento delle tariffe di energia, connettività, telefonia, elettricità, trasporti agli altri Paesi europei.
Un modo sicuro c'e', Grillo: si chiama liberalizzazione del mercato.
 Funziona anche con le banche, sai?
Quelle in perdita che tu vuoi nazionalizzare a spese del contribuente.
E menomale che vuoi tagliare gli sprechi.

Favorire le produzioni locali.
Se e' mediante forme di protezionismo, si sappia: e' vietato dall'U.E.
Perche' -- pensate un po' -- e' un comportamento contrario alle logiche del mercato unico.
Chi l'avrebbe mai detto, vero?

Sostenere le società no profit.
Come? Le reggiamo con una mano?
Oppure de defiscalizziamo ancora? E i mancati introiti per l'erario come li compensiamo?
Ma per avere un po' di dettaglio dal M5S, cosa bisogna fare?
Andare a casa di Casaleggio?

Sussidio di disoccupazione garantito.
Be', se sovvenzionate, sostenete e nazionalizzate tutto quello che dite di volere sovvenzionare, sostenere e nazionalizzare, se ritenete che persino i 10mila e passa forestali siciliani "non siano un problema", non vi restera' un centesimo.
Come lo create il fondo per il sussidio di disoccupazione garantito?
Stampando cartamoneta a Sestri Levante?
Tagliando le famose "auto blu" ed i "privilegi della politica"?
Ma ce l'avete un'idea -- anche vaga -- di quanti soldi vi servano e, quindi, di quanti costi vadano tagliati, per finanziare il fondo per un sacrosanto sussidio di disoccupazione garantito che sia degno di tale nome?

E questo su Grillo.
Un'ultima riflessione vorrei dedicarla a quelli che dicono che la sostanza vince. Ottimisti.
Così, si rischia di commettere un altro mio errore: quello di sottovalutare la "pancia degli Italiani".
Anch'io dicevo, alle scorse politiche: "Berlusconi non puo' vincere, la gente ne ha abbastanza, non
e' cosi' stupida..."
Conclusione: Berlusconi ha ottenuto il miglior risultato di sempre.
Poi, dopo Monti, ho anche detto: "La gente non puo' mica ricascarci di nuovo..."
Conclusione: Berlusconi nei sondaggi e' ormai a pochi punti dal PD.

Ammettiamolo tutti una buona volta:
purtroppo, l'Italia non e' un granche'.
E' un Paese superficiale, popolato da gente emotiva e puerile, che ha sempre una gran voglia di scorciatoie comode.
Altro che chiesa cattolica, mafia, razzismo nord-sud, questione meridionale e compagnia bella: la vera anomalia italiana e' che
l'Italia non e' un granche'.

Casaleggio questo lo sa. 

E Casaleggio il suo lavoro lo sa fare.

Saluti,

(Rio)

domenica 13 gennaio 2013

Principali luoghi comuni su Israele e i Palestinesi


Salve.

Joseph Goebbels, Ministro nazista della Propaganda, era solito dire: "Una menzogna ripetuta all'infinito diventa la verità".
Goebbels era un uomo spregevole, ma sapeva fare il proprio lavoro. Il suo motto ha fatto scuola nel mondo, conquistando ovunque proseliti che lo hanno applicato con zelo in regimi totalitari di tutti i tipi: dalle dittature fasciste sudamericane sino ai Paesi comunisti in Europa, Asia e Caraibi, come pure i regimi tirannici africani.

Con l'adozione da parte di quei regimi totalitari, i metodi di propaganda di Goebbels si sono trasferiti anche a chi, pur vivendo in democrazia, si adopera per una trasformazione della societa' libera in senso autoritario.
Non e' quindi un caso che la disinformazione sistematica e la "macchina del fango" -- per usare un termine caro a Roberto Saviano -- siano metodi largamente utilizzati nella propaganda dei gruppi neofascisti, della Sinistra massimalista e dei numerosi movimenti demagogici sorti dalla crisi dei partiti tradizionali.
E neanche stupisce che, sin dal principio, in Italia la propaganda anti-israeliana -- appannaggio di tutti i gruppi di estrema Sinistra e di estrema Destra, passando per il Movimento Cinque Stelle -- si sia nutrita di falsi miti, di esagerazioni, di evidenti distorsioni della realta', ove non di veri e propri falsi storici.

Tuttavia, la costante riproposizione di questi miti -- aiutata dall'assenza di verifiche e dal sostanziale disinteresse per i fatti da parte dei vecchie e nuovi media -- hanno convinto larga parte dell'opinione pubblica italiana ad adottare a priori il "punto di vista palestinese" del conflitto, aderendovi in modo del tutto acritico.

Questo post ha come fine quello di fornire una tabella dei piu' diffusi luoghi comuni sul conflitto israelo-palestinese e del perche' da tali punti di vista si traggano sempre piu' spesso conclusioni che, ad un esame dei fatti, risultano esagerate, intellettualmente scorrette, se non proprio completamente inventate.

Alcune premesse:
  • chi scrive e' un sostenitore della democrazia, un liberale e liberista laico, non e' cittadino di un Paese mediorientale, non e' Ebreo, ne' Musulmano, ne' Cristiano e -- con rispetto parlando -- considera tutte le religioni soltanto un insieme di leggende primitive.
  • La differenza in lunghezza tra l'affermazione dogmatica e l'analisi e' legata a quella che io personalmente chiamo "Legge di Paolo Attivissimo", che sostiene che ci vuole poco per fare un'affermazione arbitraria, ma molto di piu' per smontarla con dati oggettivi.
  • Infine, si avverte che questo e' un post lungo e che non piacera' a chi non ama i numeri, le statistiche ed i link a fonti in lingua inglese.
Mi scuso per la pressoche' totale assenza di link in lingua italiana, ma le fonti italiane sono le sole nel Mondo Occidentale ad aderire quasi senza eccezioni ad una visione soltanto.
Di buono c'e' che, pur essendo lungo, il post e' strutturato in modo da permettere di andare direttamente all'aspetto che interessa di piu'.

AFFERMAZIONE ANALISI
1. Israele e' solo una "finzione geopolitica", il risultato di una decisione unilaterale della dimissionaria potenza coloniale britannica e del movimento sionista, a spese del Popolo Palestinese, che viveva in quelle terre da secoli.
Israele semplicemente non ha alcun diritto di esistere come nazione ed il suo popolo, del tutto eterogeneo per lingua, etnia, provenienza e cultura, e' in realta' una mera invenzione.
Israele e' una finzione costruita a tavolino, senza minimamente interpellare le popolazioni locali.
Lo Stato di Israele e' sorto nel 1948 con un territorio interamente ricompreso all'interno dell'ex Protettorato Britannico del Medio Oriente, che era, a sua volta, il governo inglese di una ex provincia ottomana, persa dai Turchi nel 1917. Non esisteva ne' era mai esistita nella storia (ne' esistera' prima dei giorni nostri) una "Nazione Palestinese".
I Palestinesi non avevano (ne' avevano mai avuto) una loro patria comune e non esistevano nemmeno come popolo: erano Giordani, Siriani ed Egiziani governati sotto un protettorato straniero (ottomano o britannico).
Lo "Stato Arabo Palestinese" ed il "Popolo Arabo Palestinese" sono, nella loro accezione nazionalistica moderna utilizzata anche dalla propaganda anti-israeliana, un concetto piu' recente dello stesso Stato di Israele ed una creazione non meno "calata dall'alto" di quest'ultimo.

Tuttavia, se si considerano le indubbie differenze di lingua, etnia, Paese e cultura degli Ebrei, e' legittimo pensare ad Israele come una "finzione geopolitica", nello stesso modo in cui lo sarebbero anche gli Stati Uniti d'America, il Canada, l'Australia, la Nuova Zelanda, l'Argentina o il Brasile. Con la differenza, rispetto agli esempi appena citati, che non solo esiste un antico, saldo e innegabile legame storico-religioso-culturale tra la terra di Palestina e la cultura ebraica, ma che molti Ebrei sono sempre vissuti in quell'area, o comunque da ben prima che il moderno Stato di Israele sorgesse.

Ma quanti sono? Tutte le fonti di dati demografici sulla Palestina sono carenti ma, in base alle prime stime statistiche a disposizione (v. Alexander Schölch), nel 1850 nella citta' di Gerusalemme gli Ebrei erano il 26% della popolazione (il 42% erano Musulmani ed il resto Cristiani di varie confessioni).
Secondo le statistiche ottomane studiate da Justin McCarthy e gli studi di Roberto Bachi, nel 1900 la popolazione della Palestina era costituita per il 7-8% da Ebrei, il 12% da Cristiani e il restante 80% circa da Musulmani.
Per fare un confronto, si consideri che la popolazione nera in USA nel 1900 era pari al 10% circa del totale.
La qualita' dei dati statistici a disposizione e' oggettivamente limitata, ma tutte le stime concordano nell'assegnare la maggioranza alla popolazione Arabo-Musulmana ed un ruolo di minoranze piu' o meno vaste (a seconda delle diverse zone) ad Ebrei e Cristiani. Nessuna conclude che la presenza ebraica in Palestina (e men che meno a Gerusalemme) fosse trascurabile, insignificante o inesistente.

Quanto ad Israele costruito a tavolino, se con questo si intende che la nascita di Israele e' il risultato della Risoluzione ONU n.181, questo e' indubbiamente vero. Come e' vero che sono nati in modo analogo molti altri Stati, non solo di quell'area, ad esempio l'Egitto (dichiarazione unilaterale britannica del 1922) o la [Trans]Giordania (trattato di Londra del 22/3/1946).
Francia e Gran Bretagna, che avevano ricevuto mandato dalla Societa' delle Nazioni per le ex provincie dell'Impero Ottomano, allo scadere del mandato, hanno suddiviso il Medio Oriente in diversi Stati. Tra questi, c'erano uno "Stato ebraico" (con confini piu' piccoli di quelli attuali) e uno "Stato per la popolazione araba" (si noti che il testo della Risoluzione non parla mai di "Popolo Palestinese" perche', semplicemente, questo concetto non esisteva, ne' esistera' sino agli Anni '70. Si noti anche che nessuno dei Paesi Arabi dell'epoca ha mai rilevato, ne' tanto meno evidenziato questa "mancanza").
E' curioso, anzi, rilevare come sino al 1969 il termine "Palestinesi" venisse usato con riferimento ai "sabra", ovvero agli Ebrei nati in Palestina, per distinguerli da quelli immigrati e non, come invece accade oggi, agli Arabi.
Ad ogni modo, gli Ebrei hanno accettato subito la Risoluzione ONU n.181, mentre gli Arabi l'hanno rifiutata e mosso guerra al neonato Stato ebraico per distruggerlo, non cogliendo l'occasione -- ove mai un Popolo Palestinese fosse mai esistito -- di ottenere piena legittimazione gia' molti anni prima.

Infine, quanto all'interpellare le "popolazioni locali", vanno puntualizzate due cose: per quanto possa apparire prosaico, quasi sempre nella storia sono le guerre che definiscono, modificano e consolidano i confini degli Stati, non i trattati.
E quello di "consultare le popolazioni locali" e' un evento storicamente ancora piu' raro: decisamente piu' un'eccezione che la regola. La geografia politica del mondo non e' certamente disegnata dalla volonta' delle popolazioni locali; o almeno cosi' e' stato sino ad oggi.
2. La Guerra Arabo-Israeliana del 1948-1949 e' nota agli arabi come "Al Naqbah", la catastrofe, perche' Israele perpetro' una scientifica e sistematica pulizia etnica della Palestina, uccidendo centinaia di migliaia di Arabi o scacciandoli via e creando cosi' oltre 700.000 rifugiati Palestinesi.
A parte che, per correttezza, sarebbe interessante ragionare pure su cosa gli Arabi avrebbero fatto agli Ebrei se avessero vinto loro (considerata anche la natura delle alleanze di alcuni importanti leader religiosi musulmani prima e durante la Seconda Guerra Mondiale), le vittime civili e militari da ambo le parti sono dello stesso ordine di grandezza e comunque sotto le 10mila, con piccole oscillazioni a seconda delle fonti.
Tra l'altro, del fatto che le intenzioni degli Arabi non fossero certo migliori si trova chiara conferma nelle dichiarazioni del Segretario Generale della Lega Araba Azzam Pasha che alle Nazioni Unite, qualche giorno prima che partisse l'attacco arabo contro il neo-sorto Stato degli Ebrei, disse: "Questa sarà una guerra di sterminio ed un massacro epico, di cui un giorno si parlera' come di quelli commessi dai Mongoli o dalle Crociate".

Quanto ai profughi, e' indubbio che -- in conseguenza della pesante disfatta militare araba -- Israele espulse centinaia di migliaia di Arabi Palestinesi. Come pure, dalle statistiche demografiche disponibili, e' evidente che la cifra di "700mila profughi", copincollata con disinvoltura su molti siti, semplicemente non puo' essere vera: infatti, nel 1941, in Palestina vivevano circa un milione e centomila Arabi, il cui numero e' rimasto praticamente immutato dieci anni dopo. La popolazione araba nella medesima area presenta invece un incremento nell'ordine delle 300-350mila unita' nel decennio immediatamente precedente ed in quello successivo al conflitto.
Quindi, e' ragionevole (e plausibile) supporre che l'espulsione abbia controbilanciato la naturale crescita demografica; ed infatti altre statistiche attestano il numero reale di profughi palestinesi a circa la meta' cioe', appunto, 350mila.
La vera ragione dietro le cifre "gonfiate" non sta tanto nella propaganda, stavolta, quanto nella consapevolezza che lo status di rifugiato assicurava importanti benefici mai goduti prima, accordati dalla neo-costituita UNRWA (l'Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione). In conseguenza di tali benefici, il numero di Arabi registrati come rifugiati palestinesi all'UNRWA nel 1950, a guerra appena finita, sfiorava gia' il milione. Un fatto demograficamente impossibile, anche ipotizzando -- per assurdo -- che fosse corretta la cifra dei 700mila rifugiati del 1949.

Tuttavia, anche se realisticamente ridotto a 350mila persone, si tratta senza dubbio di un numero molto elevato; ma spesso tale cifra non viene affiancata ad una visione d'insieme dei fatti. Quasi mai, ad esempio, si fa riferimento al fatto che -- nello stesso decennio -- oltre 300mila Ebrei sono stati espulsi dai Paesi Arabi e, ben lungi dal fermarsi al 1949, tale processo non si e' arrestato sino ai giorni nostri: dei circa 850mila Ebrei che nel 1948 vivevano in Paesi a maggioranza islamica, nel 2001 ne restavano meno di 8mila.
Dal 1948 ad oggi, circa 750mila Ebrei provenienti dai Paesi Arabi sono immigrati in Israele. Non tutti possono essere considerati rifugiati, ovviamente, ma esiste una vasta documentazione che attesta l'erosione sistematica dei loro diritti, ove non una vera e propria persecuzione.

In altre parole, quello che sembra essere realmente accaduto e' che sia Arabi che Ebrei, semplicemente, abbiano posto in essere politiche di reciproca espulsione, magari con tempi e modalita' differenti.
Ma e' pure evidente che, se da un lato lo Stato di Israele si e' dimostrato propenso e capace di accogliere i rifugiati Ebrei nel proprio piccolo territorio, fornendo loro asilo, pienezza di diritti e cittadinanza, non si puo' certo dire la stessa cosa dei Paesi Musulmani nei confronti dei rifugiati Palestinesi, i cui discendenti mantengono ancora oggi lo status di "profughi", "rifugiati" o, nel migliore dei casi, di "cittadini di serie B".
Tutto questo senza considerare anche le evidenti differenze tra il modo in cui Israele tratta la Minoranza Araba, ed il trattamento riservato invece alle Minoranza Ebraica nei Paesi Arabi.
3. Israele e' un Paese razzista, dotato di un apparato poliziesco di tipo totalitario che fa vivere la minoranza araba in un regime di segregazione etnica, di apartheid simile a quello che era in vigore in Sudafrica sino a qualche anno fa. Israele non ha nemmeno una Costituzione!

Nessuna norma del corpus normativo israeliano, dalle Leggi Fondamentali sino ai regolamenti comunali, contiene alcun elemento che giustifichi o anche solo consenta qualsiasi forma di razzismo o disparita' di trattamento tra i cittadini in base a differenze di religione, di censo, di sesso, di etnia o di provenienza di origine; anche se approvata, un'ipotetica norma di questo tipo sarebbe considerata immediatamente nulla, in quanto incostituzionale.

Israele, come altri Paesi (ad esempio la Gran Bretagna), non ha una Costituzione, ma si e' dotato di "Leggi Fondamentali" con valore costituzionale. Le Leggi Fondamentali vengono approvate dal Parlamento mediante una procedura speciale ed hanno rango supremo, cioe' superiore a tutte le altre norme (appunto, come una Costituzione). Le Leggi Fondamentali possono essere modificate dal Parlamento soltanto mediante speciali procedure di revisione, proprio come una Costituzione.
Si puo' pensare alle Leggi fondamentali come ad una Costituzione approvata "poco per volta". La ragione d'essere delle Leggi e' legata al contesto politico molto "fluido" in cui lo Stato di Israele e' sorto. I Padri fondatori non hanno voluto fissare troppi paletti costituzionali all'inizio, perche' non sapevano in che modo la situazione si sarebbe evoluta, ma hanno aggiunto -- man mano che la situazione lo consentiva -- nuovi tasselli all'impianto giuridico fondamentale del Paese.

La presunta associazione tra l'esistenza di un documento unico costituzionale e la democrazia di un Paese si rivela del tutto infondata, quando si considera che anche la Nuova Zelanda, la Gran Bretagna e il Canada non hanno una Costituzione unitaria; cosi' come non ce l'aveva l'Ungheria sino a prima di diventare comunista, nel 1949 (cioe' quando era un Paese democratico). Tutte le peggiori dittature fasciste e comuniste al mondo hanno invece una Costituzione. E pertanto logico dedurre che, piu' che la presenza o meno di una Costituzione, e' l'orientamento normativo nel suo complesso a fare la differenza.

Quanto allo stato segregazionista, Israele e' sorto come "patria per gli Ebrei", ma non per i soli Ebrei: fin dalla dichiarazione di indipendenza, nel rispetto di quanto previsto dalla Risoluzione ONU n.181, tutti i diritti concessi ai cittadini di religione ebraica sono stati riconosciuti anche a quelli di ogni altra confessione religiosa, in ugual misura. E sin dalla sua fondazione, Israele si e' configurato come Stato laico, con una separazione netta tra religione e Stato. L'Ebraismo non e' la "religione di Stato" in Israele.
Ogni cittadino arabo che viveva in territorio israeliano si e' visto riconoscere gli stessi diritti in materia di istruzione, di sanita', di sicurezza e di rappresentanza politica concessi ai cittadini ebrei. Non stupisce, quindi, che la percentuale di Arabi nella Knesset (il Parlamento) e nelle universita' e' uguale alla percentuale della popolazione della medesima confessione.

Vi sono Arabi Musulmani parlamentari, campioni sportivi, imprenditori, artisti, attori, consiglieri comunali, funzionari pubblici, ministri, ambasciatori, professori universitari e persino Arabi Musulmani che servono nell'IDF, l'Esercito Israeliano.
Un Arabo cristiano e' anche Giudice della Corte Suprema.
Del resto, non e' un segreto che in materia di diritti civili e di tenore di vita, le condizioni degli Arabi Palestinesi in Israele sono ben piu' elevate che in tutti i Paesi Arabi del Medio Oriente: i Palestinesi in Libano non possono essere titolari di un conto in banca, ne' aprire un'attivita' intestata a loro nome. Non godono di diritti civili (questo nemmeno in Giordania), non votano, non hanno rappresentanti -- nemmeno nominati dall'alto -- presso le Autorita'.

Si consideri, inoltre, che si e' tenuto un referendum tra le popolazioni arabe israeliane di confine, in cui si chiedeva loro se volessero passare con l'Autorità Palestinese: la maggior parte di loro (circa 80%) ha detto di no, adducendo come principale motivazione quella che, pur sentendosi Palestinesi, volevano rimanere in un regime democratico e con un tenore di vita migliore.

Da quanto detto, e' ragionevole concludere che l'idea di un presunto regime di apartheid israeliano sia infondata come, d'altro canto, una semplice visita di qualche giorno in Israele potrebbe facilmente confermare.

Cio' premesso, Israele e' terra di asilo politico per le minoranze perseguitate di tutto il Medio Oriente: omosessuali arabi, artisti arabi "non allineati" e femministe arabe "fastidiose", minoranze religiose come i Baha'i (che in Israele hanno il loro centro mondiale) o i Musulmani Ahmadi, che subiscono persecuzioni nei loro Paesi mediorientali di origine, chiedono ed ottengono asilo politico in Israele.
Forse non e' un caso che le organizzazioni di gay e lesbiche considerino Tel Aviv una delle citta' piu' gay-friendly al mondo (anche se Israele sta diventando molto meno disponibile a concedere asilo politico ai gay di Gaza e della Cisgiordania che non abbiano per partner un cittadino israeliano).
Una posizione controversa e molto dibattuta anche dall'opinione pubblica israeliana, perche' in Palestina gli omosessuali (e chi si schiera dalla loro parte) rischiano la vita. Alcuni pero' ritengono che non sia nemmeno ragionevole caricare sulle spalle di Israele i problemi dei diritti civili di tutti i Paesi Arabi del Medio Oriente. In ogni caso, e' evidente che si tratta di un normale dibattito democratico al quale nessun Paese sviluppato europeo, inclusa l'Italia, puo' dirsi estraneo.
4. Israele tiene sotto assedio le minuscole terre che i Palestinesi sono riusciti a strappare all'invasore e, grazie ad una superiore potenza militare, perpetra l'occupazione militare di quelle terre.
A seguito dell'applicazione del Piano di Disimpegno Unilaterale Israeliano, Israele si e' ritirato dalla West Bank e dalla Striscia di Gaza nell'estate del 2005.
Attualmente (Gennaio 2013), non c'e' un solo soldato israeliano ne' mezzo militare israeliano, ne' in tutti i territori sotto il controllo dell'Autorita' Palestinese nella West Bank, ne' nella Striscia di Gaza.

L'espressione "occupazione militare", pertanto, e' del tutto infondata, posto che la parola "occupare" comporta necessariamente che qualcuno sia li' a farlo.

Inoltre, i Governi palestinesi della West Bank e di Gaza detengono il pieno controllo dei propri confini, ne' piu' ne' meno di ogni altro Stato sovrano.
Tutte le recinzioni, i muri, i check-point gestiti dall'Esercito Israeliano riguardano esclusivamente il flusso di persone verso e da Israele.
Quello che solitamente viene omesso, quando si parla di "controlli e barriere sioniste", e' che tali barriere circondano e racchiudono Israele, non i Territori Palestinesi.
E' Israele che, per evidenti ragioni di sicurezza, si e' "chiuso dietro un muro".
Israele non ha "chiuso dentro i Palestinesi". Casomai, li ha "chiusi fuori": le frontiere che i Territori Palestinesi hanno con Stati terzi -- ad esempio, quello Gaza-Egitto o quello West Bank-Giordania -- sono sotto l'esclusivo controllo palestinese (e difatti e' da li' che entrano armi).

Di conseguenza, anche l'espressione "assedio" appare priva di senso in questo contesto, posto che non si capisce come si "assedia" qualcuno chiudendosi a chiave in casa propria.
Dall'esame dei fatti, e' evidente che cio' che sta a cuore al Governo israeliano e' la sicurezza interna dei propri cittadini, non certo "l'isolamento territoriale dei Palestinesi", che possono invece andare liberamente ovunque... fuoche' verso Israele, chiaramente.
5. Israele sfrutta tutte le risorse del Medio Oriente, tenendo alla fame ed alla sete sia la Cisgiordania che, soprattutto, la Striscia di Gaza, schiacciata e ridotta in miseria da un embargo sionista illegale ed immotivato.
Per colpa di Israele, la popolazione della Striscia di Gaza e' costretta a vivere in un perenne stato di emergenza umanitaria che i limitati aiuti internazionali che l'embargo sionista lascia filtrare possono solo mitigare.

L'embargo israeliano sulla Striscia di Gaza non riguarda i generi alimentari, che possono passare in quantita' illimitate (previa ispezione, ovviamente). L'embargo riguarda solo le armi, alcuni materiali da costruzione, alcuni materiali plastici e metallici ed alcuni carburanti (non tutti: il diesel, ad esempio e' ammesso), oltre ad alcuni fertilizzanti chimici esplosivi, come quelli a base di nitrato di potassio.
E' disponibile sul sito del CoGAT (il Coordinamento Israeliano delle Attivita' Governative nei Territori) un rapporto settimanale con le quantita' e tipologie di beni che sono transitate verso Gaza, passando attraverso i valichi di terra sul confine israeliano.
Il sito e' anche una fonte di informazioni aggiornate sul supporto medico sanitario che Israele fornisce ai Palestinesi.

Quanto ai beni proibiti, la ragione per cui certi materiali sono sottoposti ad embargo e' perche' con essi si possono costruire armi artigianali, come i famigerati razzi Qassam, composti da strutture tubolari in metallo o persino in PVC, con un'ogiva esplosiva contenente anche schegge di metallo, per massimizzarne l'effetto letale.

I famosi tunnel sotto il confine egiziano attraverso i quali -- secondo Vittorio "Vik" Arrigoni -- i Palestinesi importavano "beni di prima necessita', per sopravvivere all'embargo israeliano" in realta' servivano e servono per far entrare nella Striscia di Gaza soprattutto armi (esplosivi, parti di missili, lancia granate, componenti di piattaforme mobili, eccetera), per lo piu' di provenienza iraniana.

Infatti, oggi Hamas controlla il confine tra Gaza e l'Egitto e, dato che il clima politico in Egitto e' mutato a favore dei Palestinesi dopo la vittoria dei Fratelli Musulmani, non vi sarebbe alcun motivo per utilizzare ancora quei tunnel, se il fine fosse davvero quello di importare solo viveri: i valichi doganali regolari, anche quelli al confine con Israele, ne consentirebbero il transito.
Hamas, invece, lavora alla ricostruzione dei tunnel giorno e notte, perche' ha bisogno di quei passaggi nascosti ad occhi indiscreti per continuare ad importare armi da utilizzare per colpire obiettivi civili nel Sud di Israele.

Curioso come gli stessi tunnel vengano oggi utilizzati per l'importazione di droghe illegali consumate dai giovani di Gaza, alcuni dei quali ormai disillusi da Hamas (diversamente dai nostri).
In risposta, Hamas ha messo in campo tutta la brutalita' di cui e' capace per combattere la piaga della droga nella Striscia di Gaza.

Per quanto riguarda l'emergenza umanitaria a Gaza, una semplice visita della Striscia dimostrerebbe come non c'e' piu' poverta' di quanta ve ne sia in una qualsiasi citta' araba o persiana del Medio Oriente.
A Gaza entrano ogni mese quantita' rilevanti di cibo ed altri beni, a Gaza si inaugurano centri commerciali, si costruiscono belle ville, aprono ristoranti gourmet, hotel a cinque stelle, ed i mercati sono pieni di merci proprio come in una qualsiasi citta' mediorientale.
Certo, come ovunque in Medio Oriente, c'e' anche poverta'; ma l'espressione "emergenza umanitaria", come se si trattasse del Darfour, appare del tutto strumentale e completamente fuori luogo.
6. Il processo di democratizzazione del Medio Oriente non potra' mai aver luogo, sino a quando la potenza occupante sionista non verra' eliminata.

Probabilmente e' vero l'esatto contrario. Non si capisce davvero in che modo Israele -- una democrazia parlamentare in mezzo a regimi totalitari (per giunta, attualmente interessati da una fase di radicalizzazione religiosa) -- potrebbe trarre vantaggio dall'ostacolare un ipotetico processo di democratizzazione in quegli stessi Paesi.
E' invece altamente probabile che la presenza di Israele rappresenti il principale ostacolo alle mire egemoniche (se non espansionistiche) in Medio Oriente dell'Iran sciita (sino a qualche mese fa, avrei indicato anche la Siria e l'Egitto, ma la situazione creata dalla cosiddetta primavera araba e' ancora troppo fluida per capire cosa succedera') o dell'Internazionale Wahabita Sunnita (quella che in tanti chiamano, semplicemente, "Al Qaida").
Senza gli Ebrei e senza i regimi laici mediorientali venutisi a creare a partire dal secondo dopoguerra, le forze "islamiste" ("islamico-fasciste") potrebbero rapidamente consolidare la propria egemonia in Medio Oriente e stringere alleanze con tutti gli altri Paesi islamici in Asia ed Africa.
Le conseguenze di tale processo (che la primavera araba ha sicuramente contribuito ad accelerare) sono difficili da prevedere, ma comporterebbero sicuramente cambiamenti di grande portata agli equilibri geopolitici, interessando in primo luogo i Paesi occidentali europei.

Tra l'altro, Israele spende il 7% del proprio PIL (oltre 16 miliardi di US $ l'anno) per difendersi dai Paesi totalitari che lo accerchiano e non ricaverebbe altro che vantaggi da una maggiore distensione.

L'ipotesi bislacca che "l'eliminazione di Israele innescherebbe un grande processo di rinnovamento laico e socialista nel mondo arabo" e' un'affermazione di pura propaganda che non ha davvero alcun fondamento nell'attuale realta' del Medio Oriente, in cui invece si stanno affermando culture religiose pre-illuministiche che non riconoscono i diritti umani, l'uguaglianza tra tutti gli uomini o la parita' uomo-donna.
7. Le pretese territoriali gia' di per se' illegali, immorali ed ingiustificate di Israele diventano davvero assurde quando si tratta di Gerusalemme Est, non solo legittima capitale dello Stato Palestinese oppresso ma anche Terza Citta' Santa dell'Islam, per via della presenza del Duomo della Roccia (moschea di Al Aqsa) e perche' ritenuta dai Musulmani la citta' da cui Maometto ascese al cielo.
Quello israeliano, quindi, non e' solo un insulto "politico" al Popolo di Palestina, ma anche religioso a tutta la Comunita' Islamica.

A parte l'affermazione "terza citta' santa dell'Islam" in se' (ma quante citta' sante ha l'Islam?), lo status di citta' santa islamica per Gerusalemme e' un concetto vago e senza alcun elemento fondante, ne' sul piano storico ne' su quello, ben piu' aleatorio, della religione.

Inizialmente, quando il Profeta Maometto era ancora agli inizi della predicazione, i fedeli dovevano pregare rivolti verso Gerusalemme e non verso La Mecca. La ragione di questa scelta e' che all'inizio (e per lungo tempo) Maometto ha cercato di farsi accettare come profeta dalle popolazioni ebraiche che nel VII secolo popolavano ancora la Penisola Arabica. A seguito dell'ostinato rifiuto degli Ebrei di includere Maometto nell'elenco dei loro profeti, Maometto cambio' la direzione della preghiera verso La Mecca e, sul finire della propria vita, maledisse tutti gli Ebrei e ne impose l'espulsione dalla Penisola Arabica (l'antisemitismo islamico ha profonde radici coraniche, purtroppo).

La sacralita' della citta' per i Musulmani deriverebbe da un racconto post-coranico secondo il quale il Profeta Maometto sarebbe asceso al cielo proprio da Gerusalemme (il che -- anche tralasciando l'elemento religioso dell'ascensione -- e' bizzarro, visto che tutti sanno che Maometto mori' nella Penisola Arabica, a Medina, distante oltre 900 km in linea d'aria e diversi giorni di viaggio a dorso di cammello da Gerusalemme).
In realta', solo molti anni dopo la morte del Profeta Maometto, il ribelle Abdallah ibn al-Zubayr si oppose agli Hajj, gli allora reggenti della fede, conquisto' parte della Penisola Arabica e proibi' agli Hajj ed ai loro seguaci di accedere a La Mecca ed alla Roccia Sacra.
Di conseguenza, gli Hajj designarono un sito sacro alternativo tra le citta' sotto il proprio controllo scegliendo, appunto, Gerusalemme. Fecero quindi costruire la Moschea di Al Aqsa (il Duomo della Roccia) proprio sul sito in cui sorgeva l'ormai distrutto Tempio di Gerusalemme, di cui oggi rimangono solo rovine (universalmente note come "Muro Del Pianto").

Il Monte del Tempio, luogo sacro ebraico su cui sorgono sia il Muro del Pianto che la Moschea di Al Aqsa, e' utilizzato dai Palestinesi anche per fare picnic e giocare a calcio, proprio sulla "sacra" spianata delle moschee.
Si ricorda inoltre che, durante gli attacchi da Gaza del Novembre 2012, Hamas ha lanciato razzi anche contro Gerusalemme, a riprova della reale considerazione in cui i Musulmani tengono la citta' ed i suoi siti sacri.
Un simile attacco da parte musulmana contro La Mecca o Medina (rispettivamente la prima e la seconda citta' santa dell'Islam) sarebbe assolutamente inconcepibile.

Ma la principale fonte a sostegno della tesi che Gerusalemme non sia altro che una delle tante citta' strategicamente importanti per l'Islam, come lo sono (o sono state) anche Istanbul o Damasco, viene proprio dal Corano.
- Gerusalemme e' citata nella Torah oltre 650 volte;
- Gerusalemme e' citata nei Vangeli oltre 140 volte;
- Gerusalemme e' citata nel Corano... Neanche una volta. Zero.
Tutti gli accadimenti coranici si svolgono nella Penisola Arabica, che il Profeta Maometto non ha mai lasciato, per tutto il corso della predicazione.

Inoltre, esistono ben due sure del Corano (la sura 5:21 e la sura 17:104) nelle quali si dice chiaramente che Allah ha assegnato la Terra Santa agli Ebrei ed alla loro discendenza.
Io non sono certo un esperto di religioni ma, in termini strettamente logici (del tutto inapplicabili ad un ambito emotivo e contraddittorio come la fede), i Musulmani che vogliono "ributtare in mare" gli Ebrei Israeliani sarebbero... apostati.

D'altra parte, e' oltremodo evidente che Gerusalemme e' la citta' santa degli Ebrei, come anche la citta' santa dei Cristiani, per via della presenza del Santo Sepolcro e perche' molti degli episodi della predicazione di Gesu' si sono svolti la' (inclusa la sua morte).
Da molti secoli, tuttavia, i Cristiani hanno rinunciato definitivamente (si spera) a qualsiasi pretesa di sovranita' territoriale sulla citta', nonostante a Gerusalemme esistano da oltre mille anni un quartiere cristiano e, da diversi secoli, anche un quartiere armeno, anche oggi popolati da fedeli di tutte le confessioni cristiane; e la presenza del Santo Sepolcro e dei Cristiani nella citta' e' attestata e documentata essere risalente ad epoche ben antecedenti alla nascita stessa della fede islamica.

Dopo l'analisi storica e religiosa, veniamo alle argomentazioni politiche.
La Risoluzione ONU n.181 conferiva a Gerusalemme lo status di citta' aperta, senza assegnarla ne' ad Israele ne' alla Palestina. Ne' all'uno ne' all'altro stato.
Gli Israeliani, si sa, hanno accettato quella risoluzione, mentre gli Arabi no ed hanno dichiarato guerra agli Ebrei. In base a che cosa, oggi, i Palestinesi (e gli Arabi in genere) si arrogherebbero il diritto di avere Gerusalemme Est come loro capitale? In base ad una Risoluzione che hanno rigettato o in base ad una guerra di distruzione lanciata da loro che hanno perso?

Per ben tre volte, Guerra Arabo-Israeliana del 1948, Guerra dei Sei Giorni del 1967 e Guerra dello Yom Kippur del 1973, i Paesi Arabi confinanti con Israele hanno stretto accordi segreti tra loro, hanno ammassato truppe lungo tutte le frontiere ed invaso Israele con l'obiettivo dichiarato di spazzarlo via dalla faccia della terra.
L'ultima volta lo hanno aggredito di sorpresa, senza neppure dichiarargli guerra prima, e proprio nel giorno dell'anno in cui non funziona niente e tutto e' chiuso, perche' e' il giorno in cui ciascun credente e' chiuso in se stesso e chiede perdono a Dio; un attacco da codardi, si direbbe, se le menti di molti non fossero annebbiate dall'"eccezione palestinese", quella tentazione di giustificare qualsiasi cosa i Palestinesi facciano contro gli altri e contro se stessi, non importa quanto grave.
Gli Arabi hanno negato ogni possibilita' di negoziato su Gerusalemme: hanno direttamente mosso guerra, per lasciare che fossero i fucili a stabilire come stessero le cose.

Comunque, allo scoppiare della Guerra dei Sei Giorni, le truppe giordane che occupavano Gerusalemme Est attaccarono quelle ebraiche, che controllavano Gerusalemme Ovest, ma in poco tempo furono respinte e scacciate fuori dalla citta', che fini' sotto l'esclusivo controllo di Israele.
E' interessante sottolineare che proprio il Monte del Tempio, il luogo piu' sacro per la fede ebraica, fu invece lasciato nelle mani di un consiglio islamico, un cosiddetto Waqf, a riprova del fatto che, con la conquista di Gerusalemme Est, Israele non intendeva far perdere alla citta' la propria connotazione multi-etnica e multi-religiosa.
Inoltre, Israele ha accordato ai cittadini arabi di Gerusalemme Est il diritto di richiedere la cittadinanza israeliana o di mantenere comunque la residenza a Gerusalemme, anche per chi non opta per la cittadinanza: ad oggi, il 93% degli Arabi di Gerusalemme Est ha la residenza permanente ed il 5% ha chiesto ed ottenuto anche la cittadinanza israeliana. Chi non vuole la cittadinanza, ha comunque il diritto di votare alle elezioni amministrative di Gerusalemme ed ha diritto al servizio sanitario israeliano.

A parte tutto cio', anche chi considera illegittima la presenza israeliana a Gerusalemme Est chiamandola "occupazione" (pur se risultato di una legittima guerra di autodifesa), ha qualche difficolta' a far passare la tesi che Gerusalemme Est sia di sovranita' Palestinese perche', semplicemente, nessuno ha mai stabilito che Gerusalemme Est fosse territorio dei Palestinesi. Neppure la famosa Risoluzione (non vincolante) dell'Assemblea ONU n.2253 del 1967, che si limita solo a chiedere ad Israele di ritirarsi da Gerusalemme Est ed al Segretario ONU di relazionare sul ritiro israeliano: non una parola sulla sovranita'.
E difatti, l'opinione giuridica prevalente e' che Gerusalemme Est sia un "territorio a sovranita' indefinita".
8. Israele usa sistematicamente la forza per far valere le proprie ragioni illegali.
Israele ricorre sistematicamente, nell'ordine:
  1. agli inviti;
  2. ai negoziati / accordi / compromessi;
  3. alle proteste formali;
  4. agli appelli alla Comunita' Internazionale;
  5. agli avvertimenti ripetuti;
  6. infine, se nient'altro funziona, alle armi;
Questa e' la sequenza che si e' ripetuta, sempre uguale, dalla fondazione dello Stato di Israele sino ad oggi.
Dalla mano tesa agli Stati Arabi confinanti nel testo della Dichiarazione di Indipendenza ("lavoriamo insieme in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente"), a cui la Lega Araba ha risposto con le pallottole e le minacce di sterminio, sino al recente strike aereo su Gaza del Novembre 2012, seguito a mesi di (inutili) proteste per i lanci di razzi palestinesi contro obiettivi civili nel sud di Israele (oltre 1.400 in un anno), passando per i tanti, tanti, negoziati con la Giordania, la Siria, l'Egitto, il Libano e, ovviamente, l'OLP.

Anche a volerla mettere giu' in modo brutale, se forse Israele non e' il solo Paese del Medio Oriente a volere davvero la pace, e' certamente il Paese del Medio Oriente che dalla pace ha piu' da guadagnare.
Come gia' anticipato, Israele e' costretto a spendere una quota considerevole del proprio Prodotto Interno Lordo (oltre 16 miliardi di US $ l'anno, pari a quasi il 7% del suo P.I.L.) per difendersi da nemici che lo accerchiano da tutti i lati e non ricaverebbe altro che vantaggi da una maggiore distensione. Figurarsi dalla pace.
Come termini di confronto, si consideri che gli USA spendono poco meno del 5% del P.I.L. nella difesa, la Russia il 4%, l'Italia circa l'1,7%, la Francia meno del 2,5% e la Cina meno del 2%.
Israele ha stipulato accordi di pace con la Giordania e con l'Egitto ed ha provato a negoziarne con tutti i suoi vicini, soprattutto con quelli piu' prossimi: i Palestinesi. Sfortunatamente, in questi casi, la risposta sinora e' stata solo "NO".
9. Il controllo sionista dei media, attraverso la lobby della TV e della carta stampata, impedisce al mondo di vedere cosa Israele fa davvero ai Palestinesi.
Questa che Israele e/o la fantomatica "Internazionale Sionista" abbiano il controllo dei media e' probabilmente la regina di tutte le bufale della propaganda anti-israeliana.
Basta andare su Google e digitare "Israel Palestine conflict" e poi contare quanti risultati adottano il punto di vista palestinese e quanti invece quello israeliano.
Per contare i primi, vi consiglio di portarvi una calcolatrice, ma fate voi.

La bufala ha origini antiche, tuttavia: risale ad un'epoca pre-internet e dipende dal fatto che nell'industria americana del cinema e dell'entertaining in genere (industria discografica, televisiva, nel teatro, nel porno, ecc.) il numero degli Ebrei e' piu' elevato che in altri settori.
Ed e' vero.
E la ragione, piuttosto ovvia, e' che l'emigrazione ebraica verso gli USA e' avvenuta storicamente piu' tardi di quella di altri gruppi etnici dall'Europa: era naturale, quindi, che gli Ebrei americani cercassero di affermarsi nelle nuove industrie nascenti (appunto, quelle dello spettacolo e dell'entertaining), posto che in quelle piu' tradizionali gli spazi disponibili erano molto piu' limitati.

Tornando ad Israele, esistono cosi' tante riprove della totale inettitudine israeliana nella gestione della propria immagine mediatica o, quantomeno, della evidente inferiorita' di Israele nel presentare il proprio punto di vista sui fatti, rispetto ai Palestinesi, che davvero non si capisce da dove un'affermazione come "Israele controlla i media e non ci fa vedere tutto" possa mani venire (tranne che dalla propaganda, ovviamente).

Si prenda, ad esempio, il caso della Mavi Marvara: la distorsione dei fatti contro Israele e' tale che persino un'agenzia di stampa importante come la Reuters ha truccato le foto scattate a bordo dell'imbarcazione, rimuovendo i coltelli dalle mani dei cosiddetti "pacifisti".
I principali network televisivi americani (quelli che sarebbero controllati dalla fantomatica "Internazionale Sionista") sistematicamente riportano come vittime palestinesi quelle che in realta' sono vittime di conflitti in altri Paesi, ove non vere e proprie sceneggiate, secondo lo stile ormai noto come "Pallywood".
Queste immagini sono ovunque sui siti dei media e sui social network e vengono ancora oggi spacciate come vere, nonostante siano state gia' smascherate da tempo.

Il fenomeno e' talmente esteso e la "disfatta mediatica israeliana" talmente evidente che ormai esistono siti internet, come "The Second Draft" dedicati apposta all'analisi della distorsione nelle notizie -- non solo in Medio Oriente, ma e' chiaro che Pallywood rappresenta una parte importante del loro database.
10. Israele stipula accordi con i Palestinesi che poi non rispetta mai.
Mediante l'uso della forza, Israele si prende gioco della Comunita' Internazionale e delle Risoluzioni ONU che assegnano quelle terre ai Palestinesi.

Questa affermazione nasce dal fatto che, a detta della propaganda, esiste una lunga lista di Risoluzioni ONU che "condannerebbero" azioni commesse da Israele. Questa lista viene spesso utilizzata dalla propaganda anti-israeliana per sostenere la tesi che, nella storia del Medio Oriente, gli Israeliani svolgerebbero sempre la parte dei cattivi ed i Palestinesi sempre quella dei buoni e delle vittime.
Ma e' davvero cosi'?
Per rispondere seriamente a questa domanda, temo proprio che sia necessario analizzarle una per una (eh si'; la propaganda a volte obbliga a fare certe cose).
Essendo un discorso lungo, ho preferito riportare l'analisi delle Risoluzioni ONU in un post dedicato (di cui riporto qui il link), perche' se no sarebbe venuta una tabella con una colonna lunga un chilometro.
Qui mi limitero' a riportare le conclusioni, che potete trovare anche nel post dedicato, insieme all'analisi dettagliata.
In realta', solo 17 delle 65 risoluzioni ONU (appena 1/4) -- ad un'analisi attenta -- risultano essere effettivamente "contro" Israele e, di queste, 10 sono relative all'esilio temporaneo di alcuni Palestinesi (alcune di queste sono meri richiami a Risoluzioni precedenti), 4 agli espropri delle case e terre nei territori contesi e solo 3, invece, a veri fatti di sangue (relativi all'assedio di Beirut ed alla Prima Intifada).
Inoltre, nessuna delle suddette risoluzioni "assegna" alcunche' ai Palestinesi; ne' mai potrebbe, posto che la Palestina ed i Palestinesi hanno raggiunto una sovranita' nazionale solo molto di recente. Quando si tratta di indicare a chi Israele avrebbe strappato quelle terre contese (cioe' a Siria, Giordania ed Egitto, e sempre a seguito di guerre di autodifesa) l'ONU si limita a... glissare con formule vuote e mezze frasi, per evitare di mettere i Palestinesi completamente fuori gioco. L'ONU non puo' fare altro.
Si rimanda alla lettura di quest'altro post per i dettagli.

Alla fine di questo lungo post in cui ho contrapposto preconcetti a fatti documentati, voglio dire una sola cosa: sia chiaro che io non mi illudo di spostare minimamente le opinioni di nessuno.
Mi auguro soltanto che chi legge possa far uso di questo post per rendersi conto del modo superficiale e dogmatico, quasi fideistico, con cui si formano le opinioni della gente, anche su temi di grande importanza.
Non spero altro. I ranghi delle opposte "tifoserie" resteranno serrati.
Del resto, diceva il grande Albert Einstein che "e' piu' facile spezzare un atomo che un pregiudizio".
Chi se la sente gli dia pure torto.
Io resto a guardare, stavolta.

Saluti,

(Rio)