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venerdì 28 novembre 2025

"Sette Ottobre - Cosa avrei fatto io" (di Khaled Abu Toameh)

   

Khaled Abu Toameh
Salve. 

Riporto di seguito l'articolo del giornalista arabo musulmano di cittadinanza israeliana Khaled Abu Toameh sul Sette Ottobre e sulla guerra che ne è seguita. L'articolo è pieno di spunti estremamente interessanti e critici nei confronti sia di Hamas che di Israele.



«
Dal mattino del Sette Ottobre il mio telefono non ha più smesso di squillare. Email, messaggi, chiamate da colleghi ed ex colleghi in tutto il mondo, tutti con la stessa domanda: «Ti ha sorpreso il Sette Ottobre?». La mia risposta, da allora, è sempre la stessa: sì e no.

Il tempismo dell’attacco e il crollo di un’illusione
La parte che mi ha sorpreso riguarda innanzitutto il tempismo. L’attacco è arrivato in un momento in cui Israele stava allentando in modo senza precedenti le restrizioni su Gaza. La situazione non era ideale, ma lo Stato ebraico si era assunto rischi enormi nel ridurre il blocco.
Alla vigilia del Sette Ottobre, 18.500 palestinesi di Gaza avevano permessi per lavorare in Israele; il piano era di portarli a 30.000 entro fine anno. Contemporaneamente, valigie piene di contanti entravano a Gaza dal Qatar con l’avallo israeliano. L’idea – condivisa da molti, anche da me – era che migliorando l’economia si potesse garantire calma e quiete.
Parlavo regolarmente al telefono con esponenti di Hamas. Il messaggio era sempre lo stesso: «Vogliamo solo mantenere la tregua, migliorare l’economia». Oggi sappiamo che faceva parte della strategia dell’inganno. Ma allora, se qualcuno mi avesse chiesto, una o due settimane prima del Sette Ottobre, quali fossero le possibilità di una guerra tra Israele e Hamas, avrei risposto: «Zero». Mi sbagliavo. E ho imparato a non fare previsioni.
La seconda sorpresa è stata la natura dei crimini commessi quel giorno. Ho raccontato due intifade, visto attentati suicidi, sparatorie, accoltellamenti. Credevo di aver visto tutto. Il Sette Ottobre ho visto cose che non avevo mai visto in vita mia.
Quella mattina alcuni colleghi stranieri mi hanno chiamato: avevano ricevuto video dall’interno di Israele e da Gaza, ma non capivano cosa stesse succedendo. All’inizio ho pensato che fossero combattenti jihadisti venuti da fuori. Mi sono bastati quattro minuti per capire che erano di Gaza. Lo si capisce dall’accento, se vivi da queste parti.

I civili che entrano in Israele
Un altro elemento scioccante è stata la partecipazione di civili. Non parliamo solo dei 2–3.000 terroristi di Hamas, Jihad islamica e PFLP che hanno attraversato il confine, ma di migliaia di palestinesi “ordinari” che sono entrati dopo di loro.
La frontiera era stata sfondata, l’esercito non c’era. La gente ha visto che il varco era aperto, ha sentito frasi come «Il confine è aperto, andiamo in Israele» e ha iniziato ad affluire in tre ondate, dalla stessa mattina. Molti erano disarmati, ma hanno partecipato a saccheggi, devastazioni, rapimenti.
Ancora oggi, riguardando quei filmati, non trovo una sola immagine di un palestinese che si alzi in piedi e dica: «Fermatevi, questa è una famiglia, qui non si tocca nessuno».
Questa è stata per me una delle delusioni più profonde.
Poi c’è il fallimento israeliano. Mi chiedo ancora: dov’era l’esercito? Dov’erano le tecnologie, le telecamere, i sensori, i satelliti? Le prime pattuglie – poche decine di soldati e poliziotti, i primi soccorritori – sono cadute in imboscate ed è per questo che quel giorno sono morti così tanti agenti. Nessuno aveva compreso la scala dell’attacco.
Paradossalmente, il massacro del Nova Festival ha salvato molte vite. Quei terroristi erano in marcia verso il cuore di Israele: hanno visto la festa, centinaia di giovani all’aperto, e hanno deciso di fermarsi lì a uccidere invece di proseguire verso Tel Aviv.

Perché però non sono rimasto sorpreso
La verità è che, per altri versi, il Sette Ottobre non mi ha affatto sorpreso. Hamas ha fatto esattamente ciò che ha sempre detto che avrebbe fatto: jihad contro Israele.
Conosco Hamas molto bene. Ho seguito le sue conferenze stampa a Gaza, ho intervistato almeno il 95% dei suoi leader, decine e decine di volte. Devo riconoscere loro una cosa: sono stati sempre molto chiari sulle loro intenzioni.
La loro ideologia si riassume così: «Questa è terra dell’Islam. Vogliamo sostituire l’entità sionista con uno Stato islamico. Se alcuni ebrei o cristiani vorranno vivere come minoranza sotto il nostro regime islamico, saranno i benvenuti. Altrimenti, che se ne vadano. O li uccideremo tutti attraverso il jihad».
Dal 1987 Hamas è rimasta coerente con questo programma: rapimenti di soldati, omicidi, attentati suicidi, razzi, spari dai veicoli, accoltellamenti, investimenti con le auto. Non c’è forma di terrorismo che non abbia sperimentato.
Un mese prima del Sette Ottobre Hamas, la Jihad islamica e altri due gruppi tennero un’esercitazione militare vicino al confine, simulando un’invasione di Israele. Pubblicarono persino il video. Quando l’ho diffuso, in molti mi hanno deriso: giochi da bambini. «Ci vuoi solo spaventare».
Dieci mesi prima, Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza, in un discorso dichiarò: «Presto verremo da voi con una grande alluvione». Era tutto lì, annunciato. Ma in Israele molti erano diventati arroganti, convinti che Hamas non avrebbe mai osato.

L’incitamento, Al Aqsa e la demonizzazione di Israele
Un altro motivo per cui il Sette Ottobre non mi sorprende è che lo considero il risultato diretto di decenni di incitamento palestinese contro Israele e contro gli ebrei. Questo incitamento avviene nelle moschee, sui media, a scuola, nei campus, nelle piazze: è una campagna massiccia, che non è iniziata una settimana o un anno prima del Sette Ottobre, ma prosegue da molti anni.
Il messaggio martellato è semplice: gli ebrei sono malvagi, rubano la terra, avvelenano l’acqua, profanano le moschee, vogliono distruggere le chiese, stuprano le donne. Con un messaggio del genere, perché stupirsi quando un giovane esce in strada per accoltellare il primo ebreo che incontra?
Questa narrazione non appartiene solo a Hamas o alla Jihad islamica. Nel 2015, a Ramallah, ho ascoltato con le mie orecchie il presidente Mahmoud Abbas dichiarare: «Non permetteremo agli ebrei di profanare con i loro piedi impuri il luogo santo. Ogni goccia di sangue versata per Gerusalemme e per la moschea è sangue puro, e chi muore andrà dritto in paradiso». Due settimane dopo scoppiò quella che è stata chiamata “intifada dei coltelli”: in un anno furono uccisi 38 israeliani, oltre 120 palestinesi morirono negli scontri.
Tutto questo, in nome della difesa della moschea di Al Aqsa. Eppure la moschea è ancora lì. Dal 1968 non c’è alcun divieto alla visita di non musulmani sulla Spianata del Tempio; ebrei e cristiani vi salgono come turisti, non per pregare dentro la moschea. Io stesso li ho visti, per decenni.
E non è la prima volta che Al Aqsa viene usata come pretesto. Nel 2000, quando Ariel Sharon visitò la Spianata per una breve passeggiata simbolica, Yasser Arafat raccontò ai palestinesi che Sharon voleva distruggere la moschea. Nacque così l’Intifada di Al Aqsa. Anche allora, la moschea non è stata toccata, ma sono morti circa 4.000 palestinesi e 1.200 israeliani.

«Dal fiume al mare»: un grido che l’Occidente non capisce
Lo stesso schema si ripete oggi nelle piazze occidentali. Lo slogan «From the river to the sea, Palestine will be free» l’ho sentito per la prima volta alla fine degli anni ’80 sulle labbra dei leader di Hamas. Anni dopo l’ho ritrovato nei campus in Canada, Europa, Australia, Stati Uniti, scandito da studenti con kefiah e maschere sul volto.
Quando chiedo a chi lo urla se sa cosa vuol dire, molti rispondono: «La Palestina deve essere libera». E se domando: «E cosa ne facciamo degli ebrei che vivono lì?», spesso mi guardano senza sapere cosa rispondere. Molti di questi attivisti “pro-Palestine” non sono palestinesi, non sanno dov’è Gaza sulla mappa, non hanno idea di cosa sia Hamas. È più odio per Israele che amore per i palestinesi.

Non è una questione di soldi, ma di educazione e cultura politica
Una delle illusioni più radicate, anche in Israele, è che il problema sia economico. Ma sia la prima intifada (1987) che la seconda sono scoppiate quando l’economia palestinese era relativamente prospera, con investimenti israeliani in infrastrutture, acqua, elettricità, edilizia.
Ho studiato le biografie di molti attentatori suicidi della seconda intifada: nessuno viveva in affitto, quasi tutti erano proprietari di casa; molti erano laureati, ingegneri, insegnanti, persino medici e infermieri. Non si trattava di disperati senza prospettive.
I soldi possono avere un effetto moderatore a breve termine, ma non cambiano il cuore e la mente delle persone. Questo lo fa l’educazione – e l’educazione, in casa e a scuola, oggi glorifica il jihad, il martirio, l’odio per Israele e per l’Occidente.
La cultura politica palestinese si fonda molto su onore, orgoglio, dignità e sfida. In questa cultura, «morire è meglio che essere percepiti come chi ha fatto concessioni». Le concessioni sono associate a resa e capitolazione, parole che non esistono davvero nel lessico politico dominante. Meglio soffrire, meglio restare poveri, che essere accusati di aver ceduto.
I leader arabi, dal canto loro, hanno spesso alimentato l’odio verso Israele per non affrontare le richieste di democrazia, riforme e buon governo nei propri Paesi. «Occupando» l’opinione pubblica con Israele, evitano che la rabbia si rivolga contro di loro. Fanno eccezione solo pochi casi – Emirati Arabi Uniti, Bahrain – dove si è vista una leadership davvero coraggiosa, pronta a cambiare narrazione e a promuovere la normalizzazione.

Mafie e milizie: non c’è solo Hamas
Un altro errore occidentale è ridurre Gaza a Hamas. In realtà, nella Striscia operano almeno una dozzina di gruppi terroristici: Jihad islamica, PFLP, DFLP, gruppi salafiti, movimenti con tutti i possibili “Ansar” e “Allah” nel nome. Gaza è un sistema di mafie armate.
Neanche l’Autorità Palestinese in Cisgiordania è un modello alternativo. «Hamas è cattiva, ma chi ha detto che l’Autorità Palestinese sia migliore?», mi capita spesso di dire. La OLP è diventata, in molti aspetti, un’altra mafia, sostenuta generosamente dalla comunità internazionale.
Quando Israele dichiara apertamente che sta appoggiando milizie “anti-Hamas” a Gaza, commette un altro errore: le delegittima agli occhi dei palestinesi, trasformandole in “collaborazionisti” agli ordini del nemico. Se vuoi davvero aiutare forze alternative, lo fai dietro le quinte, non in conferenza stampa.

Un cittadino arabo di Israele davanti al Sette Ottobre
Io sono un cittadino israeliano arabo. Siamo circa due milioni. Abbiamo votato, abbiamo rappresentanti alla Knesset, paghiamo le tasse. Non serviamo obbligatoriamente nell’esercito – è stata Israele a deciderlo nel 1948, temendo il conflitto di lealtà qualora si fosse combattuto contro altri arabi.
Il Sette Ottobre ha colpito anche noi: 23 arabi musulmani sono stati uccisi quel giorno, altri sono stati rapiti a Gaza. La maggioranza degli arabi israeliani ha condannato apertamente il massacro: è contrario ai nostri valori, alla nostra religione, e ha colpito direttamente le nostre comunità.
In Israele non c’è apartheid. C’è discriminazione, riconosciuta persino dai governi israeliani. In questi anni sono stati fatti passi avanti, ma non abbastanza. Molti di noi chiedono più integrazione, pari opportunità nel settore pubblico, nella sanità, nell’università, nelle forze armate.
Dopo il Sette Ottobre, però, noto con preoccupazione che alcuni ebrei israeliani non vedono più differenza tra «Khaled, cittadino leale di Israele» e «Khaled, terrorista di Gaza». Per loro siamo tutti potenziali traditori. Questo è esattamente l’obiettivo di Hamas: trascinare ebrei e arabi d’Israele in uno scontro interno. Non possiamo permettere che accada.

Cosa avrebbe dovuto fare Israele dopo il Sette Ottobre
Se fossi stato al posto di Israele, subito dopo il Sette Ottobre avrei fatto una cosa molto semplice e molto dura. Primo: ultimatum a Hamas – «Avete cinque o dieci giorni per liberare tutti gli ostaggi, tutti, oppure…». Nel frattempo, preparazione seria dell’esercito.
Scaduto l’ultimatum, sarei entrato a Gaza con forze sufficienti – 20 o 30.000 soldati – per rioccupare completamente la Striscia, che in realtà è molto più piccola di quanto immaginano molti in Occidente: cinque città, otto o nove campi profughi. Avrei stabilito un’amministrazione militare temporanea, imposto il coprifuoco totale, controllato personalmente il flusso degli aiuti umanitari.
Il messaggio da mandare al mondo e ai palestinesi sarebbe stato: «Non sono qui per ricostruire colonie o controllare le vostre scuole. Sono qui perché sono stato attaccato, stuprato, bruciato vivo, perché 261 persone sono state rapite. Non me ne vado finché non ho raggiunto i miei obiettivi».
In questo scenario, molti civili di Gaza – vedendo che Israele non se ne va in due giorni – si sarebbero avvicinati ai soldati per indicare dove si nascondevano i terroristi e gli ostaggi. E Hamas, chiusa nei tunnel e consapevole che Israele controlla il territorio e gli aiuti, sarebbe stata costretta a negoziare davvero, se non a cedere.

Invece, Israele ha scelto una strategia di operazioni a singhiozzo: entrare, uscire, proclamare di aver distrutto un battaglione e poi tornarci perché quel battaglione era ancora lì. Così non si elimina un’organizzazione terroristica. E così si consuma la pazienza della comunità internazionale senza ottenere un risultato chiaro.
Oggi Hamas, nonostante i colpi subiti, «è ancora in piedi». Per me è un fallimento israeliano. Due anni di guerra contro un’organizzazione tutto sommato piccola e il suo regime esiste ancora.
L’idea di internazionalizzare Gaza con forze straniere, come prevedono alcune proposte, è altrettanto pericolosa: significa offrire a Hamas uno scudo dietro cui nascondersi. I caschi blu non disarmeranno Hamas. L’unico attore che può davvero rimuovere Hamas dal potere è Israele.

Un conflitto esistenziale, non di confine
Dopo 41–42 anni di lavoro sul campo, la mia conclusione è questa: il conflitto israelo-palestinese, per larga parte del mondo arabo e islamico, non riguarda i checkpoint, non riguarda i confini del 1967, non riguarda i prigionieri o i rifugiati. Certo, queste questioni esistono, ma non sono il cuore del problema.
Il cuore del problema è che una maggioranza nel mondo arabo-musulmano non ha ancora accettato il diritto di Israele a esistere. Israele viene percepita come un’unica grande colonia da smantellare, non come uno Stato legittimo.
Esistono due correnti principali nel discorso palestinese:
– una chiede il 100% di ciò che fu perso nel 1948;
– l’altra, considerata “moderata”, pretende il 100% della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.
Nessuna accetta l’idea di un compromesso reale. Nessun leader palestinese può permettersi di presentarsi a Ramallah dicendo: «Ho ottenuto il 95%». Verrebbe accusato di tradimento.
A questo si aggiunge una negazione sistematica del legame ebraico con la terra: il Muro del Pianto viene definito semplicemente “muro di Al Buraq”, la tomba di Rachele a Betlemme diventa una moschea, quella di Giuseppe a Nablus viene “islamizzata”. Nella narrazione dominante la storia ebraica semplicemente non esiste.
Infine c’è la dimensione religiosa del conflitto. Nel discorso islamista ricorre spesso un versetto del Corano: Dio sta dalla parte di chi è paziente. Ciò significa che, se non si riuscirà a distruggere Israele in 20 anni, si proverà in 40, o in 200. Il tempo, in questa visione, lavora a favore della causa, anche attraverso demografia e logoramento.
L’Occidente cerca soluzioni rapide, tecniche, “di governance”. Qui molti ragionano in secoli, non in cicli elettorali.

Il Sette Ottobre è stato, allo stesso tempo, una sorpresa e l’inevitabile risultato di anni di odio accumulato. Hamas non ha inventato nulla: ha solo portato alle estreme conseguenze una cultura politica e religiosa che glorifica il sacrificio e rifiuta qualunque compromesso con l’esistenza di Israele.
Se vogliamo davvero cambiare le cose, non basteranno denaro, aiuti o piani diplomatici scritti a New York o a Bruxelles. Serviranno leader coraggiosi, palestinesi e arabi, pronti a dire ai propri popoli la verità: che Israele non scomparirà, che l’educazione all’odio è un suicidio collettivo, che l’onore non si difende massacrando civili.
Per ora, purtroppo, di questi leader non vedo traccia.

(Khaled Abu Toameh)  

»


Saluti.

(Rio) 



sabato 20 settembre 2025

"Buon vento" un cavolo

Salve. 

Partita il 1 settembre dalla Spagna e, successivamente, anche da altri porti europei — ma sempre e comunque accompagnata da una fanfara e una copertura mediatica degne di eventi ben più rilevanti — la Global Sumud Flottilla (la "flottiglia globale della resistenza") è salpata con il duplice intento dichiarato di portare aiuti umanitari urgenti ad una popolazione, quella di Gaza, che sarebbe stremata da una carestia, e di rompere il blocco navale imposto da Israele al largo della Striscia. 

Guidata da una leadership di attivisti che va dal brasiliano Thiago Ávila sino all'onnipresente svedese Greta Thumberg ma, soprattutto, costituita da una plètora assortita e multinazionale di politici, scrittori, influencers, giornalisti (questi ultimi solo se allineati, sia chiaro) e gente comune, la Flottilla ha dovuto subito fare i conti con molti problemi. 
Alcuni di questi problemi erano reali, anche se prevedibili, ad esempio, il maltempo o guasti meccanici; altri, 
invece, erano — più che irreali — direi surreali, come il presunto attacco israeliano nel porto di Tunisi mediante lancio di "bengala sionisti" sul ponte dell'imbarcazione che ospitava Greta Thumberg che, per effetto di giornalisti e social media, ha dato vita ad un flusso enorme di discussioni ed analisi, manco fosse la Strage di Piazza Fontana del 1969.

Problemi a parte, sin dal primo momento è stato evidente anche ai più superficiali che l'intera impostazione della missione non sembrava affatto collimare con gli intenti dichiarati. 
Questo perché per cominciare, da qualche giorno l'UNOPS (United Nations Office for Project Services) aveva pubblicato una relazione, l'ormai celebre Rapporto UN2720, in cui — in aperta contraddizione con quanto precedentemente dichiarato dallo stesso Tom Fletcher, sottosegretario generale agli Affari Umanitari ONU — si affermava che tra il 19 maggio ed il 5 Agosto 2025, degli oltre 2.600 camion di aiuti umanitari che avevano superato i controlli israeliani ed erano entrati a Gaza, solo 300 di essi (il 12% del totale) avevano raggiunto le destinazioni prefissate nella Striscia, mentre oltre 2.300 erano stati "intercettati e saccheggiati" lungo il percorso.

Voi direte: "OK, ma questo cosa c'entra con la Sumud Flottilla?" Be', il fatto è che si stima che l'intera Flottilla possa trasportare — nella migliore delle ipotesi — l'equivalente di otto o nove camion di aiuti. Al massimo. A parte chiedersi che differenza possano mai fare nove camion di aiuti, quando in tre mesi se ne perdono migliaia, uno si domanda, soprattutto, chi o cosa assicurerebbe che, questa volta, gli aiuti della Sumud Flottilla arrivino davvero a destinazione e non siano anch'essi, come quasi tutti gli altri carichi, intercettati e saccheggiati da Hamas

E ancora: alla data in cui scrivo, il 20 di settembre, il tracker ufficiale della Flottilla (sì, hanno anche il tracker!) lì colloca, per lo più nei pressi della Sicilia Orientale. Per la verità, c'è anche un piccolo drappello in Grecia, ma non conta perché è partito dalle isole dell'Egeo, quindi praticamente da lì.
Cosa ci fa la Flottilla ancora in Sicilia? Be', pare che stiano pensando di "impegnare il monitoraggio navale militare israeliano" (che, ovviamente, in piena guerra non avrà altro a cui pensare, se non a loro...) per poi provare a forzare il blocco navale di Gaza in una data vicina al sette ottobre, giornata ricca di valenze simboliche... 
Ma non dovevano portare aiuti umanitari urgenti ad una popolazione "stremata da una carestia" imposta da Israele? Chi si dà un obiettivo del genere vuol giungere a destinazione il prima possibile, e alle valenze simboliche magari ci pensa un'altra volta. 
Cioè, voglio dire, provate a immaginare di dire a qualcuno che sta letteralmente morendo di fame: "Non temere! Oggi è primo settembre e siamo partiti con un carico di aiuti, stiamo arrivando! Saremo lì più o meno il sette ottobre..." Quello, se ancora ha la forza, come minimo ti manda affanculo.

E veniamo al secondo obiettivo principale: rompere il blocco navale. Qui, secondo me, siamo al sogno adolescenziale. Per stessa ammissione dei propal, quello israeliano è un esercito potente e ben organizzato. Non credo che per sostenere questo serva l'ammissione dei propal, ma anche loro convengono sulla cosa. 
Allora fatemi capire: in che modo una flottiglia di imbarcazioni civili lente e delicate, che non è nemmeno in grado di affrontare il mare grosso, che si ferma per fare riparazioni ogni pochi giorni, dovrebbe riuscire a forzare un blocco navale militare imposto dall'IDF in tempo di guerra?
Se passeranno, sarà perché l'IDF glielo avrà consentito. 
Se attraccheranno, sarà perché l'IDF glielo avrà consentito. 
Se una sola capocchia di spillo sbarcherà da quelle barche, sarà solo perché l'IDF glielo avrà consentito. 
Quindi, alla fine, cosa avranno dimostrato? Davvero non si capisce.

Tralasciando il costo elevato dell'operazione (non c'è alcuna trasparenza sul tema, ma siamo nell'ordine di svariate decine di migliaia di dollari per ogni giorno di navigazione), pagato da gente come Zaher Birawi della Fratellanza Musulmana, tra frequenti dirette Instagram e selfies con la kefiah, a me pare evidente che non la solidarietà, ma la paraculaggine ed il presenzialismo siano i reali princìpi ispiratori della Sumud Flottilla

L'apoteosi l'ha raggiunta un tizio di cui non citerò il nome per non fargli pubblicità, che, facendosi un selfie a bordo, dopo averlo pubblicato sui social e lanciato un saluto "da una nave della Global Sumud Flottilla", ha ricordato a tutti che è appena uscito il suo libro di cucina e sull'alimentazione sana. 
Cioè, tu stai portando aiuti umanitari urgenti a chi — in teoria — starebbe morendo di fame a causa di una carestia, e proprio quello ti sembra il momento opportuno per ricordare a tutti di comprare il tuo cazzo di libro in cui si parla di roba da mangiare?! 
Un vero genio del marketing. E sì che in tanti lo hanno preso per il culo, ma secondo me uno così dovrebbe essere citato in tutti i testi universitari come esempio del modo in cui non va creato un collegamento con i propri followers

Insomma, con questa Flottilla le premesse ci sono tutte. 
Quindi altro che "buon vento"... Popcorn e buon divertimento a tutti!

Saluti,

(Rio) 

PS. E mi dispiace sinceramente per i Gazawi, che si meritavano di meglio di questi qua...

Piccolo aggiornamento: una volta a bordo delle imbarcazioni, i soldati dell'IDF hanno constatato come le stive fossero sostanzialmente vuote e che non ci fosse traccia dei presunti aiuti umanitari urgenti che gli organizzatori della GSF sostenevano di voler portare a Gaza. 
Esiste anche un video a tal proposito.
Naturalmente, gli organizzatori della GSF smentiscono, sostenendo che tutto fosse "meticolosamente elencato", senza però produrre — almeno per ora — alcuna prova tangibile del fatto che i presunti aiuti umanitari a bordo fossero effettivamente giunti al largo delle acque territoriali di Gaza, dov'è avvenuto l'abbordaggio israeliano.

giovedì 18 settembre 2025

Sintesi del rapporto UN Watch di denuncia nei confronti dell'UNRWA



Salve.

UN Watch (l'Agenzia per il monitoraggio e la verifica dell'aderenza dell'ONU agli standard etici delle Nazioni Unite) ha appena pubblicato un rapporto di 216 pagine che denuncia come l'UNRWA (Agenzia ONU per i Rifugiati Palestinesi) sia stata completamente soggiogata dai capi di Hamas, con la piena complicità del commissario generale dell'Agenzia stessa, lo svizzero Philippe Lazzarini. 

Secondo Hillel Neuer, direttore responsabile di UN Watch, la complicità totale di Lazzarini impone che questi venga processato per crimini di guerra.


Il rapporto, presentato oggi dallo stesso Hillel Neuer al Senato della Repubblica Italiana, è riportato qui una sintesi tradotta in italiano. Il rapporto completo -- solo in inglese, per ora -- è invece disponibile qui.  


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Sintesi del rapporto UN Watch di denuncia nei confronti dell'UNRWA, pubblicato nel settembre 2025


Scuole nella morsa del terrore: come l'UNRWA ha permesso ai capi di Hamas di controllare il proprio sistema educativo
(titolo originale: "Schools in the Grip of Terror: How UNRWA Allowed Hamas Chiefs to Control Its Education System")



“La maggior parte delle persone coinvolte in organizzazioni clandestine cerca di non rendere pubblico il proprio coinvolgimento”, ha affermato Stéphane Dujarric, portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, quando gli è stato chiesto perché l'ONU abbia impiegato per decenni un capo terrorista di Hamas che supervisionava 2.000 insegnanti presso l'UNRWA, l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi.

Tuttavia, questo rapporto rivela che è vero il contrario: i capi terroristici di Hamas hanno ricoperto posizioni di vertice all'interno del sistema educativo dell'UNRWA, nonostante avessero pubblicamente e ripetutamente ostentato il loro sostegno e i loro legami con Hamas e il terrorismo. 
L'UNRWA lo sapeva, ma non ha fatto nulla. 

L'agenzia delle Nazioni Unite che raccoglie più di un miliardo di dollari all'anno dagli Stati occidentali con la promessa di educare i bambini palestinesi a valori come la pace, la tolleranza e i diritti umani universali, li ha invece consegnati proprio a quegli stessi agenti che reclutano bambini soldato, glorificano i kamikaze e predicano l'annientamento di uno Stato membro delle Nazioni Unite.

Assumendo consapevolmente leader terroristici di Hamas come presidi e insegnanti e consentendo ai capi del terrorismo di guidare i sindacati che supervisionano migliaia dei loro insegnanti, l'UNRWA non solo ha tollerato l'estremismo, ma l'agenzia delle Nazioni Unite finanziata dall'Occidente lo ha istituzionalizzato, trasformando le aule scolastiche in incubatori di odio.

Nei suoi 75 anni di esistenza, l'UNRWA ha sfornato migliaia di terroristi jihadisti. Tra i più famigerati figurano gli autori del massacro di Monaco del 1972 o Mohammed Deif, il comandante ormai deceduto delle Brigate Al-Qassam di Hamas, uno dei mandanti delle atrocità del 7 ottobre in Israele. Questo di per sé dovrebbe far suonare un campanello d'allarme per qualsiasi donatore che sostenga l'UNRWA per genuine preoccupazioni umanitarie.

Come è possibile che una cosiddetta agenzia umanitaria delle Nazioni Unite abbia una storia così lunga nella produzione di terroristi? Questo rapporto racconta la storia di come Hamas abbia preso il controllo dei sindacati del personale dell'UNRWA che supervisionano migliaia di insegnanti e presidi scolastici, e abbia dirottato l'intero sistema educativo dell'agenzia.

Come abbiamo stabilito nel nostro precedente rapporto, si è creata un'alleanza scellerata tra UNRWA, Hamas e la Jihad islamica. Le operazioni dell'UNRWA sul campo sono in realtà controllate dai suoi leader locali e non da una manciata di personale internazionale come il commissario generale Philippe Lazzarini, che funge solo da volto pubblico, raccoglitore di fondi e sostenitore dell'UNRWA. 

Molti di questi leader locali, specialmente a Gaza e in Libano, sono membri o leader di Hamas, mentre migliaia di dipendenti locali dell'UNRWA sono anche membri attivi di Hamas. 

Per contestualizzare, oltre il 99% dei 30.000 dipendenti dell'UNRWA è costituito da personale locale – arabi palestinesi del posto – mentre solo 120 dipendenti dell'agenzia sono personale internazionale, finanziato dalle Nazioni Unite a New York. Il personale locale arabo-palestinese è responsabile della gestione di tutti i servizi dell'UNRWA, compreso il sistema educativo.

Ciò è esemplificato dal contrasto nel modo in cui l'UNRWA a Gaza ha gestito i casi di Matthias Schmale, membro anziano dello staff internazionale dell'UNRWA che dirigeva le operazioni dell'agenzia a Gaza, e Suhail Al-Hindi, alto funzionario di Hamas ed ex leader sindacale dell'UNRWA.

Nel maggio 2021, ci sono voluti meno di dieci giorni ai leader locali dell'UNRWA – Amir Al-Mishal, allora capo del sindacato del personale dell'UNRWA a Gaza, in collaborazione con il suo predecessore Suhail Al-Hindi – per ottenere l'espulsione di Matthias Schmale da Gaza dopo che questi aveva fatto un'osservazione a sostegno di Israele in un'intervista ai media.

Eppure, quando Suhail Al-Hindi è apparso pubblicamente con i leader terroristici di Hamas per molti anni – mentre ricopriva la carica di preside di una scuola dell'UNRWA e di capo del sindacato del personale dell'UNRWA a Gaza – l'UNRWA non lo ha licenziato. Inoltre, dopo che l'UNRWA ha temporaneamente sospeso Al-Hindi nel 2011 e Hamas ha orchestrato proteste di massa che hanno paralizzato i servizi dell'UNRWA a Gaza, Al-Hindi è riuscito a fare pressione sui vertici internazionali dell'UNRWA affinché accettassero di non punire il personale per “attività esterne”, ovvero il coinvolgimento con i capi terroristi di Hamas, attività di cui era stato accusato.

Allo stesso modo, in Libano, la direzione dell'UNRWA non ha licenziato Fateh Sharif, che per anni ha ricoperto contemporaneamente la carica di capo del sindacato degli insegnanti dell'UNRWA in Libano e di alto dirigente di Hamas in Libano. Inoltre, riconoscendo di non avere alcun controllo sul personale locale, la direttrice dell'UNRWA in Libano, Dorothee Klaus, ha lasciato il Paese per motivi di sicurezza il giorno stesso in cui l'UNRWA ha annunciato la sospensione di cinque membri del Sindacato degli insegnanti dell'UNRWA in Libano associati a Sharif per violazioni della neutralità legate alla loro attività in Hamas.

I leader locali dell'UNRWA, come Al-Hindi e Al-Mishal a Gaza e Sharif e i suoi colleghi in Libano, considerano l'UNRWA uno strumento politico che “funge da testimone internazionale dello sfollamento [dei rifugiati palestinesi]” e un “diritto dei palestinesi fino al loro ritorno in Palestina”, cioè fino a quando non avranno riparato all'ingiustizia immaginaria della creazione di Israele nel 1948 e l'avranno sostituita con uno Stato palestinese. In una conferenza del dicembre 2018 sull'UNRWA, lo stesso Al-Hindi ha affermato che le attività e i servizi dell'UNRWA hanno “un impatto molto significativo e positivo” sul popolo palestinese e garantiscono che “il diritto al ritorno dei palestinesi rimanga intatto”. Pertanto, i dipendenti locali dell'UNRWA, rappresentati dai loro sindacati, rifiutano completamente il concetto stesso di neutralità come un attacco all'“identità palestinese” e una forma di “ricatto politico” da parte del personale internazionale, per mettere a tacere la loro incitazione contro Israele al fine di placare gli Stati donatori.

Quando i rappresentanti internazionali dell'UNRWA come Philippe Lazzarini e Pierre Krähenbühl affermano che il ruolo dell'UNRWA è quello di “fungere da testimone” della “difficile situazione” o dell'‘ingiustizia’ dei rifugiati palestinesi e insistono sul fatto che “difenderanno” questo aspetto del mandato dell'UNRWA, lo fanno per placare questi leader locali, quelli che realmente controllano le operazioni dell'UNRWA sul campo. Adam Bouloukos, direttore degli affari dell'UNRWA in Cisgiordania, ha riconosciuto in un'intervista rilasciata al Washington Post nell'aprile 2024 che l'UNRWA “non è mai in grado di separare la fornitura di servizi dal diritto al ritorno”.

Pertanto, sono i leader palestinesi locali dell'UNRWA a dettare legge – persone come Al-Hindi e Al-Mishal a Gaza, e Sharif e i suoi colleghi in Libano – e non il contrario. Se rifiutano il concetto di neutralità delle Nazioni Unite, allora i leader internazionali dell'UNRWA possono avere “i meccanismi di neutralità più solidi di qualsiasi organizzazione simile” – come ama dire Lazzarini – ma non saranno mai in grado di attuare questi meccanismi sul campo.

A seguito dello scandalo relativo a un gruppo Telegram composto da 3.000 membri dello staff dell'UNRWA che ha applaudito le atrocità del 7 ottobre, denunciato da UN Watch nel gennaio 2024, l'ONU ha creato una “commissione di revisione indipendente” guidata dall'ex ministro degli Esteri francese Catherine Colonna "per valutare se l'UNRWA stia facendo tutto il possibile
per garantire la neutralità e rispondere alle accuse di gravi violazioni della neutralità quando vengono formulate". Il rapporto Colonna, pubblicato il 20 aprile 2024, era estremamente di parte a favore dell'UNRWA e del suo personale, ed è stato apertamente descritto dai funzionari dell'UNRWA come concepito per “rassicurare” gli Stati donatori, non per denunciare effettivamente gli illeciti.

Tuttavia, anche il rapporto di parte di Colonna ha espressamente riconosciuto che i sindacati del personale dell'UNRWA sono “politicizzati”. Il rapporto ha rilevato che “nel corso degli anni, le fazioni politiche hanno utilizzato i sindacati del personale dell'UNRWA per esercitare pressioni sulla leadership dell'agenzia e influenzare le decisioni relative alla fornitura di servizi o all'attuazione dei progetti” e che "la politicizzazione dei sindacati del personale è considerata una delle questioni più delicate in materia di neutralità e deve essere affrontata". Ciononostante, ad agosto 2025, l'UNRWA non aveva completato l'attuazione di una sola raccomandazione Colonna relativa alla neutralità dei sindacati del personale.

I casi studio riportati in questo rapporto confermano le conclusioni di Colonna, evidenziando l'incapacità dell'UNRWA di garantire la neutralità sia a Gaza che in Libano, dove alti funzionari dell'UNRWA – Suhail Al-Hindi a Gaza e Fateh Sharif in Libano – ricoprivano contemporaneamente il ruolo di presidi delle scuole dell'UNRWA, capi dei sindacati locali del personale dell'UNRWA e capi terroristici di Hamas. Allo stesso modo, questo rapporto rivela che anche i loro collaboratori e successori nei rispettivi sindacati del personale dell'UNRWA a Gaza e in Libano sono terroristi di Hamas. Lo stesso leader di Hamas Ismail Haniyeh ha elogiato i sindacati palestinesi per il loro “ruolo nel percorso della jihad”.

Questi casi di studio mostrano in dettaglio come Hamas abbia dirottato l'istruzione dell'UNRWA attraverso il suo dominio sui sindacati locali del personale dell'UNRWA, in particolare sui settori degli insegnanti dei sindacati, consentendo a Hamas di controllare le scuole dell'UNRWA – le strutture fisiche, gli insegnanti e i programmi scolastici – anche impedendo all'agenzia di attuare cambiamenti per deradicalizzare i programmi scolastici, bloccando gli sforzi dell'UNRWA per disciplinare il personale che incita all'antisemitismo e al terrorismo jihadista, e collocando membri di Hamas in posizioni di rilievo nell'ambito dell'istruzione nelle scuole.

Il fatto che Hamas si sia infiltrato nelle posizioni dirigenziali dell'UNRWA è confermato dai risultati delle indagini dei servizi segreti israeliani, basati sulle liste dei membri di Hamas e su altri documenti trovati a Gaza, che dimostrano che oltre il 15% dei dirigenti dell'UNRWA a Gaza, in 60 istituzioni dell'UNRWA, sono membri dei gruppi terroristici Hamas e Jihad Islamica Palestinese.

Come descritto in dettaglio in questo rapporto, di seguito sono riportati alcuni esempi di come i sindacati del personale dell'UNRWA controllati da Hamas, insieme ai loro ex membri che hanno continuato a servire apertamente come alti dirigenti di Hamas, abbiano ripetutamente contestato o ribaltato le decisioni della leadership internazionale dell'UNRWA.

Aprile 2011: il sindacato del personale dell'UNRWA di Gaza guidato da Suhail Al-Hindi si è opposto con veemenza al piano della direzione dell'UNRWA di introdurre l'insegnamento dell'Olocausto nelle scuole. Alla sua festa di pensionamento nell'aprile 2017, Al-Hindi è stato elogiato per essersi opposto con successo all'insegnamento dell'Olocausto.

Da settembre a dicembre 2011: dopo che l'UNRWA ha sospeso Al-Hindi per aver partecipato a eventi insieme ai leader di Hamas, Al-Hindi ha guidato tre mesi di proteste paralizzanti al termine delle quali è stato reintegrato e l'UNRWA ha accettato di non punire i dipendenti per “attività esterne”, ovvero il tipo di attività di Hamas in cui era impegnato Al-Hindi.

Da gennaio a febbraio 2017: Il portavoce dell'UNRWA Chris Gunness ha affermato che l'UNRWA sta “affrontando la neutralità a testa alta”, ha pubblicizzato una nuova formazione per i dipendenti e ha promesso di punire i dipendenti. Al-Hindi e il suo sindacato dei dipendenti dell'UNRWA di Gaza hanno obiettato con veemenza, affermando che “le leggi e la neutralità dell'UNRWA non potranno prevalere sul patriottismo e sull'identità palestinese dei dipendenti” e i dipendenti dell'UNRWA si rifiutano di partecipare alle formazioni.

Da luglio a ottobre 2018: Al-Hindi e Amir Al-Mishal, in qualità di capi dei rispettivi sindacati, hanno coordinato massicci scioperi contro l'UNRWA per il licenziamento di 1.000 lavoratori a contratto a causa dei tagli ai finanziamenti. Gli scioperi, pienamente sostenuti da Hamas, hanno minacciato direttamente l'UNRWA e hanno portato alla chiusura della sede dell'UNRWA a Gaza. Ad agosto, Matthias Schmale si è lamentato con la stampa, affermando: “Sono il capitano della nave e ho 13.000 marinai, ma mi hanno destituito dal mio comando e confinato nella cabina del capitano”. All'inizio di ottobre, la maggior parte del personale internazionale dell'UNRWA è stata evacuata per motivi di sicurezza. La controversia è stata infine risolta nel novembre 2018 e poco dopo gli Stati arabi hanno aumentato i loro finanziamenti all'UNRWA.

Maggio 2021: Al-Mishal, in qualità di capo del sindacato del personale dell'UNRWA a Gaza, ha esercitato con successo pressioni sull'UNRWA affinché reintegrasse 27 dipendenti che erano stati licenziati.

Maggio 2021: In un'intervista televisiva, il direttore dell'UNRWA a Gaza Matthias Schmale ha riconosciuto che gli attacchi missilistici israeliani contro Hamas a Gaza erano “molto precisi”. Immediatamente, Al-Hindi ha accusato Schmale di aver commesso “un grave peccato” per il quale “deve espiare”. Al-Mishal, in qualità di capo del sindacato del personale dell'UNRWA a Gaza, ha guidato proteste di massa contro Schmale, chiedendo le sue dimissioni. Pochi giorni dopo, Hamas è riuscito a espellere Schmale da Gaza.

Febbraio 2023: L'Associazione dei sindacati professionali, guidata da Al-Hindi, ha istigato gli insegnanti dell'UNRWA a partecipare a uno sciopero “in solidarietà con i giusti martiri di Nablus”. Sebbene la direzione dell'UNRWA abbia rifiutato di autorizzare lo sciopero, sembra che gli insegnanti dell'UNRWA abbiano sfidato questa decisione e abbiano comunque aderito.

Marzo 2023: Issam Al-Daalis, membro anziano di Hamas ed ex leader del sindacato del personale dell'UNRWA a Gaza, ha facilitato l'assunzione da parte dell'UNRWA di insegnanti del governo di Hamas che si erano dimessi per lavorare per l'UNRWA.

Da marzo a giugno 2023: Al-Daalis, funzionario di Hamas, è intervenuto presso il direttore dell'UNRWA a Gaza, Thomas White, per risolvere una controversia dell'UNRWA con il sindacato degli appaltatori.

Aprile 2023: sotto la guida di Al-Mishal, il sindacato del personale dell'UNRWA di Gaza ha respinto le richieste della direzione dell'UNRWA di applicare una quota di adesione femminile al sindacato.

Da marzo a settembre 2024: sulla scia delle proteste paralizzanti dell'UNRWA in Libano a sostegno di Fateh Sharif, capo del terrorismo di Hamas e presidente del sindacato degli insegnanti dell'UNRWA in Libano, l'UNRWA ha deciso solo di sospenderlo, ma non di licenziarlo. Alla fine di maggio 2024, dopo che il commissario generale dell'UNRWA Philippe Lazzarini si è recato in Libano e ha incontrato una coalizione di gruppi terroristici per risolvere la controversia, i media palestinesi locali hanno riferito che la questione era stata risolta positivamente per Sharif. L'UNRWA ha poi insistito sul fatto che Sharif era stato sospeso e sottoposto a indagine per mesi. Tuttavia, nonostante tutte le prove dei suoi legami con il terrorismo, l'UNRWA non lo ha mai licenziato.

Da ottobre 2024 a marzo 2025: l'UNRWA ha sospeso cinque collaboratori di Sharif appartenenti al sindacato degli insegnanti dell'UNRWA in Libano. Ciò ha suscitato la consueta feroce opposizione e le proteste del personale dell'UNRWA. Nonostante le prove chiare e convincenti dei loro legami con il terrorismo e del loro sostegno ad esso, l'UNRWA ha impiegato quasi un anno per licenziarli.

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Saluti,

(Rio)


sabato 21 giugno 2025

Principali luoghi comuni su Israele (vol. 2)



Salve. 

Non è certo la prima volta che scrivo per sfatare una serie di luoghi comuni su Israele ed i Palestinesi (potete trovare un altro mio post al riguardo, ad esempio, qui), ma il protrarsi della guerra del Sette Ottobre ha dato origine ad una serie di tormentoni — alcuni nuovi; altri, diciamo, "riciclati ad arte" — per cui si impone un aggiornamento. 

La struttura del post è la stessa seguita per molti altri. Due colonne: da una parte, l'affermazione, dall'altra la smentita o la conferma(!) dell'affermazione. Prima di cominciare, devo fare una premessa, che è comune a quella di molti altri post: la propaganda si nutre, essenzialmente, di psicologia spicciola e di pigrizia mentale. Se uno fa un’affermazione che soddisfa emotivamente il suo interlocutore, nel senso che l’affermazione va a confermare quello che lui/lei pensa già o crede di sapere, nella stragrande maggioranza dei casi l'interlocutore stesso non si sentirà motivato a verificare quello che è stato detto e lo prenderà per buono. 

Inoltre — e questa è la "grande lezione della propaganda" che ci hanno lasciato esseri spregevoli del calibro di Goebbels e Černenko — se si riesce a creare ed a far convergere un volume mediatico sufficiente tale da bombardare costantemente l'opinione pubblica, si può convincere tanta gente di qualsiasi cosa. La voglia di "essere dalla parte giusta" — che, in un animale sociale come l'uomo, è la parte a cui aderiscono i più — e, di nuovo, la pigrizia mentale faranno il resto del lavoro.

Detto questo, cominciamo. 


AFFERMAZIONE ANALISI
1. Israele sta compiendo il sistematico genocidio del Popolo Palestinese. Affrontiamo subito il "pezzo forte" della propaganda propal: sua altezza reale il genocidio. Questo, temo, richiederà un po'. 

Metterò da parte le — francamente inutili — disquisizioni sulla definizione di genocidio perché, sia pur giustificate dall'abuso cinico e sistematico del termine, le trovo di una freddezza che davvero non si addice all'argomento in oggetto. 
C'è una guerra in corso e nelle guerre la gente muore. Purtroppo, nelle guerre non muoiono soltanto i soldati che si affrontano sul campo di battaglia. Magari...! 
Nelle guerre, ad avere la peggio sono, in ordine crescente di ingiustizia: i civili in buono stato di salute, i feriti, gli anziani, i bambini. Un fiume di sangue innocente che si ingrossa ancora di più se la guerra viene combattuta in una situazione cinicamente scelta da una delle parti, Hamas, proprio per esporre il più possibile la popolazione civile alla morte, massimizzandone l'effetto mediatico. Ma questa non è la cosa peggiore. La cosa peggiore è che funziona. E alla grande. 
Del resto, se il governo di Gaza tenesse minimamente ai propri civili:
  1. Hamas avrebbe imposto ai propri miliziani l'uso delle divise militari (che pure hanno mostrato con orgoglio in tante parate prima della guerra, insieme ai missili iraniani). La ragione primaria delle divise militari è quella di distinguere i soldati dalla popolazione civile. Per questo sono state inventate e per questo si indossano. Gli Israeliani le indossano. Non vanno mica in giro per Gaza in borghese per confondere i miliziani di Hamas e nascondersi in mezzo ai gazawi comuni. 
  2. Hamas non avrebbe negato ai civili di Gaza l'accesso ai quasi 500km di tunnel che aveva scavato. Israele, dal canto suo, ha costruito molti rifugi antiaerei per la sua popolazione civile, e si tengono corsi di addestramento regolari su tutti i posti di lavoro, nelle scuole sin negli asili, perché tutti sappiano come comportarsi e quale sia il rifugio più vicino, in caso di attacco. Nessuno, in Israele, rimane allo scoperto. E sia chiaro: Israele non ha 500km di tunnel. A Tel Aviv, la gente, durante i bombardamenti iraniani, dorme nelle stazioni sotterranee della metro.
  3. Hamas avrebbe nel tempo costruito strutture militari dedicate, come caserme e basi militari, o quantomeno avrebbe creato spazi dedicati a questo, sgombrando di lì la popolazione, invece di piazzare le piattaforme semi mobili di razzi a corto raggio nelle scuole, negli asili e nei centri giovanili e di lanciare i missili a medio raggio dai cortili degli ospedali. Avrebbe riunito lo Stato Maggiore nelle sedi politiche, non nei bunker costruiti sotto gli ospedali. Una tale area, un tale spazio dedicato sarebbero un obiettivo sensibile per l'IDF, che non sarebbe così costretto a colpire così vicino ad aree densamente popolate da civili. 
Ma, chiaramente, Hamas ha priorità diametralmente opposte. Sta combattendo una guerra su più livelli, di cui quello militare è quello che sapeva già di non poter vincere.

Il fine dei leader di Hamas — probabilmente l'organizzazione più cinica al mondo — non è vincere la Guerra del Sette Ottobre sul campo di battaglia; non lo è mai stato. 
L'obiettivo, invece, sono i soldi. 
Una media di 800 milioni di dollari annui in "aiuti internazionali" che rischiava di assottigliarsi, specie a seguito della guerra in Ucraina. Una cifra notevole che, sinora, è stata gestita, spartita, intascata e spesa senza alcuna rendicontazione da un limitatissimo gruppo di capi (erano in sei, ma ora sono meno, perché alcuni sono morti) che fanno la bella vita all'estero nei migliori hotel extra-lusso di Qatar e Oman. 

Va da sé che più civili muoiono e più di questi morti sono bambini, tanto più in Occidente si potrà fare pressione sulla politica e sull'opinione pubblica perché gli "aiuti umanitari" riprendano e, anzi, aumentino. 
Quindi, sentitevi pure liberi di condannare Israele perché preme il grilletto e uccide in guerra. Ma soltanto se voi considerereste normale vivere in un Paese in cui l'esercito, invece di difendervi, si nasconde di proposito in mezzo a voi ed ai vostri figli e costruisce un'enorme rete di tunnel rifugio a proprio uso e consumo, ma a cui voi non potete nemmeno avvicinarvi, perché "servono solo per combattere". 

Tutto ciò premesso, quanti morti ci sono stati a Gaza sinora (giugno 2025)? Questa è facile: un numero certo non c'è. 
Ci sono le cifre del "Ministero della Salute di Gaza" (cioè, un uomo di Hamas che non è nemmeno a Gaza) che coincidono magicamente con quelle della "Protezione Civile di Gaza" (lo stesso uomo di prima, solo di profilo). 

I due Enti sopracitati non esistono e non sono mai esistiti. Né sono mai stati menzionati prima di circa un anno fa, ossia dopo più o meno sei mesi di guerra. La Protezione Civile, poi, è un'invenzione ancora più recente, anche meno di un anno fa. Forse solo sei mesi.
Quindi, stando a ciò che dice Hamas, ad oggi ci sarebbero circa 55mila morti, tutti rigorosamente civili e di cui 1/3 "bambini". 
In un anno e mezzo di guerra, all'IDF non sarebbe riuscito di ammazzare un solo miliziano che è uno. 
Ma pensa.

La cosa puzza di propaganda di Hamas ad uso e consumo delle masse occidentali come Allah solo sa.
Tuttavia, queste cifre vengono copincollate con disinvoltura, come si usa oggi, dall'ONU (!), dalle ONLUS e, neanche a dirlo, la stampa tutta. 
C'è, anzi chi le spara anche più grosse ed arriva a cifre ridicole. 

Tanto la verità è che quanti morti ci siano davvero a Gaza, e quanti di essi siano miliziani di Hamas e quanti invece no, non lo sa nessuno, né nessuno potrebbe mai saperlo. Allo stato attuale, finché la guerra infuria, nessuno può controllare e, di conseguenza, non può né confermare né smentire un bel niente. 
Quindi, sentitevi liberi, amici giornalisti. Inventate! 
Tanto oggi conta solo la viralità; non si fanno più neanche le smentite, e la verifica delle fonti è roba da XX Secolo. 

Ma diamo pure per vera questa cifra dei 55mila "civili", di cui un terzo "bambini". Per il "Ministero della Salute di Gaza" (?), i "bambini" sarebbero tutti i minorenni. 
Se un sedicenne indottrinato al terrorismo nelle scuole dell'UNRWA ti spara addosso con un kalashnikov e tu lo uccidi, al di là del fatto che l'atto in sé sia un fallimento per l'umanità intera, tu chi hai ucciso, un miliziano o un "bambino"

Vi lascio con una considerazione: stando alle più recenti statistiche demografiche della World Population Review (non proprio l'ultima arrivata), la popolazione di Gaza è lievemente aumentata. Ignorate pure le proiezioni future, che forniscono stime ancora più alte.

Pertanto, questa affermazione che non si tratterebbe solo "morti di guerra" ma che questo sia un vero e proprio "genocidio sistematico", esattamente, da quale fatto concreto si evincerebbe?     
2. Israele sta compiendo un vero e proprio atto di sostituzione etnica volto ad eradicare le popolazioni arabe da Gaza ed a sostituirle con quelle di religione ebraica.  Curiosa affermazione. 
La popolazione di lingua araba e religione islamica in Israele (anche in Israele! Non solo nella Palestina araba!) è di gran lunga quella con la più alta crescita demografica, da decenni.
Nonostante il flusso migratorio di Ebrei in Israele, ultimamente in ripresa per effetto dei sempre più frequenti episodi di antisemitismo in Europa (!), oramai circa il 20% della popolazione israeliana è arabo-musulmana. Circa due milioni di persone, o un Israeliano su cinque. 

Della crescita demografica della popolazione di Gaza nell'ultimo anno (e con la guerra) si è già detto nella risposta alla domanda precedente.

Nei territori dell'Autorità Palestinese siamo intorno al +1,97%, quindi in netta crescita (per darvi un termine di paragone, oggi in Italia siamo al 0,3%, cioè in decrescita).  

In altre parole, se questo fosse davvero un tentativo israeliano di sostituzione etnica ai danni degli Arabi Palestinesi, lasciatemi dire che sarebbe il tentativo più fallimentare nella storia dei tentativi fallimentari, perché sta ottenendo l'effetto esattamente opposto: gli Ebrei sono, in percentuale, sempre meno.
Ci sarebbe da cacciare via a pedate tutti i membri, boh!, del fantomatico Comitato dei Savi di Sion (???) e sostituirli con gente più competente. Ad esempio, con i leader dei Paesi Arabi del Nord Africa e del Medioriente. Quelli sì che sapevano fare bene certe cose! Efficaci, ragionevolmente rapidi e pure silenziosi; non protestava mai nessuno. 

Di cosa parlo? Be, all'inizio del XX Secolo, tra Nord Africa e Paesi del Medioriente, vivevano circa un milione di Ebrei (circa 800mila in Nord Africa e il resto in Medioriente). 
In Europa, invece, tra Est e Ovest, circa nove milioni. Ad almeno sei dei circa nove milioni di Ebrei europei credo sappiamo tutti cosa sia successo. Quindi, inutile soffermarsi. 

Invece, nel corse del XX Secolo, il milione circa di Ebrei nordafricani, siriani, iracheni, persiani, eccetera sono divenuti oggetto di persecuzioni sempre crescenti, che si sono intensificate con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Chi l'avrebbe mai detto...?!  
Non sono stati tutti uccisi, ma sono stati privati in misura crescente dei loro diritti, spogliati dei loro beni e poi messi alla porta dal Paese che per secoli era stato casa loro; in alcuni casi obbligati alla conversione e, ovviamente, dove la situazione rendeva la cosa fattibile, ammazzati e tanti saluti. 
Le persecuzioni sono continuate sino ai giorni nostri. 
Sapete quanti ne sono rimasti oggi, di questo milione? Neanche 10mila, tra Nord Africa e Medioriente — ovviamente, escludendo Israele. Un tracollo del 99% circa.

Scommetto che gran parte di voi non lo sapeva nemmeno. Del resto, il tutto è avvenuto in un silenzio perfetto.
Non un corteo. Non una manifestazione. Non una protesta. Nemmeno un trafiletto sui giornali o una Risoluzione ONU.
Un milione è tanta gente. 
Non è questo, forse, un lavoro di sostituzione etnica davvero ben fatto? 
3. E' una guerra ingiusta ed asimmetrica, in cui un esercito vero e proprio fronteggia una popolazione inerme e disarmata, perché è noto che Gaza non ha un esercito.   Soltanto il giorno dell'attacco, il Sette Ottobre 2023, da Gaza Hamas ha lanciato su Israele 5.000 missili a medio raggio, che hanno colpito tutte le principali città israeliane. 
Ma questo solo il giorno dell'attacco. Alla data del 28 dicembre 2024 — quindi sei mesi fa — la conta è salita a circa 12.000 missili a medio raggio. 

Attenzione: questi non sono i vecchi razzi Qassam, con una gittata massima approssimativa di 10 km, quando va bene, ed una precisione simile alla mia quando provo a giocare a freccette in un pub e acceco la cameriera. Di quelli, Hamas ne ha sparati a decine di migliaia, per ingannare il sistema di intercettazione Iron Dome.

Questi sono missili a medio raggio, gli M75, di progettazione iraniana, che hanno colpito Tel Aviv, a circa 70 km in linea d'aria. A questi si aggiungono i missili a medio raggio ancora più moderni, come i siriani M-302, di cui Hamas dispone a centinaia. Hamas dispone anche di alcuni M-160 a medio-lungo raggio (160 km).

Inoltre, Hamas possiede batterie semi-mobili per il lancio di missili, centinaia di razzi anticarro "Al-Yassin", mortai con relativi proiettili, un'estesissima rete di tunnel (oggi per lo più distrutti, almeno a Gaza Nord) e almeno 30mila miliziani ben motivati, addestrati ed armati di granate e fucili mitragliatori kalashnikov con relative munizioni, ed organizzati in 24 battaglioni con gerarchie militari complete a tutti i livelli. 

Sostenere che Gaza non abbia un esercito solo perché i suoi miliziani combattono in borghese, o perché "Hamas non ha l'aviazione" è una affermazione non ascrivibile a quelle che sarebbe lecito attendersi da un rappresentante della specie homo sapiens. Ma fate voi.
4. "Prendersela con Gaza dopo il Sette Ottobre è come bombardare la Sicilia dopo la Strage di Capaci."  Questa è virgolettata perché avrebbe un'origine certa (o almeno così credo; e se mi sbaglio, chiedo scusa). Sarebbe una frase pronunciata dal noto attore, autore, regista e conduttore siciliano Pierfrancesco Diliberto, in arte PIF. 

Sarò informato male, ma a me non risulta affatto che tra i mandanti delle stragi di Sicilia del 1993 ci fossero, che so, il Comune di Palermo, la Provincia di Palermo, la Regione Sicilia o qualsiasi altra istituzione siciliana che, in vari modi e forme, rappresenti il popolo siciliano. Niente del genere. 
Il mandante era invece una organizzazione criminale, Cosa Nostra, avulsa dalle istituzioni e separata dalla stragrande maggioranza del popolo siciliano. 
E' ovvio che in questo caso non avrebbe alcun senso attaccare la Sicilia. 

Gaza, invece, è una questione ben diversa. 
Perché? Perché i miliziani che hanno attaccato non erano un gruppo terroristico distinto dal governo della Striscia e avulso dalle istituzioni gazawe: erano uomini che venivano proprio dai ranghi dell'organizzazione che governa la Striscia di Gaza, cioè Hamas, ed è stata proprio Hamas ad aver pianificato, preparato e poi lanciato l'attacco. Al loro ritorno, con il loro bottino di sangue innocente ed ostaggi, c'erano festeggiamenti organizzati e premi in denaro per tutti elargiti proprio dal governo di Gaza. 

Ed è proprio questo mandato da parte delle istituzioni, questa precisa volontà politica di cui il Sette Ottobre è espressione, che trasforma un gravissimo fatto di sangue in un vero e proprio atto di guerra.

E, se davvero lo ha detto PIF, mi dispiace due volte, perché ho visto due suoi film ("La mafia uccide solo d'estate" e "In guerra per amore") e mi sono piaciuti tanto tutti e due. 
E che cazzo, proprio...!
5. Israele ha attaccato l'Iran per primo, senza essere stato provocato. 
Qui, a quanto pare, la logica dell'aggressore non vale più, vero? 
Cercherò di farla semplice, ché per lunghezza 'sto post è già peggio di un DPR esplicativo. 
Fondamentalmente, ci sono due modi di fare la guerra: uno è che io ti attacco direttamente; ma devo essere pronto. 
Infatti, se tu hai l'atomica ed io no, posto che tra i nostri stati ci sono circa 2.000 km, ossia una distanza sufficiente che ti consente di utilizzare un'arma tattica nucleare di pochi megatoni senza eccessivi rischi per il tuo territorio... Be', allora non mi conviene fare una guerra diretta contro di te.

Per cui faccio così: io sviluppo la mia arma atomica e, nel frattempo, addestro, finanzio ed armo tutti i gruppi militari che vogliono attaccarti: Hetzbollah, Hamas, la Jihad Islamica, gli Houthi, chiunque. 
Loro si sporcano le mani molto volentieri al posto mio, mentre io vengo lasciato tranquillo a fare ricerca per sviluppare le mie armi. E' la guerra indiretta.

Dico balle? Volete un esempio concreto? Eccolo.
Hetzbollah è un esercito in piena regola completamente finanziato, armato e, soprattutto, controllato dal regime sciita degli Ayatollah. E' un po' il braccio militare operativo del regime per realizzare l'espansione egemonica in un'area del Medioriente piuttosto lontana dall'Iran. 
Soprattutto, Hetzbollah ha una propria organizzazione interna, che risulta distinta dal governo iraniano, anche se, di fatto, non è per niente così. Hetzbollah fa ciò che dicono gli Ayatollah. Punto.

Quando Israele ha risposto militarmente ad Hamas, Hetzbollah ha attaccato da Nord. 
E gli Houthi hanno cominciato a lanciare missili a lungo raggio (iraniani anche quelli, ma che coincidenza!) da Sud. 

Ora, cosa c'entrava Hetzbollah con Gaza e con Hamas? 
E che c'entravano gli Houthi, che sono addirittura in Yemen? 
In teoria, niente. 
Ma in realtà, Hetzbollah e gli Houthi sono entrambi finanziati ed armati dall'Iran per uno scopo ben preciso: attaccare Israele. 

Questo Israele lo sa.
Quindi davvero ha senso dire che Israele abbia attaccato per primo non provocato? Casomai, ha cambiato il tipo di guerra, trasformandola da indiretta a diretta.
6. Tutto l'universo antifascista sostiene Gaza e adesso anche l'Iran contro l'aggressione nazisionista, per la quale tifano solo i fascisti!Eh no, mi dispiace. 
So di dare a tanti un brutto mal di testa, ma le organizzazioni fasciste — TUTTE le organizzazioni fasciste! — sostengono Gaza e l'Iran. E sono tutte contro Israele.
 
Forza Nuova è arrivata a lanciare una petizione popolare affinché lo Stato Italiano interrompa ogni relazione diplomatica con Israele.

Casapound parla di "aggressione a Gaza da parte dell’entità sionista nei confronti di una popolazione vessata da quasi 80 anni di occupazione". Non vi suona familiare, come linguaggio? 
Chissà cosa direste se per strada vedeste manifesti come questo... 
Stessa infografica, stesso linguaggio, stesso stile e spesso persino stesso messaggio dei manifesti dei centri sociali. Ti tocca leggere il logo, se no non si capisce chi lo abbia realizzato. 

Per cui, tutti i sostenitori di regimi totalitari, fascisti o diversamente fascisti (come i comunisti), sono per Gaza e contro Israele. 

A difendere Israele — almeno in Italia — sono rimasti i soliti quattro gatti che amano le libertà dell'Occidente e non sognano né Putin, né Xi Jin Ping, né la shariah: i liberali, i radicali, qualche socialista. 
Gente che ragiona. 
Quindi, poca.
7. Israele e gli USA vogliono abbattere il regime degli Ayatollah e rimettere al suo posto il discendente dello Scià di Persia per controllare l'Iran! Ecco, questa — purtroppo — è una eventualità che non piace nemmeno a me. Non me la sento di escluderla del tutto; non tanto per ciò che dice Israele, quanto per via delle recenti uscite di Donald Trump. 

Diciamo che mi sentirei più fiducioso sul futuro dell'Iran se alla Casa Bianca non ci fosse uno come Trump, che parla di assurdità come la "Riviera di Gaza" e che è talmente a digiuno di storia recente da non sapere che è stato proprio il corrotto e fallimentare regime degli Scià a spingere la gente tra le braccia degli Ayatollah ed a fornire benzina per la rivoluzione islamista di Khomeini. 

La gente non voleva solo l'Islam. Voleva un Paese non corrotto, non fallimentare, fondato su dei princìpi. 
E questi cosa fanno? Rovesciano la dittatura islamista e ricreano proprio quella situazione che c'era prima e che ne ha alimentato l'ascesa?

Gli Scià lasciamoli nei libri di storia. 
Il popolo iraniano non è quello gazawo: c'è una possibilità che gli Iraniani siano pronti per la democrazia. 
Quindi, lasciamoli provare. 
Che si diano un presidente ed un Parlamento da cambiare ogni quattro o cinque anni. Sosteniamo la transizione, proteggendola da illecite interferenze interne e straniere, e incrociamo le dita.


Saluti,

(Rio)

giovedì 13 marzo 2025

Regimi e natura umana

Salve.

Lo so. Il titolo di questo post presuppone un argomento di una pesantezza indicibile.
Tuttavia, nonostante io non ami disturbare il sonno profondo dell'Italiano Medio (non è vero, amo prenderlo a pedate, quel fetente...!), ritengo comunque che sia importante che più persone possibili comincino a porsi qualche domanda.
Questo perché leggo sui social affermazioni che oscillano tra lo sconcertante ed il raccapricciante. 

Voi direte: "Ma Rio, i social non sono una specchio fedele della società!" Sì, col cazzo. Dieci anni fa, forse; ma ora non più. Guardate come votano, 'sti stronzi. Guardate per cosa manifestano o scendono in piazza. E, dopo averli osservati bene, magari dopo averci anche parlato, ditemi che trovate differenze significative tra la realtà e quello che leggete su Instagram o su Facebook, se ci riuscite!

C'è in giro gente -- ma tanta gente! -- convinta che la democrazia sia superata, che non sia capace di affrontare efficacemente i problemi della società, che sia venuto il momento di superare il capitalismo con un regime diverso, che metta "gli interessi dei più dinanzi a quelli dei pochi" e via "sloganando".

Naturalmente, il primo passo da compiere per il superamento dell'impasse è uscire dalla NATO, per alcuni anche dall'Unione Europea, abbandonando la tirannia USA per entrare nei BRICS ed abbracciare fiduciosi leader potenti, determinati ed illuminati come Vladimir Putin o Xi Jin Ping.
Se non facesse già ridere così, il passo successivo è quello di adottare, per alcuni, una forma di socialismo terzomondista non meglio chiarito, mentre altri vedono con favore un ritorno del nazionalismo ottocentesco di tipo identitario, fatto di popoli omogenei in termini di etnia, cultura, lingua, vedute e religione.  

Quando sente certe stronzate, un vecchio liberale come me esita, ma solo perché non sa da che parte cominciare a sfancularli tutti.
Nemmeno si accorgono che a fare da megafono a certe idee (on-line e non) sono essenzialmente tre tipi di persone:

  • Disadattati che non hanno voluto o saputo integrarsi nella società e incolpano noi di questo(!). Per la serie: se la società non è come dico io, allora è sbagliata. La società, non io. Idealismo all'ennesima potenza.
  • Personaggi subdoli che sperano di arrivare a conquistare una fetta di potere grande o piccola, e stanno manipolando noi per arrivarci; tipo la rivoluzione falla tu, e il potere dopo lo dai a me.
  • Individui che non brillano per originalità ed idee proprie, ma sono determinati a passare per impegnati, motivati, ispirati. Vogliono dare un senso più profondo alla loro vita, e per questo sono pronti a rovinare la nostra. Mortacci loro.

Tutti e tre i tipi ritengono che il cambiamento sperato porterà vantaggi di qualche tipo (innanzitutto a loro; se no mica lo farebbero).

Ma a prescindere da questo, la cosa che mi sconvolge le gonadi è che le illusioni di oggi sono le stesse di 150 anni fa.
Perché trovo incredibile quanta ingenua fiducia la gente oggi riponga ancora in un banale regime politico.

A sentire loro, la natura umana non è qualcosa che ci definisce come specie, il risultato di diverse decine di migliaia di anni di lenta evoluzione mediante selezione naturale, ma solo un'abitudine, quasi un "vezzo" che e possibile forgiare a proprio piacimento, a condizione di avere un adeguato sostegno politico, istituzionale, e sociale. L'egoismo si supera educando i bambini "sin dalla più tenera età" ai princìpi dell'Interesse Superiore, del Bene Comune, della Giustizia Sociale, eccetera eccetera.

La prima "domanda che io mi pongo e che vi pongo", come diceva la buonanima di Amintore Fanfani, è: ma questi qua, almeno a grandi linee, sanno cos'è successo nell'ultimo secolo e mezzo?

Sanno che in Unione Sovietica abbiamo avuto oltre 70 anni di comunismo, in cui intere generazioni di Russi (e non) hanno studiato sin da piccolissimi i valori del socialismo reale, vissuto immersi in una società uniformemente socialista, respirato propaganda per tutta la vita, vinto persino due guerre mondiali, con il solo risultato di aver dato vita, negli Anni '80, ad una delle più spettacolari implosioni socio-politico-economiche nella storia del genere umano? Neanche l'Impero Romano d'Occidente è crollato così, perché almeno nel V Secolo c'erano le invasioni barbariche.
Il Blocco Sovietico, invece, non è stato conquistato militarmente, né invaso da nessuno: hanno fatto tutto da soli, crollando come castelli di sabbia, l'uno dopo l'altro, nel giro di pochi anni.

Dall'altra parte, i cugini scemi dei comunisti, i fascisti, non si sono accorti che il nazionalismo ha causato un'interminabile serie di conflitti che hanno indebolito enormemente l'Europa ed i suoi Stati, che un tempo dominavano il mondo, rendendoli entità di secondo piano, in alcuni casi insignificanti, sullo scacchiere mondiale?

E tutti e due -- quando parlano di concetti indefiniti come "democrazia non capitalista" (??) -- si accorgono che non esiste né è mai esistito un solo esempio di questa strana roba in tutto il globo terraqueo?

Ora, voglio essere chiaro: io amo la democrazia capitalista, ma lungi da me definirla perfetta; specie su un blog in cui non faccio che sviscerarne i problemi ed i difetti, post dopo post.
Ma, alla luce dei fatti storici, la democrazia capitalista pare essere la sola forma di società che conosciamo a riuscire in qualche modo -- sia pur entro certi limiti -- a convivere con la natura umana.

Perché il vero problema, cari i miei idealisti da Centro Sociale, non è il capitalismo, l'egoismo borghese, e vai di Engels a manetta, bensì un altro ben più serio: è Sua Maestà la Natura Umana.

E' inutile teorizzare un modello socialista in cui ognuno di noi ha un ruolo ben definito, deciso soprattutto sulla base delle esigenze sociali, del Bene Superiore, in cui tutti fanno qualcosa e non c'è un meccanismo premiante per il singolo (perché questo scatenerebbe egoismo), ma si va avanti tutti insieme. Provateci, ed otterrete presto quello che si osservava ovunque nei Paesi dell'Est e che ancora possiamo vedere in alcuni uffici pubblici italiani: cinico opportunismo.
Se mettete dieci persone in una stanza e dite loro di fare tutti insieme un lavoro per ottenere un premio comune vi garantisco che almeno una di loro (ma anche di più!) farà quanto possibile per far lavorare gli altri al posto suo.
Il comportamento opportunistico è un tratto della Natura Umana, e se sperate di cambiarlo con l'educazione siete dei poveri idealisti illusi. Il comunismo non può funzionare perché ipotizza una società organizzata come un alveare di api, ma gli uomini non sono insetti e le società umane non sono né somiglieranno mai ad un cazzo di formicaio.

Ci hanno già provato a cambiarla, Sua Maestà la Natura Umana, cosa credete? Magari vi illudevate di essere voi i primi ad averci pensato?
Secondo voi, quando Ernesto Guevara de la Serna (il "Che") parlava di "uomo nuovo socialista" a cosa si riferiva, idioti?! A questo si riferiva! Alla necessità di ripensare la natura umana, perché l'uomo "vecchio" non andava bene, non poteva realizzare davvero il socialismo.
Pensate che, nel supervisionare il progetto per una nuova sede ministeriale all'Avana, il Che -- nella sua temporanea funzione di direttore dell'Istituto Nazionale Cubano per la Riforma Agraria -- era arrivato addirittura ad ipotizzare la riduzione del numero dei bagni nell'edificio, ritenendo che l'uomo nuovo non avesse bisogno di espletare le proprie funzioni corporali così spesso. (!)

E invece voi altri, gran figli della Lupa, che vagheggiate per l'Italia il ritorno ai fasti del passato (ma dove? Ma quando?) soltanto perché vi dà fastidio incontrare per strada gente con nomi strani, colore della pelle o lineamenti del viso diversi dai vostri, non vedete che il solo modo per minimizzare le cazzate madornali di un regime è quello di limitare il potere e suddividerlo tra soggetti diversi?
Davvero non cogliete la bellezza, la profondità del Principio della Divisione dei Poteri come strumento per mitigare i limiti gravissimi della Natura Umana, a cui il potere dà sempre, inequivocabilmente alla testa?
Voi che dite andreottianamente che "il potere logora chi non ce l'ha", non vi immaginate proprio come logori ancora di più chi ce l'ha?
O forse ritenete che Giulio Andreotti abbia agito nel vostro, di interesse?

Non vedete, cari totalitaristi di Destra e di Sinistra, come nella storia il solo modo che i vostri Leader Perfetti hanno trovato per mantenere in piedi le vostre Società Perfette sia stato quello di istituire apparati repressivi onnipresenti, pervasivi e brutali che stroncassero, possibilmente sul nascere, ogni espressione della Natura Umana?
Non c'è alcun "Uomo Nuovo". C'è solo quello vecchio, incarcerato, zittito, umiliato, torturato, ucciso.

E veniamo, infine, all'imputato principale del processo: la democrazia capitalista.
E' una cosa instabile, traballante, che va puntellata continuamente. Genera classi politiche generalmente pavide, al servizio di chi meglio di tutti minaccia di togliere loro il potere. E' lenta, farraginosa, si impantana e si incarta su se stessa.
Ma sembra essere la sola che può funzionare nel lungo termine, perché non cerca di cambiare la Natura Umana, bensì la accetta, la rispetta e -- cosa più importante -- le dà agio. In tal modo, non tutti gli uomini, soltanto alcuni, i più privilegiati senz'altro, ma anche i più meritevoli riusciranno a trovare spazio per emergere in qualche modo e fare il bene comune.
Ovviamente, anche la democrazia capitalista ha un meccanismo di repressione, ma è per lo più limitato al contenimento delle attività umane entro binari che consentano la convivenza civile, lasciando spazi più che ampi di libertà di parola, di stampa e, naturalmente, di azione.

Vi sembra troppo poco?
Forse. Ma pensate a quanto benessere la mediocre democrazia capitalista ha regalato all'Europa Occidentale in 80 anni di pace.
Le alternative sono regimi che possono vantare tra i loro più grandi risultati lo sterminio di sei milioni di Ebrei e di chissà quanti Rom in campi di concentramento molto ben organizzati (gliene va dato atto) o la costruzione del Muro di Berlino, che -- correggetemi se sbaglio -- è il solo caso nella Storia di fortificazione realizzata non per impedire al nemico di entrare, ma per impedire a chi stava dentro di uscire.
E' tanta roba, eh...!
Davvero sicuri che questi regimi siano meglio?

Saluti,

(Rio)

venerdì 7 febbraio 2025

La guerra, oh la guerra...!

 

Salve.

Nel momento in cui scrivo, Israele e Hamas stanno gestendo — non senza scossoni — una fragile tregua temporanea per consentire uno scambio di prigionieri. Un processo asimmetrico, posto che si parla di circa 8 detenuti arabi per crimini violenti (ove non di vero terrorismo) per ogni inerme civile israeliano, ma non importa.

Non è di questo che voglio parlare, né del "genocidio" con la popolazione di Gaza che invece è rimasta sostanzialmente stabile e nemmeno di 'sta cazzata della "Riviera di Gaza" suggerita da Donald Trump che a me sembra solo una pessima battuta da standing comedy.

Parliamo invece della faccenda de "gli Israeliani non hanno il diritto di scacciare i Palestinesi né di prendersi la loro terra!" che al momento va per la maggiore sui social, dove i filopalestinesi seguono le mode come se fossero un negozio di abbigliamento casual.

Scusate, ma un paragrafetto di Storia con la S maiuscola qui ci vuole davvero. Non si può fare tutto con i meme, come piace a voi. Prometto che sarò breve per venire incontro alle vostre limitate capacità mentali, come direbbe (più o meno) Daniele Luttazzi.

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Quando, dopo varie vicissitudini, l'ONU ha approvato la risoluzione 181 del 1947, ha assegnato agli Ebrei solo un fazzoletto di terra dell'ex protettorato britannico (a sua volta ex territorio dell'Impero Ottomano, sino al 1917), pari a poco meno della metà dell'attuale Israele.
Alla popolazione di lingua araba, invece, la Ris 181/47 assegnava non solo l'altra metà, ma anche parte dell'attuale Giordania.

La risoluzione lasciò scontenti tutti, Arabi ed Ebrei, ma gli Ebrei erano pronti a fare compromessi pur di fondare Israele e così, nel 1948, accettarono la risoluzione, Ben Gurion fondò Israele e tese la mano ai "vicini Paesi Arabi".

Gli Arabi, invece, la rigettarono con sdegno dicendo "Non un centimetro agli Ebrei!", e mandarono il segretario 
della Lega Araba (Libano, Siria, Giordania ed Egitto), l'egiziano Azzam Pasha, alle Nazioni Unite a pronunciare un discorso per ribadire una posizione che aveva già presentato in diverse interviste ai giornali dell'epoca, e cioè che la Lega Araba avrebbe attaccato e distrutto il neonato stato ebraico con "un atto di sterminio che sarebbe stato ricordato nella storia come quelli commessi dai Mongoli e dalle Crociate".

Nel 1948, la Lega Araba attaccò Israele e Israele sulle prime rischiò di capitolare. Ma poi, con l'aiuto dell'Unione Sovietica che inviò soldi e armi, vinse la guerra.

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Allora io vi chiedo: aveva lo Stato di Israele il diritto — avendo vinto la guerra che gli avevano scatenato contro — di prendersi parte della terra dei Paesi sconfitti?
Voi direte "Nooooo, doveva rientrare nei confini pre-bellici!"

E invece sì che ce l'aveva, il diritto di prendersi la terra.
Ce l'aveva perché, se la guerra l'avesse persa, la Lega Araba avrebbe fatto quello che il suo segretario aveva preannunciato in ogni sede, ossia ammazzare tutti gli Ebrei e prendersi tutto.
Del resto, gli Arabi la guerra l'avevano scatenata per quel preciso motivo: mica volevano solo mettere paura ai "Sionisti". Li volevano proprio massacrare tutti. Intenzione chiaramente dichiarata.

Vedete, è questo il guaio della guerra. La guerra si fa per realizzare condizioni inaccettabili, ossia non ottenibili in altro modo.
Se tu vuoi tutto un territorio, senza che nessun altro possa viverci o farci niente, non ci puoi arrivare con i negoziati.
Chi accetterebbe mai in un negoziato di concederti tutto? Nessuno.
E allora tu gli dichiari guerra.

I conflitti che gli Arabi hanno scatenato nel 1948 (Naqba), poi nel 1967 (Guerra dei Sei Giorni), e nel 1973 (Guerra dello Yom Kippur) erano tutti volti ad un unico scopo: sterminare il nemico e prendersi tutta la terra.
Se ne avessero vinta una, di queste guerre che hanno cominciato, oggi non esisterebbe Israele ed io qui parlerei, che so, di Kim Kardashian (no, di Kim Kardashian no! Va be', dai, di musica).

E non è tutto.
Che fine abbiano fatto quasi tutti gli 8 milioni di Ebrei che vivevano in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale, lo sappiamo. Mi auguro.
Ma alla fine dell'Ottocento c'erano anche circa 1 milione di Ebrei che vivevano da secoli in Africa ed in Medio Oriente. Subito dopo la Prima Guerra Mondiale, se ne contavano 800mila.
Oggi ne sono rimasti meno di 10mila (se escludi Israele, ovviamente).

Dove sono finiti tutti gli altri? Emigrati in America? in Francia? In Inghilterra? Alcuni sì.
Ma molti sono andati in Israele.
Sapete perché?

Perché gli Arabi, che erano più forti, per buona parte del Novecento li hanno perseguitati, uccisi, hanno preso le loro terre, le loro case e poi scacciati via. Sette milioni e passa di persone si sono ritrovate messe alla porta da quello che per secoli era stato il loro Paese.
Qualcuno si è scandalizzato? Ha fatto cortei in strada? Stracciato le vesti? Figuriamoci.

Ora, vi chiedo: gli Arabi, che erano più forti, avevano il diritto di fare questo? Be', in teoria, no. Non è che io, siccome sono più forte di te, vengo e ti porto via ciò che è tuo...
Ma mica questo esclude che io lo faccia lo stesso. Siamo realisti.

E allora voi mi direte: "Ma allora gli Arabi, i Palestinesi, che hanno i loro buoni motivi, hanno il pieno diritto di attaccare Israele!"
Sì, certo. Hanno i loro buoni motivi e hanno il diritto di dichiarare guerra.

Dichiarare o scatenare una guerra è un'opzione tragica, ma — ahinoi — sempre possibile.
Tutti hanno il diritto di scatenare una guerra. Salvo poi non rompere i coglioni quando la perdono, però.

Perché — ed è questo il punto — con la violenza (e la guerra è violenza portata all'estremo) saltano tutte le regole. 
Di conseguenza, invocare "il diritto di fare o di non fare qualcosa" in guerra non è né giusto né sbagliato: è semplicemente inutile.
E' una perdita di tempo.
Perché chi scatena la violenza ha spostato il livello della contrapposizione da quello del confronto verbale a quello dello scontro armato. E chi risponde deve necessariamente fare lo stesso.

Che brutto ragionamento, eh? Una cosa orribile, vero?
E grazie al cazzo: c'est la guerre, direbbero i Francesi. Mica ciùfoli.

E la guerra non è una passeggiata al parco: è uno degli atti più estremi e brutali che una creatura estrema e brutale come l'uomo possa commettere.

Quindi mi permetto di darvi un piccolo consiglio: se non vi piace, non cominciatela, la guerra.
Soprattutto se temete la possibilità di perderla.

Saluti,

(Rio)