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lunedì 27 gennaio 2025

L'Inutilità della Memoria

 

Salve.


Una volta credevo fosse utile ricordare la Storia.
"L'unico antidoto all'indifferenza è il ricordo", mi dicevo.
Devo ammettere che oggi non ne sono più così sicuro. A giudicare da quello che vedo e sento, la superficialità, il pregiudizio, non li sconfiggi con la memoria. 

 

Il ricordo, anche quello di un evento drammatico come lo sterminio -- no, il tentato genocidio, la soluzione finale -- degli Ebrei europei, africani e mediorientali è costantemente sepolto sotto le polemiche sterili che si nutrono di superficialità, di meme del cazzo, di pregiudizi ideologici. 


Diciamoci la verità: ingannare, tradire la memoria è semplice; quasi banale.
Basta inventarsi un genocidio inesistente, trasformando le vittime di guerra lasciate apposta a prendere bombe in testa -- poveri civili sacrificati agli interessi economici di un manipolo di dittatori mafiosi senza scrupoli, interessati solo a mantenere costante il flusso milionario di aiuti internazionali che si spartiscono in pochi senza alcuna rendicontazione -- in un "Ecco gli Ebrei che fanno agli altri ciò che i nazifascisti avevano fatto a loro nella Shoah".


Basta una bella sostituzione linguistica, in cui gli Ebrei diventano Israeliani e l'antisemitismo diviene anti-sionismo, e il gioco è fatto.
"Nulla giustifica quello che Israele sta facendo adesso!" e questione chiusa.


Poco importa che Israele non stia affatto facendo quello che dicono loro. Anzi. Se al cessate il fuoco si sono visti tanti, tantissimi Palestinesi (anche ragazzini e bambini) ben nutriti ed in salute festeggiare per strada, è proprio perché Israele NON ha commesso un genocidio, e -- diversamente da quello che sostiene Karim Khan, il giudice musulmano non proprio al di sopra di ogni sospetto, nel suo mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale -- Israele NON ha affamato a morte i civili palestinesi.
Datela, un'occhiata alle foto di vere carestie, di veri genocidi e guardate come si riduce la gente, quando certe cose avvengono davvero.
Non che i morti non ci siano, sia chiaro: i morti ci sono, ma sono quelli di una guerra. Né più né meno l'ennesima guerra prima scatenata e poi persa dagli Arabi.
Non credo ci voglia la sfera di cristallo per capire che, se al posto di Israele ci fosse stato un qualsiasi Paese arabo, le cose oggi starebbero in modo molto, molto diverso.
Ma perché sottolinearlo? Tanto non importa a nessuno.

Della sorte dei Palestinesi cosa volete che importi a quei gruppi politici che li incitano alla "Resistenza sempre e comunque"? Alla "Lotta incessante"?
Questi gruppi di cosiddetti "filopalestinesi" sanno benissimo che, ad ogni nuova guerra scatenata dagli Arabi, ad ogni provocazione, seguirà una risposta militare che ridurrà ancora di più la terra dei Palestinesi, peggiorando ancora di più la loro condizione.
Se i "filopalestinesi" fossero davvero tali, inciterebbero i Palestinesi a cercare il negoziato, non a proseguire la lotta armata. Li spingerebbero a trattare, a liberarsi di Hamas (che, tra l'altro ha un sistema di valori che non potrebbe essere più antitetico a quello della Sinistra, e presenta invece inquietanti similitudini con il nazifascismo). 


Ma si sa, l'obiettivo dei "filopalestinesi", dei "pacifisti" (??) non ha niente a che fare né con i Palestinesi né con gli Israeliani. Né tanto meno con la "pace".
La loro è un'agenda dettata dall'odio, ma non quello anti-ebraico. L'odio anti-capitalista e, soprattutto, anti-americano.
E' così che si spiega il sostegno offerto a Vladimir Putin, il dittatore chiamato a de-nazificare (??) l'Ucraina da... Chi?
Ed è sempre così che si spiega il loro supporto alla Cina di Xi Jin Ping, che sta internando in campi di concentramento gli Uiguri e da anni perseguita gruppi di dissidenti come i Falun Gong.
E, ancora, è per questo che non manifestano contro il regime iraniano, la cui Polizia Morale imprigiona e spesso ammazza a bastonate le sue stesse giovani cittadine solo perché non indossano il velo.

Contro questo atteggiamento, la Giornata della Memoria -- e la memoria della Storia in generale -- è inutile, impotente.
Queste persone, la Storia, la ricordano benissimo. E' solo che hanno un piano: smantellare la potenza geopolitica americana, per sostituirla con un'egemonia lontana dai valori del capitalismo.

Per loro, il crollo del blocco sovietico e del socialismo reale è stata una grande occasione perduta del Novecento, e se per farlo tornare è necessario spazzare via tutti gli Ebrei -- pardon, i "sionisti" (??) -- e, nel contempo, fomentare una guerra dopo l'altra sino a quando non resterà più un Palestinese vivo, a loro va benissimo.
Se per Enrico IV "Parigi val bene una messa", regolare i conti con gli Americani che "ci hanno liberato dal fascismo solo per schiavizzarci" (eh?!) val bene il genocidio -- stavolta vero -- non di uno, ma di due popoli.

Saluti,

(Rio)

venerdì 24 novembre 2023

Israele, Hamas e la "Difesa di Norimberga"

Salve.

Mentre scrivo (Novembre 2023), la guerra tra Israele e Hamas continua e, come di consueto, anche l'opinione pubblica si divide ferocemente partendo spesso non dai fatti, bensì da posizioni ideologiche e preconcette.
Chiunque legga questa blog credo sappia bene che a me dell'ideologia interessa poco. Il tifo da partigiani, la gara a chi ce l'ha più lungo ed idiozie simili per me rappresentano soltanto un passatempo più o meno innocuo per menti troppo semplici. Davvero non vale la pena di sprecare un post su questo.
Quello che a me piace, invece, è analizzare la realtà da una prospettiva che non oso certo definire "oggettiva", ma quantomeno razionale, logica.
E non oso definirla oggettiva perché, diversamente dai molti che – da ambo le parti – si credono oggettivi, almeno non sono così ingenuo da crederci davvero.

E veniamo alla questione.
Nelle discussioni tra le partigianerie, si sente spesso i filo-Palestinesi dire: "Sì, milleduecento civili innocenti sono state ammazzati a sangue freddo da Hamas, ma adesso migliaia di Palestinesi sono morti sotto le bombe israeliane, inclusi molti bambini!" 

Tralasciamo il discorso sul conto della serva dei morti, tipo "loro ne hanno uccisi di più, e più bambini" perché – dati i numeri enormi da entrambe le parti – credo che questo argomento afferisca ad un livello di discussione indegno non dico del genere umano, che purtroppo non smette mai di sorprendermi, ma quanto meno indegno di chi scrive e di chi legge questo blog.
E lo dico perché, con ogni probabilità, nella Seconda Guerra Mondiale le truppe Alleate e quelle dell'Armata Rossa Sovietica provocarono un numero di morti tra i civili innocenti più alto di quello causato dai Nazisti, anche tra i bambini; ma questo non è certo un argomento che può essere usato per supportare il punto di vista di Hitler.

Quindi, occupiamoci di un altro aspetto della questione.
Se il numero di morti tra i civili è elevato per tutte e due le parti in conflitto, è importante considerare anche il come e il cosa lo abbia determinato, oppure le circostanze non contano niente?

Be', nella storia del diritto internazionale c'è un importante precedente giudiziario: niente di meno che il Processo di Norimberga sui crimini nazisti contro l'umanità.

Anche allora la Corte del Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra – composta, ricordo, sia da giudici "alleati" che sovietici – accusava i Nazisti dicendo: "Avete ammazzato milioni di civili innocenti, tra cui più di un milione di Ebrei in Europa dell'Est!". E la risposta degli ex membri delle Einsatzgruppen delle SS era: "E voi, con i vostri bombardamenti su Dresda ed altre città tedesche, quanti civili avete ammazzato, allora?!"

La strategia difensiva dei Nazisti era chiara: sostenere la sostanziale equivalenza tra tutti i morti, facendo valere, invece, il numero.
A suo tempo, la Corte di Norimberga rigettò fermamente questo argomento, sulla base che non si possono mettere sullo stesso piano lo sterminio deliberato e diretto di civili inermi che non rappresentano alcuna minaccia nemica – come anche Hamas ha fatto nei kibbutz di confine o al festival nel deserto del Neghev – con le perdite "indesiderate, non cercate, ma inevitabili" ("undesired, unintended, but unavoidable losses") causate dai bombardamenti.
La distinzione tra queste due tipologie, fu detto allora, è un atto dovuto ed un segno di civiltà.

Tra l'altro, Hamas ha dichiarato e confermato di avere scavato sotto la Striscia di Gaza quasi cinquecento (!) chilometri di tunnel. Israele, dal canto suo, ha costruito migliaia di rifugi sottoterra per i civili, e regolari esercitazioni si tengono in tutti i posti di lavoro e nelle scuole di tutti gli ordini, fino agli asili; al punto che ogni Israeliano sa sempre dove sia il più vicino rifugio e può solitamente raggiungerlo in un paio di minuti. 

Quindi, la domanda che viene spontanea è: posto che le gallerie sotterranee esistono, ma che ci fanno tutti quei civili di Gaza così vicini ai razzi, alle granate, alle armi ed alle piattaforme di lancio missilistiche di Hamas? Perché non sono nei tunnel (quantomeno i bambini)?
Be', la stessa identica domanda è stata posta (link qui) da un giornalista arabo di Al Jazeera/Russia TV – Al Jazeera e Russia TV, eh, mica la "sionista Fox News"! – a Mousa Abu Marzouk, un dirigente e portavoce di Hamas, che ha risposto candidamente all'attonito intervistatore che i tunnel sono soltanto per i miliziani e che ai civili deve pensarci l'ONU. Se non ci credete, vi ho messo il link alla video-intervista più su: giudicate voi. Immaginatevi un governo che dice: "Io faccio solo la guerra, non penso ai miei civili. Se la sbrighi l'ONU."

E il fatto è che, in effetti, i civili di Gaza che non siano parenti stretti di miliziani di Hamas (coniugi, figli, genitori) non hanno accesso ai tunnel: pena, la morte.
Gli alti dirigenti di Hamas e le loro famiglie, invece, come è noto, quando Israele contrattacca non sono più nemmeno nella Striscia. Sono tutti all'estero, spesso in lussuose residenze in Qatar o in Oman.
Anche questo – ma stavolta non è la Corte di Norimberga a sostenerlo, si tratta solo dell'opinione strettamente personale di chi scrive – è un buon indicatore del livello di civiltà.

Ciò premesso, se uno proprio ne sente il bisogno, può mettere sullo stesso piano Israele e Hamas, dicendo che "Israele uccide indiscriminatamente".
Ma la verità è che se Israele non avesse davvero cercato di minimizzare le perdite tra la popolazione di Gaza, la guerra sarebbe finita l'8 di Ottobre, il giorno dopo la strage.
Il resto sono solo opinioni e chiacchiere da bar.

Saluti,

(Rio)

domenica 29 ottobre 2023

Il secolo senza ideologie

Salve. 

Questo inizio di Terzo Millennio, lungi dal portare grandi cambiamenti e ventate di aria nuova nella storia, per adesso sembra più trascinarsi dietro gli strascichi violenti del Secolo Crudele che, con i suoi fanatismi di varia matrice perpetrati anche in questi anni, sta ancora lì a ricordarci la contraddittorietà ed assurdità della natura umana.

Tra le conseguenze più bislacche di questa situazione, c'è la riproposizione – in salsa tragicomica, oserei dire – delle due grandi ideologie totalitarie del Novecento, questa volta riciclatesi in chiave "anti-sistema", invece che "messianica" e "salvifica", com'era avvenuto nel XX Secolo.

Se è vero – e qui parrebbe di sì – che la storia si ripete due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa, il ritorno delle ideologie totalitarie a cui si assiste oggi rappresenta non tanto la volontà di riproporre un sistema di valori alternativo a quello democratico, liberale e borghese, quanto l'espressione di un bruciante desiderio di rivalsa da parte degli eterni sconfitti nei confronti delle democrazie capitaliste occidentali legate alla NATO, ossia "i vincitori" del secolo precedente. 

Diversamente, davvero non si spiegherebbero le prese di posizione assolutamente simili – a tratti, indistinguibili – tra Estrema Destra ed Estrema Sinistra su molti temi sociali, economici e, soprattutto, geopolitici e, ancora di più, la natura quasi surreale delle loro alleanze strategiche.

Quello che nel Novecento era il risultato di una riflessione ideologica profonda, di un attento ragionamento politico, di un dibattito intellettuale fatto anche di valutazioni strategiche, oggi si riduce interamente ad una banale considerazione: stare sempre e comunque dalla parte opposta a quella delle odiatissime democrazie capitaliste occidentali.

Questa, oltre ad essere una cosa assolutamente superficiale e ridicola, è oltremodo pericolosa, perché il più delle volte finisce con il creare alleanze strategiche con soggetti politici promotori di sistemi del tutto antitetici ai propri "valori" e orientati verso obiettivi che vanno in direzione diametralmente opposta ai propri. 

Se non in questi termini, come interpretare la simultanea alleanza di Forza Nuova e dei Comunisti di varia matrice con Hamas in Palestina e con Putin in Ucraina? In Medioriente, Destra e Sinistra radicali sostengono di stare dalla parte dell'aggredito (?? bontà loro), mentre in Europa Orientale dalla parte del Paese che non aveva altra scelta se non quella di difendersi dalle provocazioni del  nemico oltre confine.

I salti carpiati dialettici fatti di sottili distinguo qui non cambiano la sostanza dei fatti: si sta a fianco di chi ci conviene. Sia chiaro, a fianco di chi conviene a noi, ossia per i nostri obiettivi: dei popoli oppressi non ci interessa assolutamente niente, posto anche che ne muoiono a migliaia in altre parti del mondo, nell'indifferenza più generale.
Del resto, quanti Palestinesi nei "capi profughi" siriani ha torturato e ucciso Bashar Al Assad? Qualcuno se ne è lamentato, forse? Avete visto proteste? Io in Italia ho visto nascere gruppi a favore di Assad, non contro.

E che dire dei fascisti, i cugini scemi dei comunisti, che da un lato sostengono di lottare contro "l'islamizzazione dell'Occidente", arrivando a vaneggiare di occupare militarmente la Libia per fermare l'immigrazione (eh, nostalgia canaglia!) e poi copiano alla lettera i manifesti e le battaglie terzomondiste della Sinistra massimalista al punto che ti tocca cercare il logo sul manifesto per capire se stai leggendo un'affissione di Destra o di Sinistra?! 

Questo è ciò che ha prodotto la fine delle ideologie: un'ondata di superficialità politica tragicomica in cui, sostanzialmente, se sei anti-ammerikano, allora sei amico mio; a prescindere dal fatto che tu la pensi in maniera diametralmente opposta alla mia su tutto e che mi uccideresti alla prima occasione utile. 

Sto semplificando troppo? Sto esagerando?
Se qualcuno di voi conosce una chiave di lettura che sia, al tempo stesso, altrettanto semplice ed efficace per spiegare tutte le prese di posizione attuali e prevedere anche quelle future, allora lo ascolto: sono tutt'orecchi, gente. Non vedo l'ora di avere torto.

Sino a quel momento, saluti.


(Rio)

martedì 22 luglio 2014

"Lettera aperta al vento", di Achinoam Nini (Noa)


Salve.

Sperando di fare cosa gradita, riporto qui la mia traduzione in Italiano di un post sul conflitto tra Israele e Hamas pubblicato in inglese sul suo blog dalla cantante israeliana Achinoam Nini, più nota in Occidente con lo pseudonimo di Noa.

Anche se non sempre quanto dice Noa in questa lettera aperta mi trova d'accordo, la sua resta comunque una testimonianza di prima mano, che contiene alcune interessanti riflessioni sul conflitto in corso relative ai moderati ed agli estremisti che non si possono non condividere.

Il link alla versione originale inglese è questo:
http://noa-the-singer.blogspot.co.il/2014/07/open-letter-to-wind.html


«
Lettera aperta al vento ("Open letter to the wind")
di Achinoam Nini (Noa)

Saluti dal nostro angolo di Medio Oriente, dove di recente si è scatenato l'inferno.
Terrorizzata, angosciata, depressa, frustrata ed arrabbiata... Ogni ondata di emozioni compete con l'altra per il dominio dei mio cuore e della mia mente. Nessuna prevale ed io affondo in quell'oceano ribollente che è fatto da tutte loro combinate insieme.
C'è un'allerta-missile ogni ora, da qualche parte vicino casa mia.
A Tev Aviv è anche peggio.

Mio figlio ed io oggi abbiamo fermato l'auto in mezzo alla strada e siamo corsi verso un vicino corridoio, quando è partita la penetrante sirena. Qualche minuto dopo, abbiamo sentito tre boati assordanti che hanno fatto tremare i muri.
Al Sud la situazione è intollerabile. La vita della gente laggiù si è fermata, la loro vitalità schiacciata. Trascorrono la maggior parte del tempo dentro i rifugi antimissile.
Una buona parte dei razzi viene fermata dal nostro sistema difensivo, ma non tutti. Ogni civile è un bersaglio; i nostri bambini sono traumatizzati e le loro ferite emotive irreversibili.

E poi i tunnel scavati sottoterra, che arrivano sin davanti alle soglie delle case di alcuni abitanti dei kibbutz lungo il confine con Gaza...
Nelle buie segrete dei miei incubi, mi figuro a cosa servano: introdursi, rapire, torturare, assassinare...! I nostri soldati sono in prima linea. Sono i nostri figli, i figli dei nostri amici e vicini, giovani uomini e donne chiamati alle armi dal governo. E già vediamo bare avvolte nella bandiera, funerali pieni di lacrime, vite distrutte, Kadish (orazione funebre ebraica, ndt)... La ben nota, devastante routine.

E i gazani...! Oh Dio, i gazani... Cosa potrebbe mai essere più orribile e miserabile di ciò che questa gente deve passare? Il loro destino sarà sempre quello di soffrire per mano di crudeli tiranni? Le immagini di bambini coperti di sangue, il pianto delle madri in abiti intrisi di sangue, i calcinacci e la devastazione, il terrore nei loro occhi, cinque minuti al massimo per uscire dalle proprie case, correre via e salvarsi, perché le bombe stanno arrivando.
E nessun rifugio antimissile.

Le tecniche talebane di Hamas da una parte e gli F16 dell'esercito Israeliano dall'altra, questa gente è nella morsa come le noci, schiacciata dalle ganasce di metallo spesso della cecità e della stupidità umane. La conta dei morti che aumenta di continuo... Per quanto ancora tutto questo dovrà continuare?

Gli uomini di Hamas sono estremisti, sono jihadisti, sono pericolosi e puntano ad uccidere qualunque Ebreo, anche me e mio figlio. Non riconoscono Israele, pianificano la trasformazione di tutti i gazani in shahid (martiri dell'Islam, ndt) utilizzandoli come scudi umani. Abbiamo sentito tutto.
Abbiamo sentito di Hannia e dei suoi scagnozzi ed è probabilmente tutto vero, nella misura in cui la verità esiste.
Ma si può incolpare ogni uomo, donna o bambino per l'amara, orribile follia di ambo le parti?

Ascolto Naftali Bennet (attuale Ministro dell'Economia, ritenuto un "falco" della politica israeliana, ndt) che parla alla CNN, spiegando freddamente che gli uomini di Hamas sono dei terroristi e che abbiamo il diritto di difenderci, il che è vero, è assodato.
Aspetto con pazienza una sua dichiarazione di cordoglio ed il suo dispiacere per la perdita di vite innocenti... Ma non arriva nulla del genere.
E mi domando: ma hai dimenticato che rappresenti un'intera nazione? Hai dimenticato gli insegnamenti di base della tua stessa fede? China la testa e vergognati! Perché tu hai portato alla morte di persone innocenti, uomini, donne e moltissimi bambini, anche se non ne avevi l'intenzione!

E poi sì, Hamas continua con la sua orrenda retorica intrisa di sangue di persone innocenti! Non c'è dubbio che c'è un posto speciale all'inferno per gente del genere, e la storia è piena di esempi simili. Ma questo non ci solleva dall'obbligo di comportarci come esseri umani, a meno che il nostro scopo non sia trasformarci nella terrificante, vomitevole immagine dei nostri peggiori nemici.

Noi, tanto Palestinesi quanto Israeliani, "non abbiamo mai perso l'occasione di perdere un'occasione per costruire la pace". Abbiamo creato questo disastro con le nostre stesse mani, e stiamo pagando un prezzo orribile per la nostra arroganza e follia cieca.

E' facile puntare il dito contro gli altri e chiudersi in un atteggiamento di estrema auto-difesa, quando cadono le bombe. Ogni parte si raccoglie nel proprio angolo, restando vicina ai propri simili, incolpando gli altri.

Il mio cuore è con le famiglie delle vittime, ovunque esse siano.
Sono contenta di avere un potente esercito israeliano che mi difenda da quelli che dichiarano apertamente di voler tagliare la gola ai miei figli, ma non voglio utilizzare il mio dispiacere e la mia paura come uno schermo che mi separi dall'empatia umana e dal pensare lucidamente. Piuttosto, vorrei fare l'esatto opposto.

Voglio stare nel mezzo dell'arena e pronunciare la mia verità.
Ci sono soltanto due parti in questo conflitto, ma non sono Israeliani e Palestinesi, Ebrei ed Arabi.
Sono i moderati e gli estremisti. Io appartengo ai moderati, ovunque essi siano. Loro sono la mia fazione. E questa fazione ha bisogno di unirsi!
Io non ho nulla a che spartire con gli estremisti Ebrei che bruciano vivi i bambini, avvelenano i pozzi e sradicano alberi, che tirano sassi agli scolari e che sono motivati da un odio frutto di lavaggio del cervello e forte presunzione di possedere la verità.

Io ho voglia prendermi la testa tra le mani e scomparire -- sulla Luna, se possibile -- quando leggo i sermoni dei rabbini Ginsburg e Lior, che parlano della morte romantica e dell'omicidio nel nome di Dio, come quello commesso da Baruch Goldstein, loro sacro martire, che ha assassinato 29 Arabi a sangue freddo mentre pregavano! O quando leggo le incredibili parole di razzismo scritte da alcuni miei connazionali, le urla di gioia quando i bambini palestinesi vengono uccisi, lo sprezzo per la vita umana!

Il fatto che abbiamo la stessa fede religiosa e lo stesso passaporto per me non vuol dire nulla. Io non ho niente a che fare con certa gente.
Allo stesso modo, anche gli estremisti dell'altra parte sono miei acerrimi nemici. Ma la loro ira non è soltanto diretta verso di me, ma anche verso i moderati della loro stessa società; il che fa di noi fratelli in armi!

Proprio come esorto gli Arabi moderati, ovunque essi siano, a fare tutto ciò che è in loro potere per respingere l'estremismo, non ho alcuna intenzione di chiudere gli occhi dinanzi alle responsabilità che devono essere assunte dalla mia parte per il fiasco in atto. L'Islam radicale è un fenomeno pericoloso che dev'essere affrontato non soltanto da Israele, ma dal mondo intero. Ma ci sono nel mondo islamico più voci liberali, ci sono partner per il dialogo! Abbiamo davvero fatto tutto quello che potevamo per raggiungerle? La risposta è no; abbiamo fatto l'opposto.

L'attuale governo guidato da Netanyahu ha fatto ogni cosa in suo potere per reprimere ogni intervento di riconciliazione.
Ha indebolito ed insultato Abu Mazen, leader della più moderata OLP, che ha più volte ribadito di essere interessato alla pace.
Quando Abu Mazen ha fatto quelle dichiarazioni sull'olocausto, chiamandolo la più immane tragedia nella storia umana, lo hanno deriso e liquidato senza dargli peso.

Non hanno rispettato gli accordi che essi stessi hanno firmato, rifiutandosi di rilasciare prigionieri che avevano già acconsentito di rilasciare, preferendo continuare con la costruzione di insediamenti, come se non ci fosse alcun negoziato in corso.
E' come schiaffeggiare qualcuno in faccia ripetutamente, mentre gli si dice allo stesso tempo "Facciamo la pace! Non vedi quanto io voglia la pace? Perché non collabori?" E' detestabile.

E che dire dell'iniziativa della Lega Araba? Perché è stata sempre, costantemente ignorata dal governo di Israele? Solo di recente, in un atto di buona fede senza precedenti, una figura di primissimo piano dell'Arabia Saudita ha scritto un articolo in un quotidiano israeliano, esprimendo il proprio auspicio per la pace! E' passato inosservato! Un tale comportamento può solo essere definito come estremamente spiacevole ed arrogante.

Quali folli forze messianiche accecano gli occhi di questi politici e dei loro elettori? Quale biblica sindrome di Giosuè? Cosa pensano tra sé e sé, che lentamente ma inesorabilmente domineranno i territori occupati sino a quando non esisterà alcun modo per create uno Stato di Palestina? E che dire di tutti i Palestinesi che vivono là, delle loro aspirazioni, della loro storia? Del loro benessere, dei loro sogni, delle loro speranze future?
Vivranno semplicemente felici come cittadini di serie B, o forse si convertiranno in massa all'Ebraismo? Qual è il piano?
Non c'è alcun piano, non c'è una visione moralmente compatibile con i valori universali, un desiderio di creare una coesistenza; o quantomeno niente del genere è stato presentato in modo articolato alla nostra gente.

Al suo posto, ci viene somministrata continuamente paura e paranoia, soffiando sul fuoco del nazionalismo, coltivando la xenofobia ed il razzismo. Nei fatti, questa politica sta deteriorando Israele ad uno punto ideologico e strategico di non ritorno.

Solo il dialogo da una posizione di rispetto e di empatia può salvarci.
Solo uno sforzo concertato di rafforzare i moderati e, di conseguenza, marginalizzare quanto più è possibile gli estremisti può procurarci un po' di speranza.

Per quanto Israele disprezzi giustamente Hamas, non sembra che si vada da nessuna parte.
Abbiamo seriamente preso in considerazione le loro condizioni per un cessate il fuoco? Molte di esse hanno un senso!
Perché non cercare di alleviare le sofferenze dei gazani, consentire loro di svilupparsi economicamente, restituire dignità alle loro vite ed ottenere un cessate il fuoco di dieci anni? Dieci anni è un sacco di tempo!
Le menti giovani possono aprirsi.

Persino una modesta prosperità economica può fare da catalizzatore per il cambiamento! Perché diamo per scontato che questi anni verranno usati solo per rafforzare il potere militare di Hamas? Le condizioni includono una supervisione internazionale. Forse in quegli anni si creerà una situazione in cui Hamas, con una generazione di leader più giovani che vedono un orizzonte diverso, verrà trascinata all'interno del territorio della politica in un modo che consenta, finalmente, di aprire un dialogo?

Io chiedo a me stessa ed a Netanyahu: perché non sorprendere noi stessi?! Netanyahu, si dice che tu sia un uomo intelligente: perché non fare un'inversione a 180 gradi, cambiare le regole del gioco, pensare fuori dagli schemi? Da' il benvenuto ad Abu Mazen, spetti di costruire gli insediamenti, sostieni il governo di unità apri Gaza e consenti il commercio con la supervisione internazionale. Abbraccia le aspirazioni palestinesi unitamente alle nostre, accogli l'intervento internazionale e guadagna un vero alleato contro l'estremismo? Scacco matto!

Abbiamo davvero compiuto tutti questi sforzi, prima di mandare a morire i nostri soldati? E' triste, ma la risposta è no.

Nessuno sta smantellando l'esercito israeliano, che resterà forte. Ma allora perché ci rifiutiamo testardamente di correre questo rischio calcolato, preferendo piuttosto il sacrificio dei nostri figli? E' una cosa oltre ogni mia comprensione.
Ad Akedat Yitzchak, Dio è intervenuto salvando il bambino. Dov'è Dio, adesso? E' forse divenuto indifferente a causa dell'abominio che è stato fatto dei suoi sacri insegnamenti dagli estremisti di ambo le parti?

Se ci rifiutiamo di riconoscere i diritti di entrambe le parti e di farci carico dei nostri obblighi, se ciascuno di noi rimane aggrappato alla propria versione, con disprezzo e sprezzo di quella dell'altro, se continuiamo a preferire le spade alle parole, se santifichiamo la terra e non le vite dei nostri figli, saremo presto tutti costretti a cercare una colonia sulla Luna, perché la nostra terra sarà così zuppa di sangue e così intasata di lapidi che non vi resterà più niente per vivere.

Io ho scritto le parole che seguono e le ho cantate insieme alla mia amica Mira Awad. Oggi sono più vere che mai:

    "Quando piango, piango per tutti e due
     Il mio dolore non ha nome
    Quando piango, piango rivolta al cielo spietato e dico:
    Dev'esserci un'altra via."

(Noa)
Martedì, 22 Luglio 2014  
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Saluti,

(Rio)

domenica 13 gennaio 2013

Principali luoghi comuni su Israele e i Palestinesi (vol. 1)


Salve.

Joseph Goebbels, Ministro nazista della Propaganda, era solito dire: "Una menzogna ripetuta all'infinito diventa la verità".
Goebbels era un uomo spregevole, ma sapeva fare il proprio lavoro. Il suo motto ha fatto scuola nel mondo, conquistando ovunque proseliti che lo hanno applicato con zelo in regimi totalitari di tutti i tipi: dalle dittature fasciste sudamericane sino ai Paesi comunisti in Europa, Asia e Caraibi, come pure i regimi tirannici africani.

Con l'adozione da parte di quei regimi totalitari, i metodi di propaganda di Goebbels si sono trasferiti anche a chi, pur vivendo in democrazia, si adopera per una trasformazione della societa' libera in senso autoritario.
Non e' quindi un caso che la disinformazione sistematica e la "macchina del fango" -- per usare un termine caro a Roberto Saviano -- siano metodi largamente utilizzati nella propaganda dei gruppi neofascisti, della Sinistra massimalista e dei numerosi movimenti demagogici sorti dalla crisi dei partiti tradizionali.
E neanche stupisce che, sin dal principio, in Italia la propaganda anti-israeliana -- appannaggio di tutti i gruppi di estrema Sinistra e di estrema Destra, passando per il Movimento Cinque Stelle -- si sia nutrita di falsi miti, di esagerazioni, di evidenti distorsioni della realta', ove non di veri e propri falsi storici.

Tuttavia, la costante riproposizione di questi miti -- aiutata dall'assenza di verifiche e dal sostanziale disinteresse per i fatti da parte dei vecchie e nuovi media -- hanno convinto larga parte dell'opinione pubblica italiana ad adottare a priori il "punto di vista palestinese" del conflitto, aderendovi in modo del tutto acritico.

Questo post ha come fine quello di fornire una tabella dei piu' diffusi luoghi comuni sul conflitto israelo-palestinese e del perche' da tali punti di vista si traggano sempre piu' spesso conclusioni che, ad un esame dei fatti, risultano esagerate, intellettualmente scorrette, se non proprio completamente inventate.

Alcune premesse:
  • chi scrive e' un sostenitore della democrazia, un liberale e liberista laico, non e' cittadino di un Paese mediorientale, non e' Ebreo, ne' Musulmano, ne' Cristiano e -- con rispetto parlando -- considera tutte le religioni soltanto un insieme di leggende primitive.
  • La differenza in lunghezza tra l'affermazione dogmatica e l'analisi e' legata a quella che io personalmente chiamo "Legge di Paolo Attivissimo", che sostiene che ci vuole poco per fare un'affermazione arbitraria, ma molto di piu' per smontarla con dati oggettivi.
  • Infine, si avverte che questo e' un post lungo e che non piacera' a chi non ama i numeri, le statistiche ed i link a fonti in lingua inglese.
Mi scuso per la pressoche' totale assenza di link in lingua italiana, ma le fonti italiane sono le sole nel Mondo Occidentale ad aderire quasi senza eccezioni ad una visione soltanto.
Di buono c'e' che, pur essendo lungo, il post e' strutturato in modo da permettere di andare direttamente all'aspetto che interessa di piu'.

AFFERMAZIONE ANALISI
1. Israele e' solo una "finzione geopolitica", il risultato di una decisione unilaterale della dimissionaria potenza coloniale britannica e del movimento sionista, a spese del Popolo Palestinese, che viveva in quelle terre da secoli.
Israele semplicemente non ha alcun diritto di esistere come nazione ed il suo popolo, del tutto eterogeneo per lingua, etnia, provenienza e cultura, e' in realta' una mera invenzione.
Israele e' una finzione costruita a tavolino, senza minimamente interpellare le popolazioni locali.
Lo Stato di Israele e' sorto nel 1948 con un territorio interamente ricompreso all'interno dell'ex Protettorato Britannico del Medio Oriente, che era, a sua volta, il governo inglese di una ex provincia ottomana, persa dai Turchi nel 1917. Non esisteva ne' era mai esistita nella storia (ne' esistera' prima dei giorni nostri) una "Nazione Palestinese".
I Palestinesi non avevano (ne' avevano mai avuto) una loro patria comune e non esistevano nemmeno come popolo: erano Giordani, Siriani ed Egiziani governati sotto un protettorato straniero (ottomano o britannico).
Lo "Stato Arabo Palestinese" ed il "Popolo Arabo Palestinese" sono, nella loro accezione nazionalistica moderna utilizzata anche dalla propaganda anti-israeliana, un concetto piu' recente dello stesso Stato di Israele ed una creazione non meno "calata dall'alto" di quest'ultimo.

Tuttavia, se si considerano le indubbie differenze di lingua, etnia, Paese e cultura degli Ebrei, e' legittimo pensare ad Israele come una "finzione geopolitica", nello stesso modo in cui lo sarebbero anche gli Stati Uniti d'America, il Canada, l'Australia, la Nuova Zelanda, l'Argentina o il Brasile. Con la differenza, rispetto agli esempi appena citati, che non solo esiste un antico, saldo e innegabile legame storico-religioso-culturale tra la terra di Palestina e la cultura ebraica, ma che molti Ebrei sono sempre vissuti in quell'area, o comunque da ben prima che il moderno Stato di Israele sorgesse.

Ma quanti sono? Tutte le fonti di dati demografici sulla Palestina sono carenti ma, in base alle prime stime statistiche a disposizione (v. Alexander Schölch), nel 1850 nella citta' di Gerusalemme gli Ebrei erano il 26% della popolazione (il 42% erano Musulmani ed il resto Cristiani di varie confessioni).
Secondo le statistiche ottomane studiate da Justin McCarthy e gli studi di Roberto Bachi, nel 1900 la popolazione della Palestina era costituita per il 7-8% da Ebrei, il 12% da Cristiani e il restante 80% circa da Musulmani.
Per fare un confronto, si consideri che la popolazione nera in USA nel 1900 era pari al 10% circa del totale.
La qualita' dei dati statistici a disposizione e' oggettivamente limitata, ma tutte le stime concordano nell'assegnare la maggioranza alla popolazione Arabo-Musulmana ed un ruolo di minoranze piu' o meno vaste (a seconda delle diverse zone) ad Ebrei e Cristiani. Nessuna conclude che la presenza ebraica in Palestina (e men che meno a Gerusalemme) fosse trascurabile, insignificante o inesistente.

Quanto ad Israele costruito a tavolino, se con questo si intende che la nascita di Israele e' il risultato della Risoluzione ONU n.181, questo e' indubbiamente vero. Come e' vero che sono nati in modo analogo molti altri Stati, non solo di quell'area, ad esempio l'Egitto (dichiarazione unilaterale britannica del 1922) o la [Trans]Giordania (trattato di Londra del 22/3/1946).
Francia e Gran Bretagna, che avevano ricevuto mandato dalla Societa' delle Nazioni per le ex provincie dell'Impero Ottomano, allo scadere del mandato, hanno suddiviso il Medio Oriente in diversi Stati. Tra questi, c'erano uno "Stato ebraico" (con confini piu' piccoli di quelli attuali) e uno "Stato per la popolazione araba" (si noti che il testo della Risoluzione non parla mai di "Popolo Palestinese" perche', semplicemente, questo concetto non esisteva, ne' esistera' sino agli Anni '70. Si noti anche che nessuno dei Paesi Arabi dell'epoca ha mai rilevato, ne' tanto meno evidenziato questa "mancanza").
E' curioso, anzi, rilevare come sino al 1969 il termine "Palestinesi" venisse usato con riferimento ai "sabra", ovvero agli Ebrei nati in Palestina, per distinguerli da quelli immigrati e non, come invece accade oggi, agli Arabi.
Ad ogni modo, gli Ebrei hanno accettato subito la Risoluzione ONU n.181, mentre gli Arabi l'hanno rifiutata e mosso guerra al neonato Stato ebraico per distruggerlo, non cogliendo l'occasione -- ove mai un Popolo Palestinese fosse mai esistito -- di ottenere piena legittimazione gia' molti anni prima.

Infine, quanto all'interpellare le "popolazioni locali", vanno puntualizzate due cose: per quanto possa apparire prosaico, quasi sempre nella storia sono le guerre che definiscono, modificano e consolidano i confini degli Stati, non i trattati.
E quello di "consultare le popolazioni locali" e' un evento storicamente ancora piu' raro: decisamente piu' un'eccezione che la regola. La geografia politica del mondo non e' certamente disegnata dalla volonta' delle popolazioni locali; o almeno cosi' e' stato sino ad oggi.
2. La Guerra Arabo-Israeliana del 1948-1949 e' nota agli arabi come "Al Naqbah", la catastrofe, perche' Israele perpetro' una scientifica e sistematica pulizia etnica della Palestina, uccidendo centinaia di migliaia di Arabi o scacciandoli via e creando cosi' oltre 700.000 rifugiati Palestinesi.
A parte che, per correttezza, sarebbe interessante ragionare pure su cosa gli Arabi avrebbero fatto agli Ebrei se avessero vinto loro (considerata anche la natura delle alleanze di alcuni importanti leader religiosi musulmani prima e durante la Seconda Guerra Mondiale), le vittime civili e militari da ambo le parti sono dello stesso ordine di grandezza e comunque sotto le 10mila, con piccole oscillazioni a seconda delle fonti.
Tra l'altro, del fatto che le intenzioni degli Arabi non fossero certo migliori si trova chiara conferma nelle dichiarazioni del Segretario Generale della Lega Araba Azzam Pasha che alle Nazioni Unite, qualche giorno prima che partisse l'attacco arabo contro il neo-sorto Stato degli Ebrei, disse: "Questa sarà una guerra di sterminio ed un massacro epico, di cui un giorno si parlera' come di quelli commessi dai Mongoli o dalle Crociate".

Quanto ai profughi, e' indubbio che -- in conseguenza della pesante disfatta militare araba -- Israele espulse centinaia di migliaia di Arabi Palestinesi. Come pure, dalle statistiche demografiche disponibili, e' evidente che la cifra di "700mila profughi", copincollata con disinvoltura su molti siti, semplicemente non puo' essere vera: infatti, nel 1941, in Palestina vivevano circa un milione e centomila Arabi, il cui numero e' rimasto praticamente immutato dieci anni dopo. La popolazione araba nella medesima area presenta invece un incremento nell'ordine delle 300-350mila unita' nel decennio immediatamente precedente ed in quello successivo al conflitto.
Quindi, e' ragionevole (e plausibile) supporre che l'espulsione abbia controbilanciato la naturale crescita demografica; ed infatti altre statistiche attestano il numero reale di profughi palestinesi a circa la meta' cioe', appunto, 350mila.
La vera ragione dietro le cifre "gonfiate" non sta tanto nella propaganda, stavolta, quanto nella consapevolezza che lo status di rifugiato assicurava importanti benefici mai goduti prima, accordati dalla neo-costituita UNRWA (l'Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione). In conseguenza di tali benefici, il numero di Arabi registrati come rifugiati palestinesi all'UNRWA nel 1950, a guerra appena finita, sfiorava gia' il milione. Un fatto demograficamente impossibile, anche ipotizzando -- per assurdo -- che fosse corretta la cifra dei 700mila rifugiati del 1949.

Tuttavia, anche se realisticamente ridotto a 350mila persone, si tratta senza dubbio di un numero molto elevato; ma spesso tale cifra non viene affiancata ad una visione d'insieme dei fatti. Quasi mai, ad esempio, si fa riferimento al fatto che -- nello stesso decennio -- oltre 300mila Ebrei sono stati espulsi dai Paesi Arabi e, ben lungi dal fermarsi al 1949, tale processo non si e' arrestato sino ai giorni nostri: dei circa 850mila Ebrei che nel 1948 vivevano in Paesi a maggioranza islamica, nel 2001 ne restavano meno di 8mila.
Dal 1948 ad oggi, circa 750mila Ebrei provenienti dai Paesi Arabi sono immigrati in Israele. Non tutti possono essere considerati rifugiati, ovviamente, ma esiste una vasta documentazione che attesta l'erosione sistematica dei loro diritti, ove non una vera e propria persecuzione.

In altre parole, quello che sembra essere realmente accaduto e' che sia Arabi che Ebrei, semplicemente, abbiano posto in essere politiche di reciproca espulsione, magari con tempi e modalita' differenti.
Ma e' pure evidente che, se da un lato lo Stato di Israele si e' dimostrato propenso e capace di accogliere i rifugiati Ebrei nel proprio piccolo territorio, fornendo loro asilo, pienezza di diritti e cittadinanza, non si puo' certo dire la stessa cosa dei Paesi Musulmani nei confronti dei rifugiati Palestinesi, i cui discendenti mantengono ancora oggi lo status di "profughi", "rifugiati" o, nel migliore dei casi, di "cittadini di serie B".
Tutto questo senza considerare anche le evidenti differenze tra il modo in cui Israele tratta la Minoranza Araba, ed il trattamento riservato invece alle Minoranza Ebraica nei Paesi Arabi.
3. Israele e' un Paese razzista, dotato di un apparato poliziesco di tipo totalitario che fa vivere la minoranza araba in un regime di segregazione etnica, di apartheid simile a quello che era in vigore in Sudafrica sino a qualche anno fa. Israele non ha nemmeno una Costituzione!

Nessuna norma del corpus normativo israeliano, dalle Leggi Fondamentali sino ai regolamenti comunali, contiene alcun elemento che giustifichi o anche solo consenta qualsiasi forma di razzismo o disparita' di trattamento tra i cittadini in base a differenze di religione, di censo, di sesso, di etnia o di provenienza di origine; anche se approvata, un'ipotetica norma di questo tipo sarebbe considerata immediatamente nulla, in quanto incostituzionale.

Israele, come altri Paesi (ad esempio la Gran Bretagna), non ha una Costituzione, ma si e' dotato di "Leggi Fondamentali" con valore costituzionale. Le Leggi Fondamentali vengono approvate dal Parlamento mediante una procedura speciale ed hanno rango supremo, cioe' superiore a tutte le altre norme (appunto, come una Costituzione). Le Leggi Fondamentali possono essere modificate dal Parlamento soltanto mediante speciali procedure di revisione, proprio come una Costituzione.
Si puo' pensare alle Leggi fondamentali come ad una Costituzione approvata "poco per volta". La ragione d'essere delle Leggi e' legata al contesto politico molto "fluido" in cui lo Stato di Israele e' sorto. I Padri fondatori non hanno voluto fissare troppi paletti costituzionali all'inizio, perche' non sapevano in che modo la situazione si sarebbe evoluta, ma hanno aggiunto -- man mano che la situazione lo consentiva -- nuovi tasselli all'impianto giuridico fondamentale del Paese.

La presunta associazione tra l'esistenza di un documento unico costituzionale e la democrazia di un Paese si rivela del tutto infondata, quando si considera che anche la Nuova Zelanda, la Gran Bretagna e il Canada non hanno una Costituzione unitaria; cosi' come non ce l'aveva l'Ungheria sino a prima di diventare comunista, nel 1949 (cioe' quando era un Paese democratico). Tutte le peggiori dittature fasciste e comuniste al mondo hanno invece una Costituzione. E pertanto logico dedurre che, piu' che la presenza o meno di una Costituzione, e' l'orientamento normativo nel suo complesso a fare la differenza.

Quanto allo stato segregazionista, Israele e' sorto come "patria per gli Ebrei", ma non per i soli Ebrei: fin dalla dichiarazione di indipendenza, nel rispetto di quanto previsto dalla Risoluzione ONU n.181, tutti i diritti concessi ai cittadini di religione ebraica sono stati riconosciuti anche a quelli di ogni altra confessione religiosa, in ugual misura. E sin dalla sua fondazione, Israele si e' configurato come Stato laico, con una separazione netta tra religione e Stato. L'Ebraismo non e' la "religione di Stato" in Israele.
Ogni cittadino arabo che viveva in territorio israeliano si e' visto riconoscere gli stessi diritti in materia di istruzione, di sanita', di sicurezza e di rappresentanza politica concessi ai cittadini ebrei. Non stupisce, quindi, che la percentuale di Arabi nella Knesset (il Parlamento) e nelle universita' e' uguale alla percentuale della popolazione della medesima confessione.

Vi sono Arabi Musulmani parlamentari, campioni sportivi, imprenditori, artisti, attori, consiglieri comunali, funzionari pubblici, ministri, ambasciatori, professori universitari e persino Arabi Musulmani che servono nell'IDF, l'Esercito Israeliano.
Un Arabo cristiano e' anche Giudice della Corte Suprema.
Del resto, non e' un segreto che in materia di diritti civili e di tenore di vita, le condizioni degli Arabi Palestinesi in Israele sono ben piu' elevate che in tutti i Paesi Arabi del Medio Oriente: i Palestinesi in Libano non possono essere titolari di un conto in banca, ne' aprire un'attivita' intestata a loro nome. Non godono di diritti civili (questo nemmeno in Giordania), non votano, non hanno rappresentanti -- nemmeno nominati dall'alto -- presso le Autorita'.

Si consideri, inoltre, che si e' tenuto un referendum tra le popolazioni arabe israeliane di confine, in cui si chiedeva loro se volessero passare con l'Autorità Palestinese: la maggior parte di loro (circa 80%) ha detto di no, adducendo come principale motivazione quella che, pur sentendosi Palestinesi, volevano rimanere in un regime democratico e con un tenore di vita migliore.

Da quanto detto, e' ragionevole concludere che l'idea di un presunto regime di apartheid israeliano sia infondata come, d'altro canto, una semplice visita di qualche giorno in Israele potrebbe facilmente confermare.

Cio' premesso, Israele e' terra di asilo politico per le minoranze perseguitate di tutto il Medio Oriente: omosessuali arabi, artisti arabi "non allineati" e femministe arabe "fastidiose", minoranze religiose come i Baha'i (che in Israele hanno il loro centro mondiale) o i Musulmani Ahmadi, che subiscono persecuzioni nei loro Paesi mediorientali di origine, chiedono ed ottengono asilo politico in Israele.
Forse non e' un caso che le organizzazioni di gay e lesbiche considerino Tel Aviv una delle citta' piu' gay-friendly al mondo (anche se Israele sta diventando molto meno disponibile a concedere asilo politico ai gay di Gaza e della Cisgiordania che non abbiano per partner un cittadino israeliano).
Una posizione controversa e molto dibattuta anche dall'opinione pubblica israeliana, perche' in Palestina gli omosessuali (e chi si schiera dalla loro parte) rischiano la vita. Alcuni pero' ritengono che non sia nemmeno ragionevole caricare sulle spalle di Israele i problemi dei diritti civili di tutti i Paesi Arabi del Medio Oriente. In ogni caso, e' evidente che si tratta di un normale dibattito democratico al quale nessun Paese sviluppato europeo, inclusa l'Italia, puo' dirsi estraneo.
4. Israele tiene sotto assedio le minuscole terre che i Palestinesi sono riusciti a strappare all'invasore e, grazie ad una superiore potenza militare, perpetra l'occupazione militare di quelle terre.
A seguito dell'applicazione del Piano di Disimpegno Unilaterale Israeliano, Israele si e' ritirato dalla West Bank e dalla Striscia di Gaza nell'estate del 2005.
Attualmente (Gennaio 2013), non c'e' un solo soldato israeliano ne' mezzo militare israeliano, ne' in tutti i territori sotto il controllo dell'Autorita' Palestinese nella West Bank, ne' nella Striscia di Gaza.

L'espressione "occupazione militare", pertanto, e' del tutto infondata, posto che la parola "occupare" comporta necessariamente che qualcuno sia li' a farlo.

Inoltre, i Governi palestinesi della West Bank e di Gaza detengono il pieno controllo dei propri confini, ne' piu' ne' meno di ogni altro Stato sovrano.
Tutte le recinzioni, i muri, i check-point gestiti dall'Esercito Israeliano riguardano esclusivamente il flusso di persone verso e da Israele.
Quello che solitamente viene omesso, quando si parla di "controlli e barriere sioniste", e' che tali barriere circondano e racchiudono Israele, non i Territori Palestinesi.
E' Israele che, per evidenti ragioni di sicurezza, si e' "chiuso dietro un muro".
Israele non ha "chiuso dentro i Palestinesi". Casomai, li ha "chiusi fuori": le frontiere che i Territori Palestinesi hanno con Stati terzi -- ad esempio, quello Gaza-Egitto o quello West Bank-Giordania -- sono sotto l'esclusivo controllo palestinese (e difatti e' da li' che entrano armi).

Di conseguenza, anche l'espressione "assedio" appare priva di senso in questo contesto, posto che non si capisce come si "assedia" qualcuno chiudendosi a chiave in casa propria.
Dall'esame dei fatti, e' evidente che cio' che sta a cuore al Governo israeliano e' la sicurezza interna dei propri cittadini, non certo "l'isolamento territoriale dei Palestinesi", che possono invece andare liberamente ovunque... fuoche' verso Israele, chiaramente.
5. Israele sfrutta tutte le risorse del Medio Oriente, tenendo alla fame ed alla sete sia la Cisgiordania che, soprattutto, la Striscia di Gaza, schiacciata e ridotta in miseria da un embargo sionista illegale ed immotivato.
Per colpa di Israele, la popolazione della Striscia di Gaza e' costretta a vivere in un perenne stato di emergenza umanitaria che i limitati aiuti internazionali che l'embargo sionista lascia filtrare possono solo mitigare.

L'embargo israeliano sulla Striscia di Gaza non riguarda i generi alimentari, che possono passare in quantita' illimitate (previa ispezione, ovviamente). L'embargo riguarda solo le armi, alcuni materiali da costruzione, alcuni materiali plastici e metallici ed alcuni carburanti (non tutti: il diesel, ad esempio e' ammesso), oltre ad alcuni fertilizzanti chimici esplosivi, come quelli a base di nitrato di potassio.
E' disponibile sul sito del CoGAT (il Coordinamento Israeliano delle Attivita' Governative nei Territori) un rapporto settimanale con le quantita' e tipologie di beni che sono transitate verso Gaza, passando attraverso i valichi di terra sul confine israeliano.
Il sito e' anche una fonte di informazioni aggiornate sul supporto medico sanitario che Israele fornisce ai Palestinesi.

Quanto ai beni proibiti, la ragione per cui certi materiali sono sottoposti ad embargo e' perche' con essi si possono costruire armi artigianali, come i famigerati razzi Qassam, composti da strutture tubolari in metallo o persino in PVC, con un'ogiva esplosiva contenente anche schegge di metallo, per massimizzarne l'effetto letale.

I famosi tunnel sotto il confine egiziano attraverso i quali -- secondo Vittorio "Vik" Arrigoni -- i Palestinesi importavano "beni di prima necessita', per sopravvivere all'embargo israeliano" in realta' servivano e servono per far entrare nella Striscia di Gaza soprattutto armi (esplosivi, parti di missili, lancia granate, componenti di piattaforme mobili, eccetera), per lo piu' di provenienza iraniana.

Infatti, oggi Hamas controlla il confine tra Gaza e l'Egitto e, dato che il clima politico in Egitto e' mutato a favore dei Palestinesi dopo la vittoria dei Fratelli Musulmani (scrivo nel 2013), non vi sarebbe alcun motivo per utilizzare ancora quei tunnel, se il fine fosse davvero quello di importare solo viveri: i valichi doganali regolari, anche quelli al confine con Israele, ne consentirebbero il transito.
Hamas, invece, lavora alla ricostruzione dei tunnel giorno e notte, perche' ha bisogno di quei passaggi nascosti ad occhi indiscreti per continuare ad importare armi da utilizzare per colpire obiettivi civili nel Sud di Israele.

Curioso come gli stessi tunnel vengano oggi utilizzati per l'importazione di droghe illegali consumate dai giovani di Gaza, alcuni dei quali ormai disillusi da Hamas (diversamente dai nostri).
In risposta, Hamas ha messo in campo tutta la brutalita' di cui e' capace per combattere la piaga della droga nella Striscia di Gaza.

Per quanto riguarda l'emergenza umanitaria a Gaza, una semplice visita della Striscia dimostrerebbe come non c'e' piu' poverta' di quanta ve ne sia in una qualsiasi citta' araba o persiana del Medio Oriente.
A Gaza entrano ogni mese quantita' rilevanti di cibo ed altri beni, a Gaza si inaugurano centri commerciali, si costruiscono belle ville, aprono ristoranti gourmet, hotel a cinque stelle, ed i mercati sono pieni di merci proprio come in una qualsiasi citta' mediorientale.
Certo, come ovunque in Medio Oriente, c'e' anche poverta'; ma l'espressione "emergenza umanitaria", come se si trattasse del Darfour, appare del tutto strumentale e completamente fuori luogo.
6. Il processo di democratizzazione del Medio Oriente non potra' mai aver luogo, sino a quando la potenza occupante sionista non verra' eliminata.

Probabilmente e' vero l'esatto contrario. Non si capisce davvero in che modo Israele -- una democrazia parlamentare in mezzo a regimi totalitari (per giunta, attualmente interessati da una fase di radicalizzazione religiosa) -- potrebbe trarre vantaggio dall'ostacolare un ipotetico processo di democratizzazione in quegli stessi Paesi.
E' invece altamente probabile che la presenza di Israele rappresenti il principale ostacolo alle mire egemoniche (se non espansionistiche) in Medio Oriente dell'Iran sciita (sino a qualche mese fa, avrei indicato anche la Siria e l'Egitto, ma la situazione creata dalla cosiddetta primavera araba e' ancora troppo fluida per capire cosa succedera') o dell'Internazionale Wahabita Sunnita (quella che in tanti chiamano, semplicemente, "Al Qaida").
Senza gli Ebrei e senza i regimi laici mediorientali venutisi a creare a partire dal secondo dopoguerra, le forze "islamiste" ("islamico-fasciste") potrebbero rapidamente consolidare la propria egemonia in Medio Oriente e stringere alleanze con tutti gli altri Paesi islamici in Asia ed Africa.
Le conseguenze di tale processo (che la primavera araba ha sicuramente contribuito ad accelerare) sono difficili da prevedere, ma comporterebbero sicuramente cambiamenti di grande portata agli equilibri geopolitici, interessando in primo luogo i Paesi occidentali europei.

Tra l'altro, Israele spende il 7% del proprio PIL (oltre 16 miliardi di US $ l'anno) per difendersi dai Paesi totalitari che lo accerchiano e non ricaverebbe altro che vantaggi da una maggiore distensione.

L'ipotesi bislacca che "l'eliminazione di Israele innescherebbe un grande processo di rinnovamento laico e socialista nel mondo arabo" e' un'affermazione di pura propaganda che non ha davvero alcun fondamento nell'attuale realta' del Medio Oriente, in cui invece si stanno affermando culture religiose pre-illuministiche che non riconoscono i diritti umani, l'uguaglianza tra tutti gli uomini o la parita' uomo-donna.
7. Le pretese territoriali gia' di per se' illegali, immorali ed ingiustificate di Israele diventano davvero assurde quando si tratta di Gerusalemme Est, non solo legittima capitale dello Stato Palestinese oppresso ma anche Terza Citta' Santa dell'Islam, per via della presenza del Duomo della Roccia (moschea di Al Aqsa) e perche' ritenuta dai Musulmani la citta' da cui Maometto ascese al cielo.
Quello israeliano, quindi, non e' solo un insulto "politico" al Popolo di Palestina, ma anche religioso a tutta la Comunita' Islamica.

A parte l'affermazione "terza citta' santa dell'Islam" in se' (ma quante citta' sante ha l'Islam?), lo status di citta' santa islamica per Gerusalemme e' un concetto vago e senza alcun elemento fondante, ne' sul piano storico ne' su quello, ben piu' aleatorio, della religione.

Inizialmente, quando il Profeta Maometto era ancora agli inizi della predicazione, i fedeli dovevano pregare rivolti verso Gerusalemme e non verso La Mecca. La ragione di questa scelta e' che all'inizio (e per lungo tempo) Maometto ha cercato di farsi accettare come profeta dalle popolazioni ebraiche che nel VII secolo popolavano ancora la Penisola Arabica. A seguito dell'ostinato rifiuto degli Ebrei di includere Maometto nell'elenco dei loro profeti, Maometto cambio' la direzione della preghiera verso La Mecca e, sul finire della propria vita, maledisse tutti gli Ebrei e ne impose l'espulsione dalla Penisola Arabica (l'antisemitismo islamico ha profonde radici coraniche, purtroppo).

La sacralita' della citta' per i Musulmani deriverebbe da un racconto post-coranico secondo il quale il Profeta Maometto sarebbe asceso al cielo proprio da Gerusalemme (il che -- anche tralasciando l'elemento religioso dell'ascensione -- e' bizzarro, visto che tutti sanno che Maometto mori' nella Penisola Arabica, a Medina, distante oltre 900 km in linea d'aria e diversi giorni di viaggio a dorso di cammello da Gerusalemme).
In realta', solo molti anni dopo la morte del Profeta Maometto, il ribelle Abdallah ibn al-Zubayr si oppose agli Hajj, gli allora reggenti della fede, conquisto' parte della Penisola Arabica e proibi' agli Hajj ed ai loro seguaci di accedere a La Mecca ed alla Roccia Sacra.
Di conseguenza, gli Hajj designarono un sito sacro alternativo tra le citta' sotto il proprio controllo scegliendo, appunto, Gerusalemme. Fecero quindi costruire la Moschea di Al Aqsa (il Duomo della Roccia) proprio sul sito in cui sorgeva l'ormai distrutto Tempio di Gerusalemme, di cui oggi rimangono solo rovine (universalmente note come "Muro Del Pianto").

Il Monte del Tempio, luogo sacro ebraico su cui sorgono sia il Muro del Pianto che la Moschea di Al Aqsa, e' utilizzato dai Palestinesi anche per fare picnic e giocare a calcio, proprio sulla "sacra" spianata delle moschee.
Si ricorda inoltre che, durante gli attacchi da Gaza del Novembre 2012, Hamas ha lanciato razzi anche contro Gerusalemme, a riprova della reale considerazione in cui i Musulmani tengono la citta' ed i suoi siti sacri.
Un simile attacco da parte musulmana contro La Mecca o Medina (rispettivamente la prima e la seconda citta' santa dell'Islam) sarebbe assolutamente inconcepibile.

Ma la principale fonte a sostegno della tesi che Gerusalemme non sia altro che una delle tante citta' strategicamente importanti per l'Islam, come lo sono (o sono state) anche Istanbul o Damasco, viene proprio dal Corano.
- Gerusalemme e' citata nella Torah oltre 650 volte;
- Gerusalemme e' citata nei Vangeli oltre 140 volte;
- Gerusalemme e' citata nel Corano... Neanche una volta. Zero.
Tutti gli accadimenti coranici si svolgono nella Penisola Arabica, che il Profeta Maometto non ha mai lasciato, per tutto il corso della predicazione.

Inoltre, esistono ben due sure del Corano (la sura 5:21 e la sura 17:104) nelle quali si dice chiaramente che Allah ha assegnato la Terra Santa agli Ebrei ed alla loro discendenza.
Io non sono certo un esperto di religioni ma, in termini strettamente logici (del tutto inapplicabili ad un ambito emotivo e contraddittorio come la fede), i Musulmani che vogliono "ributtare in mare" gli Ebrei Israeliani sarebbero... apostati.

D'altra parte, e' oltremodo evidente che Gerusalemme e' la citta' santa degli Ebrei, come anche la citta' santa dei Cristiani, per via della presenza del Santo Sepolcro e perche' molti degli episodi della predicazione di Gesu' si sono svolti la' (inclusa la sua morte).
Da molti secoli, tuttavia, i Cristiani hanno rinunciato definitivamente (si spera) a qualsiasi pretesa di sovranita' territoriale sulla citta', nonostante a Gerusalemme esistano da oltre mille anni un quartiere cristiano e, da diversi secoli, anche un quartiere armeno, anche oggi popolati da fedeli di tutte le confessioni cristiane; e la presenza del Santo Sepolcro e dei Cristiani nella citta' e' attestata e documentata essere risalente ad epoche ben antecedenti alla nascita stessa della fede islamica.

Dopo l'analisi storica e religiosa, veniamo alle argomentazioni politiche.
La Risoluzione ONU n.181 conferiva a Gerusalemme lo status di citta' aperta, senza assegnarla ne' ad Israele ne' alla Palestina. Ne' all'uno ne' all'altro stato.
Gli Israeliani, si sa, hanno accettato quella risoluzione, mentre gli Arabi no ed hanno dichiarato guerra agli Ebrei. In base a che cosa, oggi, i Palestinesi (e gli Arabi in genere) si arrogherebbero il diritto di avere Gerusalemme Est come loro capitale? In base ad una Risoluzione che hanno rigettato o in base ad una guerra di distruzione lanciata da loro che hanno perso?

Per ben tre volte, Guerra Arabo-Israeliana del 1948, Guerra dei Sei Giorni del 1967 e Guerra dello Yom Kippur del 1973, i Paesi Arabi confinanti con Israele hanno stretto accordi segreti tra loro, hanno ammassato truppe lungo tutte le frontiere ed invaso Israele con l'obiettivo dichiarato di spazzarlo via dalla faccia della terra.
L'ultima volta lo hanno aggredito di sorpresa, senza neppure dichiarargli guerra prima, e proprio nel giorno dell'anno in cui non funziona niente e tutto e' chiuso, perche' e' il giorno in cui ciascun credente e' chiuso in se stesso e chiede perdono a Dio; un attacco da codardi, si direbbe, se le menti di molti non fossero annebbiate dall'"eccezione palestinese", quella tentazione di giustificare qualsiasi cosa i Palestinesi facciano contro gli altri e contro se stessi, non importa quanto grave.
Gli Arabi hanno negato ogni possibilita' di negoziato su Gerusalemme: hanno direttamente mosso guerra, per lasciare che fossero i fucili a stabilire come stessero le cose.

Comunque, allo scoppiare della Guerra dei Sei Giorni, le truppe giordane che occupavano Gerusalemme Est attaccarono quelle ebraiche, che controllavano Gerusalemme Ovest, ma in poco tempo furono respinte e scacciate fuori dalla citta', che fini' sotto l'esclusivo controllo di Israele.
E' interessante sottolineare che proprio il Monte del Tempio, il luogo piu' sacro per la fede ebraica, fu invece lasciato nelle mani di un consiglio islamico, un cosiddetto Waqf, a riprova del fatto che, con la conquista di Gerusalemme Est, Israele non intendeva far perdere alla citta' la propria connotazione multi-etnica e multi-religiosa.
Inoltre, Israele ha accordato ai cittadini arabi di Gerusalemme Est il diritto di richiedere la cittadinanza israeliana o di mantenere comunque la residenza a Gerusalemme, anche per chi non opta per la cittadinanza: ad oggi, il 93% degli Arabi di Gerusalemme Est ha la residenza permanente ed il 5% ha chiesto ed ottenuto anche la cittadinanza israeliana. Chi non vuole la cittadinanza, ha comunque il diritto di votare alle elezioni amministrative di Gerusalemme ed ha diritto al servizio sanitario israeliano.

A parte tutto cio', anche chi considera illegittima la presenza israeliana a Gerusalemme Est chiamandola "occupazione" (pur se risultato di una legittima guerra di autodifesa), ha qualche difficolta' a far passare la tesi che Gerusalemme Est sia di sovranita' Palestinese perche', semplicemente, nessuno ha mai stabilito che Gerusalemme Est fosse territorio dei Palestinesi. Neppure la famosa Risoluzione (non vincolante) dell'Assemblea ONU n.2253 del 1967, che si limita solo a chiedere ad Israele di ritirarsi da Gerusalemme Est ed al Segretario ONU di relazionare sul ritiro israeliano: non una parola sulla sovranita'.
E difatti, l'opinione giuridica prevalente e' che Gerusalemme Est sia un "territorio a sovranita' indefinita".
8. Israele usa sistematicamente la forza per far valere le proprie ragioni illegali.
Israele ricorre sistematicamente, nell'ordine:
  1. agli inviti;
  2. ai negoziati / accordi / compromessi;
  3. alle proteste formali;
  4. agli appelli alla Comunita' Internazionale;
  5. agli avvertimenti ripetuti;
  6. infine, se nient'altro funziona, alle armi;
Questa e' la sequenza che si e' ripetuta, sempre uguale, dalla fondazione dello Stato di Israele sino ad oggi.
Dalla mano tesa agli Stati Arabi confinanti nel testo della Dichiarazione di Indipendenza ("lavoriamo insieme in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente"), a cui la Lega Araba ha risposto con le pallottole e le minacce di sterminio, sino al recente strike aereo su Gaza del Novembre 2012, seguito a mesi di (inutili) proteste per i lanci di razzi palestinesi contro obiettivi civili nel sud di Israele (oltre 1.400 in un anno), passando per i tanti, tanti, negoziati con la Giordania, la Siria, l'Egitto, il Libano e, ovviamente, l'OLP.

Anche a volerla mettere giu' in modo brutale, se forse Israele non e' il solo Paese del Medio Oriente a volere davvero la pace, e' certamente il Paese del Medio Oriente che dalla pace ha piu' da guadagnare.
Come gia' anticipato, Israele e' costretto a spendere una quota considerevole del proprio Prodotto Interno Lordo (oltre 16 miliardi di US $ l'anno, pari a quasi il 7% del suo P.I.L.) per difendersi da nemici che lo accerchiano da tutti i lati e non ricaverebbe altro che vantaggi da una maggiore distensione. Figurarsi dalla pace.
Come termini di confronto, si consideri che gli USA spendono poco meno del 5% del P.I.L. nella difesa, la Russia il 4%, l'Italia circa l'1,7%, la Francia meno del 2,5% e la Cina meno del 2%.
Israele ha stipulato accordi di pace con la Giordania e con l'Egitto ed ha provato a negoziarne con tutti i suoi vicini, soprattutto con quelli piu' prossimi: i Palestinesi. Sfortunatamente, in questi casi, la risposta sinora e' stata solo "NO".
9. Il controllo sionista dei media, attraverso la lobby della TV e della carta stampata, impedisce al mondo di vedere cosa Israele fa davvero ai Palestinesi.
Questa che Israele e/o la fantomatica "Internazionale Sionista" abbiano il controllo dei media e' probabilmente la regina di tutte le bufale della propaganda anti-israeliana.
Basta andare su Google e digitare "Israel Palestine conflict" e poi contare quanti risultati adottano il punto di vista palestinese e quanti invece quello israeliano.
Per contare i primi, vi consiglio di portarvi una calcolatrice, ma fate voi.

La bufala ha origini antiche, tuttavia: risale ad un'epoca pre-internet e dipende dal fatto che nell'industria americana del cinema e dell'entertaining in genere (industria discografica, televisiva, nel teatro, nel porno, ecc.) il numero degli Ebrei e' piu' elevato che in altri settori.
Ed e' vero.
E la ragione, piuttosto ovvia, e' che l'emigrazione ebraica verso gli USA e' avvenuta storicamente piu' tardi di quella di altri gruppi etnici dall'Europa: era naturale, quindi, che gli Ebrei americani cercassero di affermarsi nelle nuove industrie nascenti (appunto, quelle dello spettacolo e dell'entertaining), posto che in quelle piu' tradizionali gli spazi disponibili erano molto piu' limitati.

Tornando ad Israele, esistono cosi' tante riprove della totale inettitudine israeliana nella gestione della propria immagine mediatica o, quantomeno, della evidente inferiorita' di Israele nel presentare il proprio punto di vista sui fatti, rispetto ai Palestinesi, che davvero non si capisce da dove un'affermazione come "Israele controlla i media e non ci fa vedere tutto" possa mani venire (tranne che dalla propaganda, ovviamente).

Si prenda, ad esempio, il caso della Mavi Marvara: la distorsione dei fatti contro Israele e' tale che persino un'agenzia di stampa importante come la Reuters ha truccato le foto scattate a bordo dell'imbarcazione, rimuovendo i coltelli dalle mani dei cosiddetti "pacifisti".
I principali network televisivi americani (quelli che sarebbero controllati dalla fantomatica "Internazionale Sionista") sistematicamente riportano come vittime palestinesi quelle che in realta' sono vittime di conflitti in altri Paesi, ove non vere e proprie sceneggiate, secondo lo stile ormai noto come "Pallywood".
Queste immagini sono ovunque sui siti dei media e sui social network e vengono ancora oggi spacciate come vere, nonostante siano state gia' smascherate da tempo.

Il fenomeno e' talmente esteso e la "disfatta mediatica israeliana" talmente evidente che ormai esistono siti internet, come "The Second Draft" dedicati apposta all'analisi della distorsione nelle notizie -- non solo in Medio Oriente, ma e' chiaro che Pallywood rappresenta una parte importante del loro database.
10. Israele stipula accordi con i Palestinesi che poi non rispetta mai.
Mediante l'uso della forza, Israele si prende gioco della Comunita' Internazionale e delle Risoluzioni ONU che assegnano quelle terre ai Palestinesi.

Questa affermazione nasce dal fatto che, a detta della propaganda, esiste una lunga lista di Risoluzioni ONU che "condannerebbero" azioni commesse da Israele. Questa lista viene spesso utilizzata dalla propaganda anti-israeliana per sostenere la tesi che, nella storia del Medio Oriente, gli Israeliani svolgerebbero sempre la parte dei cattivi ed i Palestinesi sempre quella dei buoni e delle vittime.
Ma e' davvero cosi'?
Per rispondere seriamente a questa domanda, temo proprio che sia necessario analizzarle una per una (eh si'; la propaganda a volte obbliga a fare certe cose).
Essendo un discorso lungo, ho preferito riportare l'analisi delle Risoluzioni ONU in un post dedicato (di cui riporto qui il link), perche' se no sarebbe venuta una tabella con una colonna lunga un chilometro.
Qui mi limitero' a riportare le conclusioni, che potete trovare anche nel post dedicato, insieme all'analisi dettagliata.
In realta', solo 17 delle 65 risoluzioni ONU (appena 1/4) -- ad un'analisi attenta -- risultano essere effettivamente "contro" Israele e, di queste, 10 sono relative all'esilio temporaneo di alcuni Palestinesi (alcune di queste sono meri richiami a Risoluzioni precedenti), 4 agli espropri delle case e terre nei territori contesi e solo 3, invece, a veri fatti di sangue (relativi all'assedio di Beirut ed alla Prima Intifada).
Inoltre, nessuna delle suddette risoluzioni "assegna" alcunche' ai Palestinesi; ne' mai potrebbe, posto che la Palestina ed i Palestinesi hanno raggiunto una sovranita' nazionale solo molto di recente. Quando si tratta di indicare a chi Israele avrebbe strappato quelle terre contese (cioe' a Siria, Giordania ed Egitto, e sempre a seguito di guerre di autodifesa) l'ONU si limita a... glissare con formule vuote e mezze frasi, per evitare di mettere i Palestinesi completamente fuori gioco. L'ONU non puo' fare altro.
Si rimanda alla lettura di quest'altro post per i dettagli.

Alla fine di questo lungo post in cui ho contrapposto preconcetti a fatti documentati, voglio dire una sola cosa: sia chiaro che io non mi illudo di spostare minimamente le opinioni di nessuno.
Mi auguro soltanto che chi legge possa far uso di questo post per rendersi conto del modo superficiale e dogmatico, quasi fideistico, con cui si formano le opinioni della gente, anche su temi di grande importanza.
Non spero altro. I ranghi delle opposte "tifoserie" resteranno serrati.
Del resto, diceva il grande Albert Einstein che "e' piu' facile spezzare un atomo che un pregiudizio".
Chi se la sente gli dia pure torto.
Io resto a guardare, stavolta.

Saluti,

(Rio)


P.S. Dodici anni dopo, ho creato una seconda parte di questo elenco di luoghi comuni, che trovate qui.

lunedì 7 gennaio 2013

Risoluzioni ONU contro Israele: la verità oltre la propagada.



Salve.

Esiste una lunga lista di Risoluzioni ONU che "condannerebbero" azioni commesse da Israele nei suoi poco piu' che 60 anni di esistenza.

La lista viene allegramente copincollata (su internet e' dappertutto, in tutte le salse grafiche, ma con pochissime variazioni negli scarni commenti) e spesso utilizzata dalla propaganda anti-israeliana -- unitamente al fatto che non ci sono Risoluzioni ONU contro i Palestinesi -- per sostenere la tesi che, nella storia del Medio Oriente, gli Israeliani svolgerebbero sempre la parte dei cattivi ed i Palestinesi sempre quella dei buoni e delle vittime.

Ma e' davvero cosi'? 

Per rispondere seriamente a questa domanda, temo proprio che sia necessario analizzare le Risoluzioni una per una e controllare (eh si'; la propaganda a volte obbliga a fare certe cose).

Per facilitare le verifiche, sono stati aggiunti i link al testo completo di ciascuna delle Risoluzioni, piu' altri che consentono un inquadramento storico dei fatti (che la propaganda preferisce non si conoscano), senza il quale non si puo' comprendere ne' il senso della Risoluzione ne' le sue reali motivazioni.

Le risoluzioni spesso ribadiscono decisioni gia' prese, per cui troverete frequenti ripetizioni, talvolta con piccole variazioni dettate dal contesto leggermente mutato.

Mi scuso sin d'ora per il sarcasmo in alcune mie considerazioni ma, in alcuni casi, le decisioni del Consiglio di Sicurezza, dovendo mediare tra visioni ed interessi strategici e geopolitici antitetici ed inconciliabili, risultano talmente incoerenti o parziali da rendere impossibile mantenere sempre il dovuto distacco.
Mi sono anche permesso di segnalare in colore rosso scuro le Risoluzioni con cui personalmente concordo.

  • Risoluzione n.106/1955: "Condanna dell'attacco israeliano a Gaza. Si richiama Israele a non violare piu' il cessate il fuoco con l'Egitto, al fine di favorire il ritorno della pace in Palestina" - In realta': in quei mesi gruppi di Fedayyn si infiltravano ed aprivano il fuoco o tendevano imboscate a civili israeliani residenti nelle zone di confine. L'operazione Black Arrow (appunto l'attacco dell'IDF a Gaza) era volta ad arrestare tali attacchi. Non "un'aggressione immotivata" come sostiene la propaganda, quindi, ma una risposta militare armata ad attacchi militari armati.
  • Risoluzione n.111/1956: "Condanna per il raid sulla Siria che uccise 56 persone" - I fatti: l'attacco IDF era contro la sponda est del Lago di Tiberiade, da dove truppe regolari siriane aprivano costantemente il fuoco contro imbarcazioni civili israeliane di pescatori. A seguito di quella operazione, militari siriani furono catturati e, conformemente alla suddetta Ris. ONU, Israele e Siria scambiarono i prigionieri. Il fatto che la Risoluzione dica che "l'interferenza(!) siriana" -- che violava l'armistizio tanto quanto il raid IDF -- "non giustificava la reazione e l'interruzione della tregua da parte israeliana" e' un'affermazione che lascio valutare alla vostra intelligenza (aprire ripetutamente il fuoco su dei pescatori, secondo voi, sarebbe un'interferenza?). Curioso come la Comunita' internazionale oggi non utilizzi gli stessi termini bislacchi quando la Guardia Costiera Israeliana spara sui pescatori di Gaza che cercano di recuperare le casse di armi ancorate alle boe in mare. Si vede che c'e' pescatore e pescatore.
  • Risoluzione n.127/1958: "Raccomanderebbe ad Israele di sospendere la zona demilitarizzata a Gerusalemme" - In realta', come si evince dal testo della Risoluzione, si chiede sia ad Israele che alla Giordania di rispettare le rispettive proprieta' all'interno della zona: in precedenza si erano registrati episodi di case ebraiche prese dai Giordani e viceversa, e l'ONU temeva -- non senza motivo -- che questo potesse inficiare l'armistizio.
  • Risoluzione n.162/1961: "Esorta Israele ad attenersi alle decisioni ONU." - I fatti: il 17 Marzo 1961, Israele aveva tenuto le prove generali di una parata militare da tenersi nella parte di Gerusalemme riconosciuta dall'ONU sotto il controllo israeliano. La cosa non e' piaciuta a Re Hussein di Giornania, che se ne e' lamentato preso il Consiglio ONU; da cui, il richiamo.
  • Risoluzione n.171/1962: "Si determinano flagranti violazioni all'armistizio da parte di Israele nel suo attacco alla Siria." - La Ris. ONU viene adottata a seguito dell'Operazione Swallow, in cui morirono 30 soldati giordani e 7 israeliani. La causa scatenante dell'operazione erano, ancora, i ripetuti attacchi militari da parte giordana ai civili israeliani dediti alla pesca nel Lago di Tiberiade, che non si erano mai arrestati, sin dai tempi della sopracitata Ris.111/1956. Di nuovo, la Risoluzione non precisa quale altro modo avrebbe mai avuto a disposizione Israele per fermare tali attacchi contro i suoi civili.
  • Risoluzione n.228/1966: "L'ONU censura Israele per i suoi attacchi contro il villaggio di As Samu, nella West Bank, all'epoca sotto il controllo giordano." - I fatti: a seguito di una serie di attentati di Al Fatah che provocarono la morte di un civile israeliano, Israele lancio' l'Operazione As-Samu, che coinvolse 4 aerei israeliani ed 8 dell'aviazione giordana e che causo' la morte di 18 soldati giordani e di un soldato israeliano, oltre ad ingenti danni materiali. E' curioso rilevare che le critiche piu' severe all'operazione vennero da parte israeliana, per voce dello stesso David Ben-Gurion, che dichiaro' che l'operazione aveva indebolito il prestigio di Re Hussein di Giordania, invece che dei militanti di Al Fatah responsabili degli attentati. L'ONU, ancora una volta, ribadi' ad Israele che forme di rappresaglia non potevano essere tollerate; di nuovo, senza mai precisare cos'altro avrebbe potuto fare il governo israeliano per fermare gli attentati.
  • Risoluzione n.237/1967: "Richiamo ad Israele a far rientrare i profughi del 1967" - Questa e' la Risoluzione ONU immediatamente successiva alla fine della Guerra dei Sei Giorni, conclusasi il 10 Giugno 1967. Il testo della Risoluzione non e' altro che un'esortazione delle Nazioni Unite a tutte le parti in causa ad adoperarsi per un ritorno alla normalita', che comprenda anche il rientro dei nuovi rifugiati prodotti dalla guerra, in conseguenza di un'altra Risoluzione dell'Assemblea ONU (le Ris. dell'Assemblea, diversamente da quelle del Consiglio di Sicurezza, non sono vincolanti) di vent'anni prima, la n.194/1948, in cui si raccomanda genericamente il diritto al rientro per quei profughi che vogliano vivere in pace. Naturalmente, il fatto che tutti i Paesi Arabi del Medio Oriente avessero rigettato la Ris. n.194 quando fu emanata nel 1948, perche' riguardava tutti i profughi (quindi anche i profughi ebrei dai Paesi arabi), non ha impedito loro di utilizzarla per reclamare a gran voce il rientro dei profughi palestinesi determinatisi dopo una guerra di annientamento contro lo Stato di Israele. Con cio' non si vuole certo negare il problema dei profughi palestinesi, che e' reale, importante e ad oggi ancora irrisolto; ma almeno le Nazioni Unite ne hanno subito preso atto. Non risultano invece Risoluzioni ONU che richiedano il rientro, o anche solo una compensazione, per i circa 800.000 profughi ebrei scacciati dai Paesi arabi nel corso degli ultimi 50 anni.
  • Risoluzione n.248/1968: "Condanna ad Israele per il suo attacco a Karameh, in Giordania" - I fatti: la reazione israeliana ai ripetuti attentati terroristici di Al Fatah contro obiettivi civili israeliani, tra cui uno scuola-bus saltato per aria su una mina dell'OLP, sfocio' nella battaglia di Karameh (citta' giordana dove il Mossad aveva scoperto essere il campo operativo dell'OLP), che vide impegnati l'IDF da una parte e truppe giordane e dell'OLP dall'altra. Fu una vera battaglia, con l'impiego di unita' di artiglieria pesante da entrambe le parti. L'obiettivo israeliano era quello di distruggere il campo di addestramento e sferrare un attacco mortale al terrorismo. Le cifre delle vittime variano un po' a seconda delle fonti, ma si attestano intorno alle 35 vittime israeliane, le 80 giordane e le 150-200 dei militanti di Al Fatah. Anche questa volta, non si registrano condanne ONU agli attentati dell'OLP contro civili. Un atteggiamento di relativismo morale che, di fatto, ha nel tempo legittimato Al Fatah, come molti altri gruppi nel mondo, senza che a questi fosse richiesto di abiurare il terrorismo.
  • Risoluzione n.250/1968: "Richiesta ad Israele di non tenere a Gerusalemme la parata militare commemorativa del Giorno dell'Indipendenza". Israele ignoro' la Risoluzione. Ed allora l'ONU emano' la Risoluzione successiva.
  • Risoluzione n.251/1968: "L'ONU deplora profondamente il fatto che Israele abbia comunque tenuto la parata del Giorno dell'Indipendenza a Gerusalemme" - Immagino che se la parata l'avessero tenuta a Gallarate sarebbe stato ritenuto meno "deplorevole" ma, battute a parte, l'ONU finge sistematicamente di ignorare il legame antico ed indissolubile tra il Popolo Ebraico e Gerusalemme. Protendere che gli Ebrei vivano in un'Israele senza Gerusalemme e' come chiedere ad un Saudita di rinunciare a La Mecca. Ne' piu' ne' meno.
  • Risoluzione n.252/1968: "L'ONU dichiara nulle le azioni di Israele finalizzate all'acquisizione di terre a Gerusalemme a mezzo esproprio" - Si tratta di una questione delicata e molto dibattuta (ancora oggi) anche in Israele e non pochi Israeliani sono d'accordo con il contenuto della Risoluzione. Resta il fatto che, al momento, la stragrande maggioranza delle proprieta' di Gerusalemme Est non sono state espropriate, proprio per la divergenza di opinioni sulla questione.
  • Risoluzione n.256/1968: "L'ONU condanna i raid israeliani in Giordania come un'aperta violazione dello Statuto delle Nazioni Unite" - Si tratta di una semplice riaffermazione della sopracitata Risoluzione 248/1968, con cui l'ONU ricorda ad Israele che non aveva il diritto di portare avanti "ulteriori attacchi". Erano, semplicemente, le operazioni di completamento dell'attacco a Karameh. Di nuovo, e' curioso come ad ogni colpo di fucile israeliano segua immediatamente una nuova Risoluzione ONU, mentre gli attentati mortali dell'OLP contro i civili o quelle delle incursioni dei Fedayyn in territorio israeliano in quegli anni passino regolarmente sotto silenzio.
  • Risoluzione n.259/1968: "Secondo la propaganda anti-israeliana, l'ONU deplora il rifiuto israeliano di accettare una missione ONU per sondare l'occupazione" - In realta', nel testo c'e' scritto che l'ONU deplora il ritardo con cui Israele sta definendo le condizioni per la visita della missione ONU, non il "rifiuto" (che in realta' non c'e').
  • Risoluzione n.262/1968: "L'ONU condanna Israele per l'attacco all'aeroporto civile di Beirut" - Questo e' un esempio da manuale di "due pesi due misure" da parte dell'ONU. Il giorno prima dell'attacco israeliano, un aereo civile, un Boeing 707 della compagnia di bandiera israeliana (El Al) in rotta da Tel Aviv a New York era stato assaltato con granate da due guerriglieri dell'OLP mentre faceva scalo ad Atene. A seguito delle esplosioni e delle successive raffiche di mitra esplose dai militanti dell'OLP, una hostess era rimasta gravemente ferita ed un passeggero ucciso. I militanti risulteranno affiliati alla base libanese dell'OLP. Il Libano in quegli anni era diventato il centro nevralgico del supporto al terrorismo anti-israeliano per cui, a seguito dell'attacco coordinato proprio da quel Paese, l'aviazione israeliana distrusse 13 aeroplani vuoti di proprieta' della Middle East Airline, fermi nel parcheggio dell'aeroporto di Beirut, senza fare ne' vittime ne' feriti. In sintesi, qui abbiamo due atti di guerra: uno con una vittima ed un ferito grave (entrambi civili) commesso dall'OLP e l'altro senza ne' vittime ne' feriti, compiuto da Israele in risposta al primo. L'ONU condanna solo il secondo.
  • Risoluzione n.265/1969: "Condanna ad Israele per gli attacchi aerei a Salt, in Giordania" - I fatti: si tratta, ancora, di attacchi aerei su Salt avvenuti nel corso della battaglia di Karameh. L'ONU era probabilmente venuta a conoscenza di questi eventi con un certo ritardo e, non paga di aver gia' emanato due risoluzioni nel 1968 (le sopracitate 248 e 256) per condannare le azioni svolte in quelle 12 ore di guerra, ha ritenuto opportuno condannare Israele per la terza volta con riferimento agli stessi eventi. Si noti: tre Risoluzioni contro Israele per condannare dodici ore di battaglia tra eserciti regolari; neppure una nota di biasimo informale per gli attentati omicidi dell'OLP contro civili israeliani che hanno provocato la risposta bellica.
  • Risoluzione n.267/1969: "Censura di Israele per atti amministrativi volti a modificare l'assetto di Gerusalemme" - La Risoluzione non fa riferimento esplicito ad espropri, ma e' probabile che si riferisca a questi. Si noti che, sino al 1975, non esistera' per Israele (come per molti altri Paesi) neppure una parziale legislazione internazionale in materia, e tutt'oggi la letteratura e' alquanto controversa. Secondo alcuni giuristi, previa adeguata compensazione, e' possibile per Israele espropriare immobili e terreni che si ritrovino ricompresi nel proprio territorio nazionale a seguito di azioni di autodifesa (quali la Guerra dei Sei Giorni). Tuttavia, si tratta di una materia le cui norme sono ancora tutte da scrivere, per cui il richiamo ONU qui appare sensato.
  • Risoluzione n.270/1969: "Condanna ad Israele per gli attacchi aerei contro i villaggi del Libano meridionale". - I fatti: A gennaio di quell'anno, un attacco con razzi Katiusha proveniente dal Libano meridionale contro obiettivi civili israeliani avevano causato due morti e decine di feriti. In risposta, aerei dell'IDF avevano attaccato alcuni villaggi del Libano meridionale dai quali l'intelligence militare israeliana sapeva che erano arrivati i razzi. Ancora una volta, una risposta militare ad un'azione militare, entrambe con morti. Per qualche ragione, solo la risposta israeliana viene condannata.
  • Risoluzione n.271/1969: "Condanna per il fallimento di Israele di conformarsi alle direttive ONU su Gerusalemme" - Questa e' una Risoluzione ONU alquanto surreale. Si richiama Israele a non interferire con il lavoro del Waqf, Supremo Consiglio Islamico di Gerusalemme (quando, all'indomani della presa di Gerusalemme Est nel 1967, era stato proprio Israele a porre la parte orientale della citta' sotto il controllo del Waqf) ed a non interferire con i lavori di risanamento e ristrutturazione dei luoghi sacri di tutte le religioni (alla cui tutela in realta' Israele ha contribuito molto piu' che, successivamente, la stessa Autorita' Palestinese) ne' a permetterne la profanazione. Quest'ultimo punto riguarda il pattugliamento militare della Spianata delle Moschee (dove sorge anche la Moschea di Al Aqsa), senza che nemmeno una volta l'Esercito Israeliano si fosse mai reso protagonista di atti dissacratori. Sostanzialmente, l'ONU "presagisce" un rischio e richiama subito Israele a non procedere.Una sorta di presunzione di reato.
  • Risoluzione n.279/1970: "L'ONU richiede il ritiro immediato delle forze israeliane dal Libano meridionale" - I fatti: nel maggio del 1970, uno scuolabus israeliano che transitava nei pressi del confine con il Libano rimase vittima di un'imboscata dei militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che spararono colpi di bazooka contro il mezzo, uccidendo 11 persone (9 dei quali bambini) e ferendone altre venticinque. Tra i feriti, c'erano anche 19 bambini rimasero paralizzati a vita. Israele rispose bombardando alcuni villaggi del Libano meridionale che facevano da base per i guerriglieri, causando la morte di venti persone e ferendone quaranta, e dando anche il via a regolari pattugliamenti nel Libano meridionale, al fine di evitare il ripetersi di episodi simili.
  • Risoluzione n.280/1970: "L'ONU condanna gli attacchi israeliani contro il Libano" - Una delle Risoluzioni piu' imbarazzanti nella storia dell'ONU. I fatti: le Nazioni Unite, ricevuta la notizia sul numero delle vittime e l'entita' dei danni seguiti all'attacco di rappresaglia israeliano citato nel punto precedente (20 morti e 40 feriti), condannano Israele ammonendolo che "tali attacchi non potranno piu' essere tollerati". Non una parola sul Libano o sui Palestinesi. L'ONU non precisa se l'omicidio da parte palestinese di 11 civili israeliani, di cui nove bambini, piu' altri 19 bambini condannati a vivere su una sedia a rotelle, rappresenti invece un atto che in futuro potra' essere tollerato; ne' in che modo quei bambini rappresentassero una minaccia per la causa palestinese e, quindi, meritassero il loro penoso destino.
  • Risoluzione n.285/1970: "L'ONU richiede il ritiro immediato delle forze israeliane dal Libano meridionale" - I Fatti: Israele, a seguito del tragico attentato allo scuolabus, dispone regolari pattugliamenti del Libano meridionale per prevenire episodi simili e l'ONU lo richiama a ritirarsi, senza precisare in alcun modo in che modo Israele avrebbe il diritto di proteggere i propri bambini che vanno o tornano da scuola. Forse, l'ONU ritiene che Israele non abbia il diritto di difendere i propri civili.
  • Risoluzione n.298/1971: "Deplora il cambiamento da parte israeliana dello status di Gerusalemme" - Un'altra Risoluzione sulle azioni di esproprio di immobili e suoli lasciati dai profughi palestinesi. Vista la disciplina controversa, un richiamo giusto.
  • Risoluzione n.313/1972: "L'ONU chiede ad Israele di fermare immediatamente gli attacchi contro il Libano" - I fatti: nel corso dei pattugliamenti nel sud del Libano, le truppe dell'IDF entrano in contatto con gruppi armati di guerriglieri palestinesi e ne nascono spessi conflitti a fuoco. Per le Nazioni Unite, Israele non aveva il diritto di sconfinare in Libano (ma, a quanto pare, i Libanesi avevano il diritto di sconfinare e portare attacchi in Israele), da cui la condanna, per atti contrari alla pace.
  • Risoluzione n.316/1972: "L'ONU condanna Israele per i reiterati attacchi contro il Libano" - I fatti: il 30 maggio, tre membri dell'Armata Rossa Giapponese che operavano per conto del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), si introdussero nella sala d'attesa dell'aeroporto internazionale di Tel Aviv ed aprirono il fuoco, uccidendo 24 persone e ferendone 70. I tre terroristi giapponesi erano stati addestrati a Baalbek, in Libano, ed il piano era stato elaborato da uno dei leader del FPLP, Abu Hani. Israele rispose con attacchi mirati sui villaggi libanesi in cui i guerriglieri avevano installato le loro basi operative. Nel corso di quegli attacchi, Israele catturo' diversi prigionieri appartenenti alle forze militari libanesi e siriane.
  • Risoluzione n.317/1972: "L'ONU deplora il rifiuto di Israele di rilasciare i prigionieri militari libanesi e siriani catturati in Libano" - In realta', si trattava solo di cinque ufficiali siriani, che furono scambiati poco dopo con tre piloti israeliani.
  • Risoluzione n.332/1973: "L'ONU condanna Israele per i reiterati attacchi contro il Libano" - Ancora una volta, l'ONU finge di credere che il Libano sia un paese in pace che Israele colpisce senza un motivo apparente e che non sia invece, il centro di coordinamento mondiale per il terrorismo anti-israeliano.
  • Risoluzione n.337/1973: "Condanna ad Israele per aver violato la sovranita' territoriale del Libano" - La Risoluzione condanna il dirottamento da parte israeliana di un aereo civile libanese utilizzato dall'Iraqi Airways, perche' cio' "avrebbe potuto mettere a repentaglio la vita di innocenti". A cui pero' non fu fatto alcun male. E' davvero incredibile che invece nella Risoluzione non venga fatta alcuna menzione del volo 114 delle Lybian Arab Airlines, che invece fu abbattuto da Israele nei cieli del Sinai a seguito di un grave fraintendimento in quello stesso anno, ed in cui morirono oltre cento persone innocenti. Un comportamento meritevole di una grave sanzione internazionale viene scalzato da un dirottamento (in realta' un "volo sotto scorta") senza conseguenze; e questo nonostante la ferma condanna americana dell'accaduto. Israele, comunque, ammise il gravissimo errore e pago' una compensazione a tutte le vittime del volo 114.
  • Risoluzione n.347/1974: "Condanna ad Israele per aver violato la sovranita' territoriale del Libano" - Ancora sui pattugliamenti israeliani nel sud del Libano, atti a prevenire attentati come quelli sopra descritti. Probabilmente l'ONU accetta il ruolo di disco rotto sulle vicende del Libano perche' non puo' sanzionare le organizzazioni terroristiche che operano in territorio libanese, in quanto non ufficialmente costituite come organismi nazionali. Appare tuttavia curioso che in nessuna delle Risoluzioni ONU si prenda atto del fatto che anche i civili israeliani vivono una situazione drammatica e che il governo di Israele qualcosa al riguardo deve pur fare.
  • Risoluzione n.425/1978: "L'ONU chiede ad Israele di ritirare immediatamente le proprie truppe dal Libano" - I fatti: l'11 Marzo 1978, un commando di 11 guerriglieri di Al Fatah addestrati in Libano e provenienti dal sud del Libano dirottarono un autobus israeliano in servizio su una strada litorale dalle parti di Tel Aviv. I militanti dell'OLP uccisero 38 civili israeliani, tra cui anche 13 bambini, e ferirono altri 70 civili, in un'azione che e' oggi nota come il massacro della strada costiera. L'atto aveva come obiettivo quello di minare i colloqui di pace allora in corso tra il Primo ministro israeliano Begin e il Presidente egiziano Sadat. Lo stesso Sadat defini' l'attacco un'azione irresponsabile. Tre giorni dopo, Begin lancio' l'Operazione Litani nel sud del Libano: oltre 1.500 persone, per lo piu' militanti palestinesi, ma anche libanesi, persero la vita e i guerriglieri dell'OLP rimasti furono costretti a spostare loro basi piu' a nord. A seguito di questo e del successivo richiamo dell'ONU, gli Israeliani si ritirarono quasi completamente dal Libano, lasciando il posto a forze di interdizione dell'UNIFIL (la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite).
  • Risoluzione n.427/1978: "Richiama Israele a completare il proprio ritiro dal Libano" - I fatti; le Nazioni Unite decidono di aumentare il contingente UNIFIL nel Libano, anche perche' le forze di interdizione esistenti erano state attaccate da uomini del neo costituito Esercito del Libano Meridionale (truppe libanesi scissioniste). Di conseguenza, per favorire un'improbabile distensione, dopo aver preso nota del ritiro dell'IDF, l'ONU chiede ad Israele di completarlo senza ritardi. Inoltre, deplora gli attacchi (libanesi) contro l'UNIFIL, richiedendo "a tutte le parti coinvolte" il rispetto delle Risoluzioni. Si noti come l'ONU, quando non si rivolge ad Israele usi sempre termini generici come "le parti coinvolte" e non menzioni mai, ma proprio mai, i miliziani palestinesi. Cio' ha permesso loro di ignorare a lungo le richieste ONU di cessate il fuoco, proprio perche' "la Risoluzione non menzionava l'OLP".
  • Risoluzione n.444/1978: "L'ONU deplora la mancanza di collaborazione da parte israeliana con le forze di interdizione" - I fatti: la situazione in Libano e' sempre piu' confusa. Il Paese ha cominciato a sgretolarsi, a partire dall'esercito, che non ha piu' un vertice unitario, e all'orizzonte si preannuncia l'inizio di una lunga e durissima guerra civile. In questo clima di confusione, nemmeno l'OLP riesce a tenere tutte le proprie componenti insieme e, sebbene Yasser Arafat cerchi di rispettare il cessate il fuoco, gruppi armati palestinesi e libanesi si scontrano periodicamente con l'esercito israeliano. Immancabilmente, l'ONU accusa Israele del fatto che questi scontri non aiutano il pieno insediamento delle Forze di interdizione UNIFIL; come se Israele combattesse... da solo.
  • Risoluzione n.446/1979: "L'ONU determina che gli insediamenti israeliani sono un serio ostacolo alla pace e richiama Israele al rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra" - Probabilmente uno degli atti peggio scritti nella storia mondiale della diplomazia. I fatti: Israele, a seguito della guerra di difesa del 1967 nota come "Guerra dei Sei Giorni", viene etichettato dall'ONU come "forza occupante", in quanto avrebbe conquistato "territori palestinesi ed altri territori arabi, inclusa Gerusalemme". Si noti che nella Risoluzione si evita accuratamente di fare riferimento al fatto che Israele avesse conquistato dalla Giordania la West Bank e Gerusalemme (la parte Est; quella Ovest era gia' israeliana dal 1949), e dall'Egitto la Striscia di Gaza (gli "altri territori arabi"). Questo perche' un tale riferimento -- pur ineccepibile sul piano storico -- taglierebbe fuori la Palestina e l'OLP da qualsiasi accusa di occupazione del proprio territorio rivolta ad Israele. Curiosamente pero', la Risoluzione comincia proprio con la presa d'atto del parere del Rappresentante Permanente di Giordania: il che non avrebbe senso se davvero si trattasse di una contesa tra Israeliani e Palestinesi.  Inoltre -- fermo restando il punto che la normativa internazionale sugli espropri e' controversa -- la Risoluzione definisce gli insediamenti israeliani "illegali sulla base del diritto internazionale", guardandosi bene dall'indicare quali fonti del diritto internazionale considererebbero illegali insediamenti in territori conquistati in tempo di guerra (peraltro, per effetto di un'azione di legittima difesa). Infine, il roboante riferimento alla Convenzione di Ginevra e' citato in modo forzato, in conseguenza del fatto che il cambiamento dello stato giuridico dei territori conquistati potrebbe costituire un pericolo per i suoi abitanti e, di conseguenza, determinare una violazione dell'Atto di Protezione dei Civili in Tempo di Guerra, ricompreso nella Convenzione di Ginevra. Giudicate voi. Con questa Risoluzione le Nazioni Unite -- probabilmente sotto le pressioni dei Paesi produttori di petrolio -- danno inizio ad una lunga serie di atti pro-Palestinesi, nei quali qualsiasi riferimento alla precedente sovranita' dei territori conquistati da Israele viene offuscato e nascosto con mezze frasi e formule vuote, al fine di trasferire "implicitamente" la proprieta' della West Bank e di Gerusulemme Est prima, e quella di Gaza poi, da Giordania ed Egitto ai Palestinesi; il tutto senza nemmeno riconoscere la Palestina come entita' nazionale ed i Palestinesi come popolo sovrano: un autentico nonsense del diritto internazionale.
  • Risoluzione n.450/1979:  "L'ONU chiede ad Israele di smettere di compiere incursioni in Libano" - I fatti: il 22 Aprile 1979, un commando di guerriglieri OLP provenienti da Tiro, citta' del Libano meridionale, entra in Israele via mare e, raggiunta la cittadina di Nahariya, compie  un'azione in cui moriranno quattro israeliani, tra cui un civile colpito alla schiena da una pallottola e poi tenuto con la testa sott'acqua per assicurarsi che fosse morto (il tutto davanti a sua figlia piccola), sua figlia di quattro anni, uccisa con la testa fracassata dal calcio del fucile di un miliziano, ed un'altra bambina di due anni. In realta', l'ONU ribadisce "a tutte le parti in causa" di non attaccare le forze UNIFIL e causare danni civili a cose ed a persone, in occasione della risposta militare israeliana contro basi operative OLP in Libano. Ancora una volta l'ONU, che esprime viva preoccupazione per le condizioni dei civili libanesi, non dice una sola parola sulle condizioni certo non facili dei civili israeliani.
  • Risoluzione n.452/1979: "Richiesta ad Israele di non proseguire con la costruzione di insediamenti nei territori occupati" - L'ONU ribadisce quanto gia' sostenuto nella Ris. 446/1979 con un altro documento caratterizzato dalla presenza di concetti poco chiari: nel testo si parla di territori requisiti ("seized")... ma requisiti a chi? Non certo ai Palestinesi, a cui quei territori non sono mai stati assegnati. Si parla genericamente di "territori arabi occupati", in modo da non dover mai specificarne la precedente sovranita', che porrebbe i Palestinesi fuori gioco, obbligando l'ONU a dichiarare chiaramente che i territori conquistati da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni andavano d'ora in avanti considerati (e per la prima volta nella storia) sotto la sovranita' del nuovo Stato di Palestina che... non esisteva ancora.
  • Risoluzione n.465/1980: "L'ONU deplora gli insediamenti israeliani e chiede a tutti gli Stati Membri di non supportare il programma di insediamenti israeliani" - Fermo restando il punto sulla disciplina degli espropri carente e controversa, l'ONU "deplora" il comportamento israeliano -- di nuovo -- sulla base del presunto legame tra l'Atto di Protezione dei Civili in Tempo di Guerra della Convenzione di Ginevra e la realizzazione degli insediamenti colonici nei territori conquistati; ma, almeno questa volta, richiama "tutte le parti in causa" (vivaddio) alla necessita' di giungere ad una equa spartizione e ad un'imparziale tutela delle risorse naturali presenti sul territorio, in primo luogo acqua, terra ed infrastrutture. L'appello a tutti gli Stati Membri cadra' completamente nel vuoto ma stavolta, non trattandosi di Israele, le Nazioni Unite non "deploreranno" nessuno per l'inadempienza.
  • Risoluzione n.467/1980: "L'ONU deplora l'intervento militare israeliano in Libano" - In realta', la Risoluzione richiama tutti, non solo Israele, ed inclusa la stessa UNIFIL, a rispettare l'armistizio, a non intervenire militarmente e ad usare le armi solo per autodifesa. L'ONU ricorda, inoltre, "a tutte le parti in causa" di non supportare gruppi militari "di fatto", cosa che tutti (compreso lo stesso Yasser Arafat) hanno piu' volte cercato di controllare, ma senza troppo successo. Le azioni militari israeliane condannate dall'ONU erano state commesse in risposta ad un attacco di un commando di miliziani palestinesi del Fronte Arabo di Liberazione che, introdottosi nell'asilo del kibbutz di Misgav Am, al confine con il Libano, aveva ucciso la direttrice ed un bambino piccolo e preso in ostaggio tutti gli altri bambini dell'asilo, chiedendo in cambio il rilascio di 50 prigionieri politici. Nell'azione di liberazione degli ostaggi, tutti i miliziani ed un soldato israeliano restarono uccisi, mentre 4 bambini ed 11 soldati israeliani rimasero feriti.
  • Risoluzione n.468/1980: "L'ONU chiede ad Israele di revocare le espulsioni illegali di due sindaci palestinesi e di un giudice della sha'aria e di adoperarsi per agevolarne il rientro e il reintegro nelle proprie funzioni". - I fatti: nel Maggio 1980, Israele aveva disposto l'espulsione dei due sindaci (uno dei quali era anche un alto dirigente dell'OLP) e del giudice islamico perche' ritenuti colpevoli di incitare all'attacco armato contro Israele, capeggiando disordini a seguito dei quali sei ragazzi Ebrei erano stati linciati vivi. Si tratta di un chiaro atto anti-democratico, che la Corte Suprema di Israele giudico' compatibile con l'ordinamento giuridico israeliano solo come misura eccezionale, chiedendo pero' al governo di "rivederne l'opportunita'". Uno degli espulsi, il sindaco di Hebron Fahd Al Kawasmeh, fu assassinato in Giordania quattro anni dopo nel corso di una faida tra l'OLP e altre fazioni miliziane palestinesi, mentre l'altro, Muhammad Milhelm, pote' rientrare solo a meta' degli anni '90.
  • Risoluzione n.469/1980: "L'ONU deplora con forza il fallimento di Israele di rispettare la decisione del consiglio di non espellere i Palestinesi" - La Risoluzione ONU utilizza il termine improprio "deportare", come se i Palestinesi fossero stati condotti in un campo di prigionia, invece che -- come era avvenuto in realta' -- semplicemente accompagnati al confine ed espulsi da Israele. Di conseguenza, anche il richiamo al capitolo della Convenzione di Ginevra contro le deportazioni appare inappropriato. Cio' premesso, quella dell'espulsione dei sindaci rappresenta indubbiamente un capitolo imbarazzante per Israele; e ancora di piu' per la sua Corte Suprema.
  • Risoluzione n.471/1980: "L'ONU esprime viva preoccupazione per il fallimento di Israele di attenersi alla Convenzione di Ginevra" - Di nuovo l'ONU torna sul fatto che il tentativo di Israele di collocare parte della propria popolazione o i nuovi immigrati nei territori conquistati (ma la Ris. usa il termine "occupati") con la Guerra dei Sei Giorni rappresenterebbe una violazione dell'Atto di Protezione dei Civili in Tempo di Guerra contenuto nella Convenzione di Ginevra. Gli sforzi dell'ONU sono interamente profusi a fornire una base giuridica alle pretese di una popolazione, quella palestinese, a cui le stesse Nazioni Unite non hanno ancora riconosciuto ne' entita' nazionale ne' status di popolo. Un'evidente forzatura, posto che gia' all'art.4  l'Atto dice testualmente che "i cittadini di uno Stato, che non sia vincolato dalla Convenzione, non sono protetti dalla stessa". Se l'ONU avesse considerato i Palestinesi cittadini giordani, probabilmente l'Atto sarebbe stato applicabile (anche se comunque si sarebbe dovuto spiegare in quali casi e perche' l'immigrazione dei coloni lo violerebbe); ma questo avrebbe messo fuori gioco la causa palestinese, per cui nel testo della Risoluzione si rimane in un "limbo giuridico" che non e' ne' carne ne' pesce. La stessa Risoluzione condanna il tentato omicidio di sindaci palestinesi, senza pero' attribuirne esplicitamente la responsabilita' ad Israele, ed esprime sconcerto per il fatto che... agli immigrati israeliani venga consentito di portare con se' armi. Come se il diritto dei coloni a proteggere se stessi e le loro famiglie non fosse legittimo tanto quanto quello dei Palestinesi.
  • Risoluzione n.476/1980: "L'ONU ribadisce che le pretese israeliane su Gerusalemme sono nulle e prive di validita' " - Questa e' una curiosa Risoluzione. Si afferma che Israele deve "porre fine alla lunga occupazione dei territori" (senza mai fare menzione che sono stati conquistati in una guerra di autodifesa voluta dagli Arabi, quindi non in un'invasione israeliana  dei confini altrui; semmai il contrario), ma si guarda bene dal precisare di chi siano effettivamente i territori che Israele occuperebbe. A rigor di logica, di Giordania ed Egitto, ovvero i Paesi a cui Israele ha conquistato i territori delle West Bank e della Striscia di Gaza nel corso della Guerra dei Sei Giorni. Ma questo, ovviamente, la Ris. non puo' dirlo, perche' cosi' taglierebbe fuori i Palestinesi. Per cui, ci si limita a ribadire la richiesta di ritiro israeliano, senza precisare che cosa succederebbe dopo ne' quale sovranita' acquisirebbero quelle terre.
  • Risoluzione n.478/1980: "L'ONU censura Israele nei termini piu' severi per aver decretato nella Legge Fondamentale del 1980 Gerusalemme come propria capitale" - I fatti: proprio in virtu' dell'oggettiva complessita' ed imprevedibilita' degli scenari politici del Medio Oriente, sin dalla sua fondazione, Israele ha scelto di approvare le norme di rango costituzionale poco per volta, all'interno delle cosiddette "Leggi Fondamentali". Solo nel 1980, quindi, fu approvata dalla Knesset (il parlamento israeliano) una Legge Fondamentale che stabiliva che la capitale dello Stato degli Ebrei e' - pensate un po' - Gerusalemme, di cui Israele aveva conquistato la parte Ovest gia' nel 1949, a seguito della prima Guerra Arabo-Israeliana (anche questa di difesa), mentre la parte Est solo nel 1967, con la Guerra dei Sei Giorni. Nella Risoluzione, l'ONU esprime sconcerto per la notizia, come se la Knesset avesse decretato capitale israeliana Canosa di Puglia. Ancora una volta, le Nazioni Unite pretendono assurdamente di ignorare, invece di prenderne atto, il legame indissolubile tra il Popolo Ebraico e Gerusalemme.
  • Risoluzione n.484/1980: "L'ONU considera imperativo il fatto che Israele consenta il rientro dei due sindaci palestinesi deportati" - Non si puo' che concordare con la richiesta dell'ONU, anche se il termine "deportati" per due persone niente affatto rinchiuse in un campo di prigionia, ma semplicemente accompagnate alla frontiera ed espulse dal Paese, appare - francamente - del tutto infondato. C'e' una parola per indicare il loro stato, ed e' "esiliate". Non si capisce perche' non usare il termine corretto. Cio' premesso, un richiamo condivisibile.
  • Risoluzione n.487/1981: "L'ONU condanna fortemente Israele per i suoi attacchi all'impianto nucleare iracheno" - I fatti: l'Iraq, un Paese con rapporti diplomatici molto tesi con Israele e che galleggia letteralmente sul petrolio, dice di volersi dotare -- chissa' come mai -- di centrali elettriche nucleari e comincia a costruire reattori. Il Mossad scopre che, in realta', il programma nucleare civile iracheno e' soltanto una copertura per un programma nucleare militare segreto, finalizzato all'arricchimento dell'uranio necessario per la costruzione di testate atomiche. L'Iraq possiede missili balistici che possono montare testate nucleari e con cui puo' agevolmente colpire qualsiasi punto di Israele. L'Iraq e' governato da Saddam Hussein, ovvero non esattamente un sostenitore di Amnesty International. Israele possiede la potenza militare per colpire la struttura nucleare irachena e rallentare di diversi anni lo sviluppo del programma nucleare militare di Saddam. Le opzioni sono, fondamentalmente, due: inviare subito l'aviazione IDF a distruggere il reattore oppure prender tempo e rischiare che Saddam sviluppi l'atomica e la usi per minacciare e/o colpire Israele. Ora, lasciate stare per un momento il fatto che la parte minacciata e' Israele; diciamo che si tratta dell'Italia minacciata dalla Libia di Gheddafi. Voi cosa fareste? Si noti pure che, vent'anni dopo, le Nazioni Unite non hanno avuto da ridire, quando l'Occidente ha attaccato l'Iraq per via di un "presunto" arsenale chimico e batteriologico, in realta' mai rinvenuto. Quella dell'arsenale nucleare iracheno, invece, era una minaccia reale contro Israele, proprio come lo e' oggi il programma nucleare iraniano o, per il Giappone, quello nordcoreano.
  • Risoluzione n.497/1981: "L'ONU stabilisce che l'atto di annessione delle Alture del Golan da parte di Israele e' nullo e privo di valore e domanda l'immediata rescissione di ogni decisione presa al riguardo da Israele" - I fatti: il 14 Dicembre 1981, la Knesset (il parlamento israeliano) approva la Legge sulle Alture del Golan, ovvero una sostanziale annessione ad Israele di quei territori un tempo siriani, ma dal 1973 incorporati in un'area demilitarizzata sotto la supervisione ONU, dopo che Israele li aveva strappati alla Siria durante la Guerra dello Yom Kippur, appunto nel 1973. La legge avrebbe dovuto essere approvata in concomitanza con il ritiro israeliano dalla Penisola del Sinai, a Sud, che invece avvenne solo sei mesi dopo: cio' causo' forti polemiche tra il Likud (partito di Destra al potere) e la Sinistra israeliana all'opposizione. Pochi giorni dopo, con questa Risoluzione, le Nazioni Unite dichiararono nullo e non valido l'atto di annessione. Israele sostenne che l'annessione fosse valida in conseguenza di quanto contenuto della Risoluzione ONU 242/1967, che sancisce il diritto per uno Stato ad avere confini sicuri e riconosciuti, scevri da minacce o atti di forza ("safe and recognised boundaries free from threats or acts of force"). Lasciando a Damasco il controllo delle Alture del Golan, disse il Primo ministro israeliano Begin, la Siria avrebbe potuto agevolmente colpire Gerusalemme, Tel Aviv ed altri obiettivi strategici con la propria artiglieria pesante. I confini dello Stato ebraico non erano quindi tali da garantire la sicurezza per la popolazione civile. Si noti che Israele aveva conquistato le Alture del Golan a seguito della risposta ad un attacco a sorpresa siriano, quindi in un atto di autodifesa, non di aggressione, e che il fine di Begin era appunto quello di evitare il ripetersi di tali condizioni. Inoltre, pur trattandosi di una sostanziale annessione, il testo della legge parla di "territorio sottoposto alle leggi di Israele", non di territorio annesso come parte integrante dello Stato di Israele. Capzioso senz'altro, roba da Azzeccagarbugli (o da Risoluzione ONU, fate voi), ma non e' un caso: sta li' a testimoniare il fatto che Israele non considera le Alture del Golan "proprie", ma che necessita di averne il controllo per evitare problemi peggiori. In futuro, magari con un governo piu' democratico in Siria, Israele potra' finalmente stipulare un trattato di pace con i Siriani e, a quel punto, restituire le Alture. Su questo, molte opzioni sono gia' all'esame congiunto da parte di Israele e Siria.
  • Risoluzione n.498/1981: "L'ONU chiede ad Israele di ritirarsi dal Sud del Libano" - Sostanzialmente, una fotocopia della Risoluzione 444/1978 (vedi piu' in alto). Israele, in conseguenza del costante supporto libanese all'OLP -- che quell'anno, oltre ad uccidere sei civili israeliani con colpi di mortaio, aveva anche commesso attentati all'ambasciata israeliana a Vienna e ad una sinagoga viennese, uccidendo due persone e ferendone 30 -- non aveva cessato le proprie incursioni nel Sud del Libano, scontrandosi con i militanti dell'OLP ed insieme a questi rendendo difficile per l'UNIFIL assumere il controllo del territorio.
  • Risoluzione n.501/1982: "L'ONU chiede ad Israele di interrompere i propri attacchi in Libano e di ritirare le proprie truppe" - Curioso come, in piena guerra civile libanese, la sola preoccupazione, quasi l'unico elemento perturbante della pace che le Nazioni Unite sembrano vedere in Libano e' sempre e soltanto Israele. Con questo non si vole negare che la presenza di truppe israeliane in Libano non rappresentasse un problema per la pace, ne' che i ripetuti attacchi via terra ed aerei dell'IDF non costituissero un ostacolo ad una tregua, ma l'ONU non sembra prendere atto della presenza di truppe siriane in Libano, di ingenti truppe di miliziani Hezbollah provenienti da tutto il Medio Oriente, dalla scissione dell'esercito libanese in fazioni cristiane e fazioni musulmane in guerra tra di loro... No. A leggere le Risoluzioni dell'ONU, l'ostacolo alla pace sarebbe solo Israele, ovvero proprio il Paese che da una stabilizzazione del Medio Oriente avrebbe avuto ed avrebbe ancora oggi piu' da guadagnare.
  • Risoluzione n.509/1982: "Richiede ad Israele di ritirare incondizionatamente e definitivamente le proprie forze militari al di fuori dei confini internazionalmente riconosciuti del Libano" - I fatti: e' appena scoppiata la guerra del Libano. Nel giugno del 1982,  due milioni di israeliani vivevano sotto la minaccia dell'incessante pioggia di razzi Katyusha, inclusi circa 700mila Arabi Israeliani. Oltre 300mila Israeliani furono evacuati dalle loro case ed il 15% dell'intera popolazione viveva in rifugi anti-bomba. Il governo di Israele, stufo di restare inevitabilmente inascoltato dalla comunita' internazionale, incapace di farsi aiutare dal governo libanese (che aveva da tempo ormai perso il controllo del Paese, a causa della violenta guerra civile in corso), decide di affrontare il problema degli attentati dell'OLP contro i civili israeliani (oltre 270 in tutto il mondo) e dei razzi nell'unico modo ritenuto possibile: pochi giorni dopo che l'ambasciatore israeliano a Londra era sfuggito per un soffio ad un agguato mortale tesogli dal gruppo palestinese di Abu Nidal, Israele lancia la controffensiva, denominata Operazione "Pace per la Galilea" ed invade in forze il Sud del Libano, da dove tali attacchi venivano organizzati e preparati. Nel corso dei primi scontri, l'aviazione israeliana distrugge tutte le batterie di razzi siriani SAM installate nelle valli libanesi vicine ad Israele e, per farlo, deve anche abbattere 25 MIG siriani. La guerra, che durera' tre anni, causera' tra le cinque e le ottomila vittime civili, oltre ai circa diecimila soldati delle varie varie fazioni militari in lotta (Siria, OLP ed altri gruppi militari palestinesi ed Israele). Le Nazioni Unite, del tutto insensibili alle esigenze di sicurezza e di pace dei civili israeliani (neppure di quelle dei componenti del Corpo diplomatico), si limitano a chiedere il ritiro immediato di Israele e a formulare un invito a "tutte le parti in causa" a cessare il fuoco.
  • Risoluzione n.515/1982: "L'ONU chiede ad Israele di sollevare Beirut dall'assedio per consentire ai rifornimenti di cibo di entrare in citta'" - Questa e' una gran brutta storia, tanto per Israele quanto per la Comunita' internazionale. E' una riprova dei risultati che si ottengono quando per troppo a lungo vengono ignorate le istanze di una parte, che deve quindi ricorre a misure inaccettabili, troppo dure. I fatti: i miliziani palestinesi si erano nascosti a Beirut, tra le abitazioni civili, nel tentativo ti attirare le truppe israeliane in una lunga e sanguinosa guerriglia urbana. Israele non era disposto ad accettare il rischio, per cui aveva messo Beirut sotto assedio, tagliando tutte le vie di approvvigionamento alla citta'. L'obiettivo era di spingere la popolazione di Beirut (civili e guerriglieri) a consegnarsi alle forze IDF ma, come spesso accade in guerra, le cose si rivelarono molto piu' complicate del previsto. Vi furono, tra l'altro, insubordinazioni tra le truppe israeliane: una brigata corazzata si rifiuto' di sigillare la citta'. Le Nazioni Unite poi, chiesero all'IDF di lasciar passare viveri e la Croce Rossa, il che -- pur alleviando la situazione dei civili -- avrebbe avuto come conseguenza anche quella di allungare i tempi dell'assedio e vanificato gli sforzi militari israeliani di stanare i guerriglieri palestinesi. Tuttavia, venti giorni dopo Israele sollevera' l'assedio da Beirut, sulla base di una "promessa" fatta dall'OLP all'ONU di lasciare la citta'. Le truppe di interdizione ONU (tra cui i nostri Bersaglieri) entreranno in citta' a supervisionare l'uscita dei miliziani OLP, e circa mille di loro otterranno di espatriare illesi verso altri Paesi arabi, in primis la Tunisia. Pur comprendendo pienamente le istanze ONU, la ragione stessa della invasione libanese era quella di colpire l'OLP al cuore per fermare, una volta per tutte, gli attentati contro i civili israeliani; per cui non e' corretto imputare la responsabilita' della situazione unicamente al governo di Gerusalemme, quando il diritto alla sicurezza della popolazione civile israeliana era stato, sino a quel momento, sistematicamente ignorato da tutti, Libano ed ONU per primi. E' chiaro che chiedere a due milioni di israeliani di continuare a vivere sotto gli attacchi dei razzi Katyusha giorno e notte senza mai reagire avrebbe reso parecchio piu' semplice il compito dell'ONU in Medio Oriente, ma la cosa era evidentemente inaccettabile dal punto di vista israeliano.
  • Risoluzione n.517/1982: "L'ONU censura Israele per non aver obbedito alle Risoluzioni precedenti e chiede che Israele si ritiri dal Libano" - I fatti: si tenga presente che alla data di questa Risoluzione (e della successiva) l'assedio e' in fase di allentamento, ma non e' stato del tutto rimosso, perche' le truppe ONU ancora non sono giunte a Beirut. Cio' premesso, l'ONU "prende nota" della decisione palestinese di far uscire le proprie truppe da Beirut e chiede ad Israele (che aveva sollevato l'assedio) di lasciare il Libano. E' piu' che evidente che l'ONU non ha affatto una "exit strategy" da proporre alle parti in guerra: vuole solo ripristinare lo status quo precedente all'invasione israeliana, il che e' esattamente quello che il governo di Gerusalemme non vuole. Israele era entrato in guerra proprio allo scopo di cambiare per sempre uno stato di cose ritenuto inaccettabile dal punto di vista della sicurezza dei propri civili, e non ha altra scelta che disobbedire, ancora una volta, all'ONU e dare la caccia ai militanti dell'OLP, ovunque essi siano.
  • Risoluzione n.518/1982: "Le Nazioni Unite chiedono ad Israele di cooperare con le forze ONU in Libano" - I fatti: cominciano a giungere i primi contingenti ONU, che entrano nella Beirut devastata dalla guerra. L'ONU chiede "a tutte le parti" di cessare il fuoco e ad Israele di cooperare con le Forze di Interdizione, al fine di portare soccorso alle popolazioni civili colpite dal conflitto. Putroppo, come spesso accade, ne' l'OLP ne' Israele smetteranno di combattere.
  • Risoluzione n.520/1982: "L'ONU condanna l'attacco di Israele a West Beirut" - I fatti: ormai le Truppe di Interdizione ONU occupano alcune aree di Beirut, ma il conflitto continua in altri quartieri della citta'. A Beirut Ovest, le truppe dell'OLP incalzate dagli Israeliani si rifugiano in un campo profughi palestinese, mescolandosi armi in pugno alla popolazione civile che, volente o nolente, deve accettare la cosa. Israele decide di attaccare e le Nazioni Unite condannano giustamente l'accaduto, ma senza minimamente menzionare il gesto altrettanto inaccettabile dell'OLP di farsi scudo con i propri civili. A seguito delle critiche al comportamento palestinese provenienti dallo stesso mondo arabo, Arafat si giustifichera' pateticamente, dicendo di "non aver avuto altra scelta"... Come se fosse compito dei civili difendere i militari e non il contrario.
  • Risoluzione n.573/1985: "L'ONU condanna vigorosamente Israele per aver bombardato il quartier generale tunisino dell'OLP" - I fatti: nell'aprile 1985, un attentato palestinese aveva causato la morte di due soldati israeliani ad un posto di blocco, mentre nel settembre di quello stesso anno, il giorno dello Yom Kippur, un commando palestinese aveva preso il controllo di un'imbarcazione civile nelle acque di Cipro ed ucciso i tre israeliani a bordo a sangue freddo, dopo aver fatto scrivere loro un messaggio di addio. L'azione era stata rivendicata da "Forza 17", un gruppo d'assalto d'élite dell'OLP, che aveva le proprie basi a Tunisi. Da quando l'OLP aveva lasciato il Libano e aveva trasferito il proprio quartier generale in Tunisia, si sentiva al sicuro ed in grado di colpire Israele senza temere ritorsioni. Israele, pertanto, decise di autorizzare l'Operazione "Gamba Di Legno", un'azione che poneva non pochi problemi e rischi, vista la grande distanza. L'operazione consisteva in un bombardamento mirato alle strutture OLP, evitando al massimo il rischio di coinvolgere civili. L'azione causo' la morte di 60-75 (le fonti differiscono un po') appartenenti ai ranghi dell'OLP. Non ci furono vittime tra i civili tunisini, ma l'azione porto' al peggioramento dei rapporti diplomatici sia tra Tunisia ed Israele che tra Tunisia ed OLP, ritenuto responsabile dal mondo politico e dall'opinione pubblica tunisini di aver "portato la guerra" nel Paese (la ritorsione israeliana era stata ipotizzata da tempo da diversi giornali della stampa araba). Curioso anche l'atteggiamento del presidente USA Ronald Reagan che, allarmato dalla possibilita' di un peggioramento dei rapporti con la Tunisia, dopo aver inizialmente considerate "legittime" le azioni ritorsive israeliane contro il terrorismo, condanno' l'attacco israeliano -- nonostante fosse cosi' chirurgicamente riuscito -- definendolo "assolutamente inaccettabile". Chissa' che cosa avrebbe detto di quello portato dal suo successore Bush vent'anni dopo contro l'Iraq di Saddam Hussein.
  • Risoluzione n.587/1986: "L'ONU prende nota dei precedenti richiami rivolti ad Israele affinche' si ritirasse dal Libano e chiede a tutte le parti coinvolte di ritirarsi" - Questa Risoluzione ONU compare sui siti della propaganda tra quelle "di condanna" ad Israele ma si tratta in realta' di una sorta di "promemoria" rivolto ad Israele ed a tutte le parti in causa affinche' si ritirino completamente dal Libano e smettano di attaccare (qui la Risoluzione non si rivolge ad Israele) i Caschi Blu dell'UNIFIL. Come sempre, la sola parte in causa citata esplicitamente e' Israele. I Siriani, i miliziani Hezbollah e la vasta pletora di gruppi militari che operano come cani sciolti sulla pelle della popolazione civile libanese viene sempre tenuta nascosta dalle bislacche formule lessicali del Consiglio di Sicurezza.
  • Risoluzione n.592/1986: "L'ONU deplora con fermezza l'uccisione di due studenti palestinesi da parte di truppe israeliane all'Universita' di Birzeit" - I fatti: l'Universita' di Birzeit sorge nella West Bank, a ovest di Gerusalemme, in un villaggio che porta lo stesso nome. L'Universita' era da tempo considerata come uno dei principali centri per la diffusione di idee anti-israeliane e, nel corso di raid della polizia, erano spesso stati rinvenuti volantini ed altro materiale di propaganda contro Israele. Al termine di sei giornate di proteste e manifestazioni studentesche, alcuni soldati tra le forze israeliane avevano aperto il fuco uccidendo due studenti e ferendone altri. Successivamente, l'Universita' verra' chiusa per quasi cinque anni. Giusta e sacrosanta la condanna ONU.
  • Risoluzione n.605/1987: "L'ONU deplora fermamente le politiche e le prassi operative israeliane che negano i diritti umani dei Palestinesi" - I fatti: alla fine di novembre di quell'anno, due miliziani palestinesi entrano di notte in territorio israeliano dal Libano volando su due deltaplani. Nell'attacco a sorpresa, denominato "Notte dei Deltaplani", sei soldati israeliani restano uccisi ed otto feriti. Anche i due miliziani palestinesi muoiono. Nel dicembre di quell'anno, un tragico incidente stradale tra un camion israeliano e due taxi palestinesi che riportavano a casa quattro lavoratori palestinesi, rimasti uccisi nello schianto, viene ritenuto "atto intenzionale e ritorsivo" legato all'omicidio dell'uomo d'affari israeliano Shlomo Takal a Gaza City, avvenuto appena pochi giorni prima. Nonostante l'assurdita' dell'insinuazione messa in giro dai militanti palestinesi, per via del clima incandescente, le voci incontrollate innescano una serie di rivolte che sfociano in quella che verra' poi chiamata "Prima Intifada". Alle rivolte, l'Esercito Israeliano risponde con proiettili di gomma, gas lacrimogeni e pallottole vere. Richiamo ONU: giusto. Causa scatenante delle sommosse: giudicate voi.
  • Risoluzione n.607/1988: "L'ONU si appella ad Israele affinche' non deporti i Palestinesi e richiede con fermezza che Israele si attenga alla Quarta Convenzione di Ginevra." - Questa e la Risoluzione ONU immediatamente successiva fanno riferimento alle prassi israeliane di espellere dai territori contesi i Palestinesi che si rendevano protagonisti di atti di protesta violenta contro lo Stato di Israele. Pur trattandosi tecnicamente non di deportazione ma di esilio (ed e' curioso come i due termini, scelti con cura nelle Risoluzioni che riguardano il comportamento illegale di altri Paesi, siano invece usate in modo allegramente intercambiabile quando si tratta di Israele, come se deportare ed esiliare fossero la stessa cosa), si tratta di un comportamento sicuramente censurabile, per cui il richiamo delle Nazioni Unite e' opportuno.
  • Risoluzione n.608/1988: "L'ONU esprime il proprio profondo rammarico per essere rimasta inascoltata da Israele, che ha continuato a deportare i Palestinesi." - A distanza di una settimana dalla precedente Ris. 607/'88, l'ONU prende atto del fatto che Israele insiste nei propri comportamenti illegali; da cui il giusto richiamo.
  • Risoluzione n.636/1989: "L'ONU esprime il proprio profondo rammarico per la deportazione di civili palestinesi da parte di Israele." - I fatti: Israele ha esiliato 75 persone nel periodo 1988-1991. Il fatto che fossero definiti "civili" dall'ONU e' semplicemente legato al fatto che non facessero parti di ranghi militari formalmente istituiti (che per i Palestinesi all'epoca ancora non esistevano). Il bando non era permanente, ma durava due anni ed era data agli esiliati la possibilita' dall'esilio di presentare appello alla Corte Suprema di Israele. Trattandosi comunque di atti antidemocratici, il richiamo e' assolutamente giusto.
  • Risoluzione n.641/1989: "L'ONU deplora il fatto che Israele continui a deportare i Palestinesi" - Emessa ad una settimana di distanza dalla precedente. A seguito di tali richiami, Israele abbandono' quasi del tutto le pratiche dell'esilio biennale, anche perche' ne aveva sperimentato la sostanziale inefficacia, salvo riprenderla -- per breve tempo -- a seguito degli eventi dell'08/10/1990 al Monte del Tempio (vedasi Risoluzione successiva).
  • Risoluzione n.672/1990: "L'ONU condanna Israele per le violenze contro i Palestinesi sul Monte del Tempio / Haram al-Sharif" - I fatti: gia' da qualche tempo era stato permesso al gruppo ebraico ultra-religioso "Fedeli del Monte del Tempio" il permesso di accedere alle aree sacre contigue alla Spianata delle Moschee, in gruppi di due o tre persone, e scortati dalla polizia. Ai fedeli musulmani (ultra-religiosi e non), invece, l'accesso era sempre garantito. Tuttavia, la mattina di lunedi' 8 Ottobre 1990, approfittando del fatto che i posti di blocco non erano ancora stati istituiti sulla strada Ramallah-Gerusalemme, al mattino presto, nutriti gruppi di "fedeli" (in realta' fanatici) Ebrei e Musulmani poterono radunarsi nell'area del Duomo della Roccia (Haram al-Sharif) senza prima essere stati perquisiti. Stando a fonti palestinesi, uno dei capi della Polizia di Frontiera israeliana, l'Ebreo Yemenita Shlomo Qatavi, avrebbe detto agli Arabi che se quel giorno fossero state lanciate pietre, ci sarebbe stata una risposta armata e si sarebbe visto sangue. Sempre stando alle fonti arabe, i fanatici ebrei del gruppo "Fedeli del Monte del Tempio" avrebbero cercato di entrare nell'area in cui si stava tenendo la funzione religiosa islamica e sarebbero stati deviati dalla polizia israeliana in una zona in cui comunque erano radunati diversi Musulmani. In conseguenza di tutto questo, sarebbero nati degli scontri, che la Polizia di Frontiera avrebbe tentato di sedare prima con gas lacrimogeni e poi sparando sulla folla. Quel che e' certo e' che, a seguito degli eventi, 17 Palestinesi furono uccisi e circa 20 rimasero feriti (la Risoluzione parla di 20 morti, ma un conteggio successivo attestera' le vittime a 17). Il link sopracitato fa riferimento all'unica versione dei fatti accettata dall'ONU: quella... Palestinese. Evidentemente, nessuno al Palazzo di Vetro ha pensato che gruppi di fanatici da entrambe le parti abbiano semplicemente approfittato di una falla nella sicurezza (e questa si' che e' colpa di Israele) per attaccarsi a vicenda, causare dei morti ed aumentare la tensione.
  • Risoluzione n.673/1990: "L'ONU deplora il rifiuto di Israele di cooperare con le Nazioni Unite" - I fatti: le Nazioni Unite avevano richiesto ad Israele di ricevere una missione ONU a Gerusalemme. Il governo di Gerusalemme, allora, aveva chiesto all'ONU di impegnarsi a prendere in considerazione anche ogni minaccia rivolta contro lo Stato di Israele ed a far rispettare anche le Risoluzioni contro i nemici di Israele: il riferimento era all'Iraq di Saddam Hussein che le Nazioni Unite non intendevano sanzionare, pur avendo questi violato apertamente ogni Risoluzione contro di lui ed aveva continuato a ricevere armi dalla Giordania. Le Nazioni Unite risposero con un diniego; al che Israele, a sua volta, si rifiuto' di ricevere la missione ONU, perche' ritenne -- e a giusto titolo -- l'atteggiamento dell'ONU discriminatorio. 
  • Risoluzione n.681/1990: "L'ONU deplora il fatto che Israele abbia ricominciato a deportare i Palestinesi" - Fermo restando che non si tratta affatto di deportazione, bensi' di esilio temporaneo (per un massimo di due anni), contro il quale l'esiliato puo' comunque presentare appello alla Corte Suprema israeliana, anche dall'estero, il richiamo ONU appare giusto.
  • Risoluzione n.694/1991: "L'ONU deplora la deportazione dei Palestinesi da parte di Israele e ne domanda l'immediato rimpatrio" - Le Nazioni Unite tornano a chiedere il rimpatrio dei Palestinesi esiliati (curioso il termine utilizzato dalla Risoluzione: return, appunto ritorno, rimpatrio. I "deportati" non si rimpatriano; casomai si liberano). Cio' nonostante, essendo questa risoluzione un semplice richiamo alla precedente Ris. 681, nonostante l'imprecisione non secondaria, appare un richiamo giusto.
  • Risoluzione n.726/1992: "L'ONU condanna con fermezza la ripresa delle deportazioni di Palestinesi da parte di Israele". - Ancora un richiamo dell'ONU sulla pratica delle cosiddette "deportazioni", in realta' esili temporanei. Ancora una volta, giusto.
  • Risoluzione n.799/1992: "L'ONU condanna con fermezza la deportazione di 413 Palestinesi e ne domanda l'immediato rimpatrio". - Questa volta la musica e' ben diversa. I fatti: i 413 "deportati" -- in realta' semplicemente mandati in esilio in Libano -- ben lungi dall'essere innocenti colombe civili, erano invece pericolosi attivisti di Hamas. Infatti, proprio in quello stesso anno Hamas, rigettando qualsiasi prospettiva negoziale, aveva fondato le Brigate Izz ad-Din al-Qassam (conosciute semplicemente come Brigate Al-Qassam), il cui obiettivo dichiarato era di attaccare l'esercito e la popolazione civile israeliana, al fine di minare il gia' difficile cammino degli Accordi di Oslo. I miliziani delle Brigate Al-Qassam vennero addestrati all'uso di armi da guerra, artiglieria ed esplosivi, in Siria ed in Iran. Cio' poneva Hamas in una luce ben diversa da quella di una semplice organizzazione nazionalistica palestinese, quale sino ad allora era sembrata (e tale luce sinistra si confermera' appieno quando Hamas, qualche anno dopo, vincera' le elezioni a Gaza e ne assumera' il despotico controllo). Ragione per cui la semplice espulsione dal suolo nazionale di 413 come minimo fiancheggiatori del terrorismo appare un atto ben piu' ragionevole di quello che qualsiasi altro Paese mediorientale avrebbe messo in atto, al posto di Israele.
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CONCLUSIONI: a meno che non si vogliano sposare tesi unilaterali o pseudo-logiche basate sulla doppia morale tanto in voga oggi (del tipo "gli Arabi hanno ragione, per cui possono fare cose che agli Israeliani non sono permesse, perche' sono nel torto"), delle ben 65 Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU contro Israele, ad un esame attento, soltanto 17 (il 26%, poco piu' di un quarto) appaiono davvero "contro Israele".

Ma la cosa ancora piu' sconcertante e che ben 10 di queste 17 sono richiami contro la pratica dell'esilio temporaneo e 4 contro quella degli espropri; inoltre, si tratta spesso di atti deliberativi inerenti piu' volte le stesse vicende di cronaca. Di conseguenza, soltanto tre (!) delle Risoluzioni fanno riferimento davvero a fatti di sangue (l'assedio di Beirut e gli scontri della Prima Intifada). 


E le restanti 48 Risoluzioni, allora? Si potrebbero sintetizzare cosi': c'e' un'azione violenta ed una risposta violenta. Se l'azione e' israeliana e la risposta e' araba, si condanna solo l'azione; se l'azione violenta e' araba e la risposta e' israeliana, allora si condanna solo la risposta. Quando proprio non se ne puo' fare a meno, allora si richiamano Israele "e tutte le altre parti in causa". 


E allora e' davvero corretto parlare di "oltre 60 Risoluzioni ONU contro Israele"?
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La risposta datevela da soli.

Saluti,

(Rio)

P.S. C'e' un'altra Risoluzione ONU, la 242/1967, che difficilmente vedrete citare dai siti della propaganda (solo i piu' superficiali lo fanno). L'ho gia' menzionata a proposito del diritto per uno Stato ad avere confini difendibili, ma la Risoluzione e' importante perche' sarebbe alla base degli Accordi di Oslo del 1993. 
Dico "sarebbe" perche' all'epoca dei fatti... l'OLP rigetto' fermamente quella Risoluzione.
Cio', naturalmente, non impedisce all'Autorita' Palestinese di oggi (la cui leadership e' composta quasi dagli stessi uomini che l'hanno ripudiata allora) di citarla a gran voce per chiederne il rispetto ad Israele. In Medio Oriente, per alcuni, si usa così.

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NOTA: Per un inquadramento generale sulla questione israelo-palestinese, vi suggerisco di leggere il post immediatamente successivo a questo, dal titolo:  "Principali luoghi comuni su Israele e i Palestinesi".