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domenica 4 giugno 2017

Attentati ISIS in Gran Bretagna: come contrattaccare


Salve.

Per chi, come me, vive a Londra da anni, la notizia di un altro attentato terroristico di matrice islamica in Gran Bretagna non può che suscitare mille pensieri. 

Sono anni che lavoro fianco a fianco con colleghi musulmani alcuni emigrati dai loro Paesi d'origine, altri nati in Gran Bretagna, ma sempre del tutto simili a me: le loro aspettative e speranze, il loro atteggiamento verso la vita ed i loro pensieri sono spesso anche i miei; e, dove appaiono diversi, non lo sono più di quanto non lo siano quelli dei miei colleghi bianchi Inglesi. Quindi, io non li userei come discriminante.
Il mio primo pensiero va a loro che, da domani, si troveranno contro il dito puntato di molte più persone, che li accuseranno tacitamente di collaborazionismo; quando magari, al momento dell'attentato, i miei colleghi musulmani erano al pub, dove avevano guardato sul mega-schermo la finale di Champions League tra Real Madrid e Juventus, bevendo una (o due o tre) birre con gli amici.

Ma, prescindendo dalla religione, per tutti noi questo stato di cose è inaccettabile ed insostenibile.
Abituarsi all'idea che percorrere un ponte a piedi o recarsi in un punto di ritrovo tipico come il Borough Market (alle spalle del London Bridge) rappresenti una minaccia alla propria incolumità non ha davvero alcun senso. 
Sin dai tempi — ben più bui — degli attentati dell'IRA, i londinesi sanno di vivere in una città unica, al centro di alcuni dei processi decisionali che danno forma al mondo così com'è oggi. E sanno anche che, qualunque grande cambiamento economico, sociale, demografico o culturale avvenga nel pianeta, tra i primi a percepirne gli effetti in Occidente — ed anche a fare da capro espiatorio, purtroppo — ci saranno sempre loro. È il prezzo da pagare quando si è importanti e, di conseguenza, costantemente sotto i riflettori.

Quindi, se oggi vogliamo ragionare su come uscire da questa situazione, e vogliamo capire come contrattaccare, alcune cose vanno dette; e con chiarezza.

Primo: un inasprimento delle misure repressive è indispensabile, a questo punto. 
Non si tratta di trasformare Londra in Tel Aviv, anche perché i londinesi non lo accetterebbero mai. 
Per capirci: in Israele — un Paese che con il terrorismo è abituato a fare i conti da molto più tempo e in una situazione di gran lunga più grave di quella odierna britannica — un soldato non può lasciare in caserma il proprio fucile. Mai.
Esce in licenza il giovedì sera? Deve portare con sé anche l'arma d'ordinanza.
Una delle immagini più uniche e surreali del weekend israeliano sono le ragazze nei pub o nei disco bar, tutte "in tiro", belle, vestite benissimo, abitini estivi, sandali, trucco, capelli e... con in spalle il loro M16, CAR-15 o quel che sia il fucile d'assalto in dotazione. L'esercito, in Israele, è pronto a reagire sempre ed ovunque (e, permettetemi, non potrebbe essere diversamente).

Ma una cosa del genere in Gran Bretagna sarebbe assolutamente inconcepibile. 
Quella delle strade di Londra costantemente pattugliate da uomini armati è una visione che i londinesi accetterebbero forse per i pochi giorni di un summit internazionale, e solo in alcune aree; ma mai ovunque e come situazione permanente. 
Eppure, sarà meglio che un Paese in cui nemmeno la polizia, di solito, porta armi da fuoco si abitui a vedere in giro agenti delle forze speciali dotati di giubbetti antiproiettile e armati sino ai denti. 
Questo almeno nelle aree di massimo rischio. 

Secondo: se pensiamo di vincere questa guerra con la sola repressione, allora abbiamo già perso.
La repressione, pur se a questo punto indispensabile, ha anche come effetto negativo quello di aumentare le distanze in una comunità tra i soggetti scrutinati e "gli altri"; tra "colpevoli" e "poveri innocenti". 
Va pertanto usata con intelligenza, discrezione, raziocinio e senza mai esagerare, proprio per evitare che gli effetti negativi prevalgano su quelli positivi.

Ma c'è un altro aspetto chiave: un elemento che, se trascurato come è stato fatto sinora, continuerà a portare sempre linfa vitale e frotte di volontari alla causa dei terroristi.

Sono ormai molte le voci dal mondo islamico, alcune provenienti persino da ex islamisti, che ci confermano un fatto: per le giovani generazioni musulmane, il passo dalla crisi esistenziale alla radicalizzazione è breve e la strada si percorre anche in poco tempo. 
Queste persone subiscono la fascinazione dell'interpretazione storica islamista perché si applica alla loro vita molto facilmente: "Tu sei infelice perché vivi in una società decisa da altri, completamente diversi da te". 

Diversamente da quanto predicano gli stolti profeti del multiculturalismo, qui non c'è un problema di sussidi di disoccupazione né di politiche per l'integrazione sociale. Vi assicuro che dove vivo io ci sono Inglesi cristiani, bianchi e neri, molto più "alienati" esclusi dalla società e dal mercato del lavoro di tanti musulmani. E a nessuno di questi verrebbe mai in mente di farsi esplodere nella folla. 

Il punto è che le parole del reclutatore islamista appaiono ad una mente fragile e che non vede via d'uscita come un indicatore di speranza. L'islamismo, così, seduce i giovani musulmani di oggi con le stesse modalità con cui le grandi ideologie novecentesche affascinavano i giovani europei nella prima metà del secolo scorso: offrendo la promessa di un modo migliore.

Non c'è affatto da meravigliarsi che basti così poco. 
Basti pensare che ad oggi non esiste una visione — o quantomeno non ce n'è una socialmente diffusa — di musulmano laico. Non c'è! Sapete chi è, oggi, il musulmano laico? Un miscredente, uno che non ce la fa.

La laicità, tra molti giovani musulmani, è vissuta più
come una "resa" ai costumi occidentali o, addirittura, "cristiani". Persino la democrazia, il pluralismo, la parità dei diritti tra i sessi, sono visti come "elementi culturali crociati". 

Destra e Sinistra hanno fallito miseramente, perché non sono riuscite ad impedire che le grandi conquiste sociali e politiche del positivismo, dell'illuminismo, l'uguaglianza frutto di due guerre mondiali, le conquiste del progresso umano, che erano lì per tutti i cittadini, finissero invece incasellate dagli islamisti come "cristiane" o comunque "non afferenti a noi" nelle menti dei giovani musulmani. 

Con il multiculturalismo, ci siamo limitati a dare ai musulmani la cittadinanza, li abbiamo riempiti di sussidi, li abbiamo giustificati quando facevano cose che noi non tolleravamo per noi stessi, abbiamo messo alcuni di loro nei posti chiave, come delle quote rosa religiose del cazzo...
Insomma, li abbiamo trattati come dei minus habens, come se da loro dovessimo aspettarci standard di civiltà inferiori ai nostri. E, ben presto, anche loro hanno cominciato a crederci, a considerare la cosa normale: "Noi siamo diversi. Noi non siamo come loro".

E invece avremmo dovuto portare avanti con forza il messaggio opposto: "Le differenze tra di noi sono insignificanti, sono le stesse che ci sono tra ogni singolo uomo ed un altro. Voi siete proprio come noi. Anzi, voi siete noi. Queste sono le regole del gioco, ripulite per quanto umanamente possibile da ogni elemento religioso, sia nostro che vostro. Ora giocate. Se non le rispettate, finirete come finiamo noi quando non le rispettiamo."
Dignità, invece che commiserazione. 
Parità, invece che senso di colpa
Rispetto, invece che uguaglianza.
Laicità, invece che barricate confessionali.

Se avessimo fatto così, avremmo permesso che la nuova figura del musulmano laico, la sua cultura, la sua visione del mondo, non si esprimessero solo al livello di alcuni individui al di sopra della media, come il sindaco musulmano di Londra Sadiq Khan, ma in tutti gli strati sociali: dallo sdentato ubriacone che vive di sussidi sino al grande imprenditore che si è fatto da sé, passando per l'operaio, l'impiegato, il collega in azienda, il direttore di banca, il politico, il medico, l'infermiere, l'operatore dei servizi sociali, tutti. 

Se non cambiamo atteggiamento, regaleremo agli islamisti carne fresca da macello per generazioni. E allora ci toccherà continuare a reprimere e reprimere, alimentando l'interpretazione del "noi e loro", peggiorando così le cose.

Saluti,

(Rio)