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giovedì 19 novembre 2009

Breve epitaffio per la punteggiatura :-)


Orsù, continuiamo l'opera meritoria portata avanti da un idealista senza speranza contro l'orda di dementi ignoranti che impazza allegramente su internet.

Quello della punteggiatura è un tema assai complesso, nel quale è opportuno non entrare mai a gamba tesa, secondo me.
E la ragione è semplice: l'uso della punteggiatura si può "standardizzare" solo fino ad un certo punto(!).
La punteggiatura è ANCHE espressione della personalità di chi scrive; è legata non soltanto alla forma, ma ANCHE ai contenuti che una data frase esprime ed all'enfasi ed alle sfumature che chi scrive vuol dare a tali contenuti.
Pertanto, nel trattare della punteggiatura userò un linguaggio ancora più pacato e sfumato nei toni di quello che ho utilizzato nella mia precedente nota sull'ortografia.

Notate, ad esempio, che ho scritto ANCHE in maiuscolo e in grassetto.
Ma perché mai l'avrò fatto?
Perché il fatto che la punteggiatura denoti ANCHE l'espressività di chi scrive non significa affatto che si possa mettere alla cazzo di cane, miei giovani neuroni traviati dalle droghe pesanti.

Quindi, orsù, mettete via il vibratore per un secondo e seguitemi in questa breve carrellata, nella speranza che persino voi riusciate a scrivere una frase comprensibile prima della pensione.

Proprio perché ho stima di voi, cominciamo dalle cose semplici.

1. I TRE puntini di sospensione

Per favore, mie brillanti promesse dell'Alzheimer, ditemi: quanti sono i TRE puntini di sospensione? Il più sveglio di voi risponderà: "Aspetta, questa la so! Sono tre!"
Ma bravissimo!
E allora, figlio illegittimo di Einstein, saprai anche perché cazzo tu e gli amici tuoi continuate a metterne due, quattro, cinque, trecentoquarantatré, insomma tutto fuorché tre?
Appena lo scopri, manda una mail alla Fondazione Nobel.
Il premio te lo danno di sicuro. In testa.
Orsù, passiamo oltre.


2. La virgola, questo segreto di Stato

So che vi sembrerà incredibile, ma ci sono frasi più lunghe di quattro parole soltanto. E sono molte! Ma non è tutto: pensate che esistono persone in grado di esprimere più concetti collegati tra di loro all'interno dello stesso periodo.
Ma che bravi, vero?
E sì --prima che me lo chiediate-- per fare questo è necessario accendere più di un neurone per volta.
Quando questi concetti sono molto collegati tra loro, vanno separati con una virgola. La virgola fa due cose contemporaneamente: relaziona i concetti l'uno all'altro e li distingue l'uno dall'altro, per far sì che lo sfigato che vi legge capisca di che stracazzo stiate parlando.
Volete un esempio, sorgenti vive di ignoranza?
Eccovene uno.
Un cerebroleso come voi dice: "Ieri sono stato interrogato ma ho risposto bene anche se la prof ha detto che devo studiare di più dato che non sapeva che ho passato tutto il pome a cazzeggiare con la PlayStation per poi vedere la Vale sul tardi".
Un esemplare della specie Homo Sapiens Sapiens, invece, direbbe: "Ieri sono stato interrogato, ma ho risposto bene, anche se la prof ha detto che devo studiare di più, dato che non sapeva che ho passato tutto il pome a cazzeggiare con la PlayStation, per poi vedere la Vale sul tardi".

E adesso venite a dirmi che è stato più chiaro il cerebroleso.
Giuro, a tuzzi vi prendo.
Orsù, andiamo avanti.


3. Il punto fermo non è una macchia sul foglio né un pixel fuori posto sullo schermo

Quando una persona normale --cioè non voi-- parla, fa delle pause.
Queste pause non le fa solo per prendere aria, ma anche per distinguere una serie di concetti da un'altra serie di concetti collegati.
Certo, giovani precari della prostituzione minorile, è chiaro che tutto quello che uno dice di seguito è in qualche modo collegato, almeno finché non si tratta dei discorsi sconclusionati da bimbiminkia che fate voi.
Ma ci sono concetti più collegati di altri nel discorso. Per questo ci sono le virgole, per i concetti molto collegati, ed i punti fermi, per quelli molto meno collegati, anche se comunque susseguenti.
Volete un altro esempio, menti avariate?
Eccone qui un altro.
Il cerebroleso: "Oggi ho il cellulare spento anche se dovrei tenerlo acceso perché la Vale mi ha fatto incazzare la Vale crede che tutto debba essere come dice lei io ho una mia personalità invece non posso sempre sottostare ai suoi voleri".
L'individuo dotato di DNA umano: "Oggi ho il cellulare spento, anche se dovrei tenerlo acceso, perché la Vale mi ha fatto incazzare. La Vale crede che tutto debba essere come dice lei. Io ho una mia personalità, invece. Non posso sempre sottostare ai suoi voleri".

Visto? Non commentate!
Zitti ed accondiscendenti vi voglio. Una parola e siete morti.

Orsù, infilate il pene nella presa della corrente, adesso.

Saluti,

(Rio)

martedì 10 novembre 2009

Breve epitaffio per l'ortografia italiana :-)


Vi avverto: questa è una nota non pesante, ma pedante. Professorale, direi.
Io vi ho avvisati. Adesso, affari vostri.


- - - - - -

Poi dici che uno non si deve incazzare come un cammello della Malesia...!
Ma è possibile che sui social network si debba assistere al massacro quotidiano dell'ortografia della lingua italiana?
Ma è possibile che una pletora di ignoranti - alcuni dei quali persino laureati! - debba continuamente commettere strafalcioni assurdi, senza mai osare chiedersi se sia corretto scrivere una parola in un certo modo, invece che in un altro?
Dato che oramai tutti questi errori di ortografia mi fanno venire la scabbia, spero mi perdoniate se ho ceduto alla tentazione, evitando sin troppo facili atteggiamenti offensivi, di compilare una breve guida all'ortografia per CAPRE IGNORANTI DI MERDA (e lo sapevo, io...).

Minchiata numero 1 (la regina delle minchiate, oserei dire)

Il troncamento di poco è «po'», con l'apostrofo, non «pò» con l'accento. Quindi si dice «un po'» e non «un pò».
Capito, giovani virgulti del Belpaese?
Sì --vaffammocc a chi v'è stramurt-- lo so che «un pò» con l'accento compare anche sul T9 del telefonino; ma questo significa semplicemente che chi ha scritto il software del T9 è un vostro parente stretto. E' tutto chiaro, adesso?
Postilla - Alcuni dicono: «Sì, è vero, perché Pò con l'accento è il fiume!»
Orsù, mie giovani testine di cazzo, continuate a provare: prima o poi ne azzeccherete una anche voi.
Ma non stavolta, perché anche questa è sbagliataaaa!!!
Il fiume padano è il «Po», senza accento e senza apostrofo! «Pò» con l'accento lo scrivono solo i pazienti affetti da gravi forme di demenza precoce, per cui --se sbagliate anche voi-- è tutto nella norma. Ogni cosa è a posto.

Stronzata numero 2
Il fatto che «lì» e «là» si scrivano con l'accento, non vuol dire che anche «qui» e «qua» debbano seguire la stessa regola. Non si scrive «quì» e «quà», giovani braccia strappate alla prostituzione ma, semplicemente, «qui» e «qua». Quindi sì, è proprio così: «lì» e «là» con l'accento, «qui» e «qua» senza. Voi direte: «Ma così noi ci confondiaaamo! Ma perché dev'essere così difficile?»
Miei cari, carissimi giovani - dirò io - non vi è mai passato di mente che nella vita esistano cose più complicate che allacciarvi le scarpe e giocare alla PlayStation?!?
Bene.
Orsù, passiamo oltre.

Puttanata numero 3
Mie verdi promesse della tossicodipendenza da crack, ma perché accipiripicchiolina scrivete «stò», «stà», «và» con l'accento? Ma che cazzo c'avete, con 'sti accenti, prendete forse la percentuale? Si scrive «sto», «sta» e «va», senza accento.
Postilla - Qualcuno dice (lo stesso virtuoso del fiume Po con l'accento, probabilmente): «Eh, certo, perché "stà" e "và" con l'accento in realtà esistono, ma sono voci dell'imperativo.»
Ma «và... affanculo», rispondo io, ma se non la conosci, l'ortografia, ma perché cazzo non stai zitto e non ti sturi quelle orecchie foderate di merda, invece? Le voci della seconda persona dell'imperativo dei verbi "stare" e "andare" sono, rispettivamente, «sta'» e «va'», con l'apostrofo. E' vero che poi molte persone le hanno sostituite con le corrispondenti voci del presente indicativo (sempre più spesso si sente «Stai fermo!» e «Vai a lavorare!», invece di «Sta' fermo!» e «Va' a lavorare!», come sarebbe corretto dire).
Ma questo non è un problema tuo, non temere.
Tu sei messo molto peggio.

Cazzata numero 4 (avvertenza: non è consigliata ai deboli di cuore)
No, dico io, vorrei tanto sapere chi è stato il primo, immenso, assoluto, grandissimo figlio di una pompinara ignorante che ha scritto «io sò» ed «egli sà» con l'accento. Da dove cazzo vi esce quell'accento? Che senso ha? Ma a che serve?
Orsù, fatevi un clistere.

Bene. Sono molto soddisfatto di questa nota, perché sono riuscito a mantenere un atteggiamento civile e pacato, senza cedere ad alcuna forma di mancanza di rispetto.
Lascio su internet una nota senza karma negativo.

Saluti,

(Rio)

domenica 12 aprile 2009

Gli uomini :-)


Si', lo so.
Un post sugli uomini non dovrebbe essere scritto da un uomo, specie se etero.
Ma mica e' colpa mia se ci sono cosi' tante donne propense a parlare male degli uomini (specie dei propri) e cosi' poche votate a mettere le cose nero su bianco. :-)

Non so a voi, ma a me capita abbastanza spesso di dovermi scrivere da solo i post che vorrei leggere scritti da altri... E qui potrei buttarla giu' sul mondo della comunicazione istantanea, degli SMS, di Twitter, e tanta gente che non sa piu' cosa voglia dire davvero scrivere, solo che oggi e' Pasqua, fuori in Inghilterra pioviggina e a dire certe cose serie mi sto gia' annoiando da solo, quindi...

Forse non appariro' oggettivo, ma e' pur sempre vero che se avete qualcosa da (ri)dire potete sempre prendere la penna in mano e... posarla subito, perche' sui blog si scrive col computer. Ma dove vivete? :-)

Gli uomini, dicevo.
Personalmente, credo che la generazione di uomini che ha preceduto la mia, quella di mio padre (diciamo, i nati negli anni 30 e 40) abbia messo a durissima prova la pazienza delle donne.

Del tutto inetti in casa, indolenti ed incapaci di fornire qualsivoglia tipo di collaborazione domestica e non, questi uomini hanno avuto la pretesa di essere "serviti" tra le mura domestiche come i loro padri, solo senza il "fastidioso" inconveniente di essere i soli a dover portare i soldi a casa ed a dover prendere tutte le decisioni importanti, con le responsabilita' che ne conseguono.

Dal canto loro, le donne della generazione delle nostre madri erano incredibili.
Dotate di pazienza infinita, di capacita' di lavorare alla grande dentro e fuori di casa, pronte ad assumersi ogni genere di "nuova incombenza" che la vita moderna poneva loro, senza poter pero' rinunciare ad alcuna responsabilita' legata al ruolo tradizionale della donna.

In poche parole, in una societa' che stava cambiando, gli uomini della generazione di mio padre hanno preso solo il meglio e le donne della generazione di mia madre soltanto il peggio.
Naturalmente sto generalizzando e, come sempre accade in questi casi, ciascuno di noi potrebbe riportare opinioni e testimonianze diverse. Ma, a mio avviso, in genere e fatte salve le solite eccezioni, e' andata cosi'.

Se parliamo, invece, di QUESTA generazione, be', le cose stanno in modo piuttosto diverso.
Molti uomini ancora cercano di ritagliarsi una "zona franca" in casa, ma le loro compagne non sono piu' cosi' disposte a concedergliela.
La proverbiale pazienza ed i tonanti rimbrotti delle madri hanno prodotto una generazione di figli con una consapevolezza ben diversa dei ruoli nella coppia e della ripartizione dei compiti ad essi collegati.

Si litiga, c'e' tensione, c'e' frustrazione da ambo le parti, ma le ragioni di fondo, a ben guardare, sono diverse: la donna dice di sentirsi frustrata perche' "il mio compagno non collabora".

L'uomo, dal canto suo, dice di sentirsi frustrato perche' sa bene che "non ha alcuna importanza cosa faro' o non faro' in casa. Immediatamente, il livello delle aspettative di lei verra' innalzato, come nel salto in alto. Se salti 2 metri e 10, subito ti portano l'asta a 2 e 11."

Quello che il maschio sa bene e' che lei, la sua (non sempre cosi') dolce meta', non ha affatto avuto la stessa vita di sua madre.
Anche lei, proprio come lui, e' stata abituata bene da queste mamme che stiravano per te, cucinavano per te, pulivano per te e... s'incazzavano con te.

Lui sa bene che lei, da sua madre, ha purtroppo preso una cosa sola: la voglia di lamentarsi degli uomini.

Solitamente, lei e' pigra tanto quanto lui, non sa assolutamente gestire una casa, cucina malino (e sempre le stesse cose), stira malissimo, insomma, e' uno zero in economia domestica. :-)

Salvo lamentarsi quando tu, che vieni da un modello familiare maschile tipo pascia', non sei capace di rimpiazzare in casa il ruolo di SUA MADRE (o della tua, e' uguale), in modo da permetterle di continuare a fare la figlia anche da adulta...! :-)

La donna moderna, se potesse, i figli li farebbe fare a te, per poi goderseli da grandi. :-)
E, vivaddio, alcuni uomini l'accontenterebbero, pur di averne.

Lo so, lo so, sono di parte, lo ammetto.
Ma -- di nuovo -- se voi non volete scrivere, io che colpa ne ho?

Poi, e' vero: gli uomini bambini, purtroppo, ci sono.
Eccome, se ci sono.
Gli uomini senza attributi, pronti ad assecondare qualunque pretesa delle proprie compagne, anche le piu' assurde, soltanto perche' "cosi' lei vorra' restare accanto a me, perche' io da solo non so stare", sono una fastidiosa realta' con la cui molesta sgradevolezza ogni vero maschio deve coesistere.
Ammettiamolo, signori uomini: chi non ha mai incontrato uno smidollato senza palle cosi'?

Alle donne chiedo, se posso, di fare a me ed allo smidollato in questione un grande favore: lasciatelo.
Ma non in modo civile, rispettoso; no.
Fatevi trovare a letto con due dei suoi migliori amici contemporaneamente, piu' un camionista di passaggio, mentre ridete con i vostri tre partners parlando delle dimensioni del suo pene e delle sue performances. Fategli male. Fategli capire che e' vietato dalla legge vivere cosi'.

Un ultimo accenno alla cosiddetta crisi dei ruoli.
Anche questa e' vera.
Ruoli secolari, retaggi vecchi a volte di millenni sono stati completamente stravolti.
E menomale. Non vorrei vivere ancora in una societa' in cui c'e' l'uomo che comanda e la donna che subisce, come ai tempi dei miei nonni.

Si', e' vero che l'uomo e' confuso.
Com'e' vero che non si puo' confondere un ruolo della coppia senza incasinare per bene anche l'altro. Non e' solo insensato: e' impossibile.

Quante donne si sono confidate dicendomi che il lavoro dava loro soddisfazioni, ma che non avrebbero voluto continuare cosi' per sempre, e che desideravano anche una famiglia, dei figli, una vita diversa, una stabilita' di coppia piu' -- come posso dire -- "istituzionalizzata". (Madonnasanta, che brutto termine; spero almeno renda l'idea.)

Cosa posso dire a queste amiche?
Benvenute nel club, signore.

Noi uomini questo circolo lo conosciamo bene; e' antico e rinomato.
Se volete, si puo' fumare il sigaro, bere scotch whisky, conversare amabilmente, intrecciare amori, storie, anche passioni... Si puo' fare di tutto, fuorche' trovare una risposta immediata e definitiva alla domanda: come faccio a realizzare i miei sogni e a vivere il resto della mia vita come vorrei io? :-)

Un bacione e auguri.

(Rio)

Le Donne :-)


Dai, sdrammatizziamo un po', liberiamo un po' la tensione del terremoto all'Aquila con una cosa leggera. Un'idea di un'amica mi ha dato lo spunto per scrivere una nota scherzosa (ma mica troppo) che parla delle donne.

Donne, donne...
Con le solite eccezioni del caso, se dico che -- in genere -- le donne sono piu' belle degli uomini, non mi sembra di dire una cavolata.

La bellezza (sempre in generale) E' DONNA.

Si', va be', ci sono pure gli uomini belli, ma avviene per caso, e' una specie di errore genetico, di deformita' nella specie.

Le donne no.
Le donne perseguono l'obiettivo della bellezza con un'abnegazione ed una determinazione che al confronto pure uno del Battaglione San Marco apparirebbe privo di disciplina.

La bellezza e' donna.
E le donne se la meritano.
Poi, vabbe', tutte li' a dire: "Ma chi? Io? Io non faccio nieeeente, non me ne frega proprio una maaazza, se ho i capelli sporchi, me li lego e baaasta, esco senza truuuucco, mica sono una fissaaata come la mia amiiica" (e puntano il dito verso l'amica, che nello stesso momento lo punta verso di loro...).

La verita' e' che le donne non hanno idea di cosa sia la trasandatezza. Hanno semplicemente standard diversi.

Se la piu' bella delle donne mettesse nella cura di se' l'attenzione dell'uomo medio, probabilmente andrebbe in giro sembrando l'anello mancante tra l'Homo Neanderthalis ed il Sapiens Sapiens.
Verrebbe Piero Angela a studiarla; e non dico Alberto Angela, se no a qualcuna magari viene la tentazione di provare.

Le donne sono belle, si'.
Ma cio' che contraddistingue le donne non e' la bellezza. No, purtroppo no. Magari.

Cio' che contraddistingue le donne e' l'assoluta, totale, inspiegabile, inenarrabile, contraddizione in termini di molti loro comportamenti e ragionamenti.

Si dice che l'uomo utilizzi un emisfero cerebrale alla volta, se no si stanca. 

La donna, invece, tutti e due insieme.
E non fraintendetemi: se soltanto si organizzasse con i sensi unici, a me andrebbe pure bene.
E invece no.
Il flusso di pensieri di una donna somiglia al traffico di biciclette cinesi in un grande incrocio del centro di Pechino, quando si sono scassati i semafori.
Tutti si "buttano avanti" e chi passa, passa. In una parola, un casino.

Ed a farne le spese siamo noi.

Partendo da questo po' po' di presupposti, tempo fa buttai giu' queste mie considerazioni:

Ah, le donne...

1. Quelle che si mettono con te e ti dicono "ti amo" e poi... cercano di cambiarti.
Scusa, ma non mi amavi?

2. Quelle che se ti rompono le palle vuol dire che ti amano, e se invece ti lasciano in pace e' perche' hanno la testa ad un altro.


3. Quelle che misurano le tue frasi facendo confronti su tutto, anche quando a te neanche passava per l'anticamera del cervello. E alla fine e' sempre e comunque colpa tua.
Esempio:
LUI: "Belli i fiori su quel balcone!";
LEI: "Perche', quelli sul nostro ti fanno cagare???"
LUI: "Mi e' appena venuta voglia di emigrare nelle Antille Olandesi".

4. Quelle che si lamentano di essere considerate troppo sul piano fisico e troppo poco su quello intellettuale, e poi si truccano e si vestono per attirare proprio quel genere di attenzioni.

5. Quelle che se le lasci tu, sei un mostro e un insensibile.
Se ti lasciano loro, e' perche' "tocca sempre alla donna prendere le decisioni piu' dure, nella coppia".

Va bene, si', lo penso anch'io: viva queste bellissime, e intricatissime contraddizioni viventi chiamate donne.
'Tacci loro, pero'.

(Rio)

venerdì 13 febbraio 2009

Ringo Starr, il più figo dei Beatles

Ringo Starr (nato 7/7/40)
Salve.

Oggi una cosa leggera, dai...
Ché altrimenti qua, tra Eluana ed il precariato, Berlusconi e la strage di Via D'Amelio, si rischia la depressione.

Perciò oggi scriverò di musica: oggi si parla dei Beatles.


Tutti gli appassionati dei Beatles, o quasi, si dividono in Lennoniani e McCartneyani; qualcuno tiene anche per quella personcina per bene che è stato George Harrison. Alcuni tirano in ballo persino il quinto Beatle, George Martin, che in effetti un ruolo determinante l'ha avuto eccome.
Ma non è il più figo.
Pochissimi osano dire che dei quattro Beatles ― che, va bene, erano tutti fighi (del resto erano i Beatles, mica l'Equipe 84...!) ― il più figo di tutti era ed è ancora il signor Richard Starkey, in arte Ringo Starr.

Ora, a me McCartney piace ― per la verità più come Fireman che come il Paul McCartney solista degli ultimi 30 anni (oso dirlo perché sono a distanza di sicurezza dai beatlesiani, altrimenti rischierei la gambizzazione) ― però ragazzi, no... Il più figo dei Beatles è stato ed è ancora Ringo.

Prima di farmi a pezzi, lasciatemi perorare per cinque minuti questa causa. Ve lo chiedo per favore. E' come l'ultimo desiderio del condannato: non me lo potete negare.
Allora vado, eh...? OK, vado.

Sin da giovane, John Lennon ― si sa ― voleva rendere Liverpool famosa con la propria musica, proprio come l'amico Stu Sutcliffe voleva fare con i propri quadri. Resta da capire quest'ultimo che ci facesse con un basso in mano, ma questa è un'altra storia...
Anche il giovane Paul McCartney, dietro la solita (perché dove vivo io si vede spesso) apparenza perbenista inglese, nascondeva un'ambizione grande come una casa; anche da ragazzo.
Ora, non fraintendetemi: non c'è nulla di male ad essere ambiziosi. Voglio dire, si va ad Amburgo, si fa quello che si deve fare, ma ci si prova e ce la si mette tutta. Se no, non ha senso. La mia non è affatto una critica ai musicisti ambiziosi.

Ma Ringo...!
Ragazzi, Ringo...! Questo signor Richard Starkey era un ragazzo povero in canna proveniente da Dingle, un quartiere tra i più proletari di Liverpool, che aveva abbandonato la scuola a 13 anni per problemi di salute e che imparò a suonare la batteria tardi, a soli diciassette anni.

Prima di arrivare nei Beatles, Ringo suonava con Rory Storm & The Hurricanes.

Senza farla troppo lunga, ad un certo punto, Richard Starkey ricevette due offerte: una da King Size Taylor and the Dominos (che oggi nessuno sa chi diavolo siano) e l'altra dai Beatles.
Ringraziando la Madonna, Ringo optò per i Beatles. Ma non perché avesse intravisto chissà che cosa (a quei tempi, i Beatles erano solo un gruppo promettente come tanti e non erano certo famosi come gli Hurricanes), ma semplicemente perché gli offrivano tipo 5 sterline a settimana in più.

Perché questo era Ringo: uno che voleva vivere di musica, per sfuggire all'inevitabile destino da camallo nel porto di Liverpool o da operaio in qualche azienda di stato ― sempre che fosse riuscito ad entrare, dato che era già stato scartato anni prima dalle Ferrovie Britanniche, a causa della salute cagionevole.

Ringo non voleva cambiare il mondo, né fare di sé una celebrità.

Aveva persino pensato di trasferirsi in America per lavorare in una fattoria texana, ma aveva lasciato perdere per via delle complicazioni con l'Ufficio Immigrazione.

La storia dei primi 22 anni di vita di Ringo Starr (prima, cioè, di entrare nei Beatles, nel 1962) è uguale a quella di un miliardo di altri ragazzi poveri, senza aspirazioni particolari, se non quella di racimolare qualche soldo, tirare avanti e ogni tanto, possibilmente, spassarsela.
Non si ravvede nelle scelte di Richard Starkey neppure un barlume di quell'ambizione di ferro che caratterizzava gli altri Beatles. E George Harrison lo lasciamo fuori solo perché era troppo giovane...

MORALE: questo ragazzo povero, che dalla vita non desiderava niente, se non evitare di rendersela troppo sgradevole, senza né aspettarselo né volerlo, si è trovato al centro del più grande fenomeno musicale della seconda metà del Novecento.

Quelle di Paul McCartney e di John Lennon sono storie di una rispettabilissima ed ambiziosa scalata alle vette del mondo.

La storia di Richard Starkey, invece, è pura poesia.
E' la storia di un miracolo avvenuto per caso, né voluto, né cercato.

E' la storia di un ragazzo come noi che ha staccato un biglietto vincente alla Lotteria di San Culo e si è goduto il premio senza darsi troppe arie, mantenendo sempre un sorriso sornione sulle labbra.

Viva Ringo.

Che Dio lo (RI)benedica.

(Rio)