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lunedì 7 novembre 2022

I mantra del popolo italiano [3]

Salve. 

Concludo la mia breve disamina dei mantra ripetuti incessantemente dalla cultura dominante in Italia con questo terzo post (il primo, con le premesse e i primi tre mantra, lo trovate qui; il secondo, invece, con tre grandi classici, lo trovate qui).

In questo post finale, mi occupo di altri sette dogmi che, a mio avviso, completano il quadro. Essendo questo post il completamento dei primi due, la numerazione dei "dogmi" non parte da uno.

 

 

7. L'Italia ha grandi meriti che tutto il mondo le riconosce
E sarebbero, scusate? No, perché l'Italia ‒ per come si vede da qui (io vivo all'estero dal 2006) ‒ più che un bellissimo carrozzone di saltimbanchi in cui ogni tanto ci trovi dentro anche uno bravo, guardate che non è.
Ci riconoscono gusto estetico; ci riconoscono stile; ci riconoscono gusto culinario. Ma vi assicuro che come popolo siamo visti come dei goderecci inaffidabili, dal primo all'ultimo. E non è una cosa solo legata a Berlusconi ed al bunga-bunga. Le "olgettine" sono solo andate a consolidare una convinzione che all'estero esiste da molto più tempo. Forse dalla clamorosa decisione di Badoglio nel 1943, in cui ci svincolammo dal Patto d'Acciaio e dichiarammo guerra a quelli che letteralmente sino al giorno prima erano stati i nostri alleati. Chissà, magari anche da prima.
L'Italia è vista come un Paese che vive aggrappato al passato, un posto in cui non succede niente, in cui non si cambia mai davvero niente, come un gigantesco museo a cielo aperto; o, per usare le efficaci parole di Frank Bruni, un Paese che "procede per inerzia aggrappandosi alle sue incredibili benedizioni, invece di edificare su di esse". Il solo, vero "grande merito" dell'Italia è quello di aver avuto un passato prestigioso. Se a voi questo sembra abbastanza, be'... Suonate pure la fanfara.


8. In Italia vivevamo tutti bene, prima delle riforme ("neo-liberiste", viene aggiunto di solito)
In Italia, si è davvero vissuto bene, con un grande boom demografico ed una crescita economica elevata e costante, solo sino a metà degli Anni '60. In quegli anni, l'Italia era un Paese ancora sostanzialmente deregolato, con una bassa tassazione ed una burocrazia contenuta (almeno rispetto ad oggi). Non si percepivano ancora gli effetti dell'intervento diretto dello Stato nell'economia che, specie al Sud, finirà con il contrastare sempre più e, infine, minare pesantemente l'imprenditorialità locale. Il rapporto deficit / PIL si attestava intorno al 35%-40% (avete letto bene; non è un errore di stampa: sono i dati ufficiali), piccole aziende spuntavano come funghi e prosperavano, anche. Il tasso di natalità era ben al di sopra di quello di sostituzione, la popolazione cresceva e ‒ udite, udite ‒ in Italia si investiva notevolmente anche in innovazione e ricerca. Guardate che non vi sto prendendo per il culo: è tutto vero. L'Italia era così, in quegli anni. Un piccolo, grande Paese di cui andare fieri, operoso e prospero (in rapporto agli altri Paesi dell'epoca, si intende); una nazione con uno stile di vita, lo stile di vita italiano, che erano in molti ad invidiarci. Forse il mito del "Paese in cui tutti vorrebbero vivere" è nato allora. Allora, ad emigrare erano per lo più poveri diavoli dalle campagne, gente senza istruzione né competenze evolute. Sul finire di quegli anni, tuttavia, grazie anche ai grandi movimenti giovanili ed operai, si son cominciate ad introdurre riforme atte a limitare la libertà di licenziamento, come pure è stata introdotta la riforma previdenziale retributiva, che vincolava l'importo delle pensioni non agli effettivi contributi versati, bensì alla media delle ultime retribuzioni percepite. C'è da dire che molti Paesi, in quei frangenti, introdussero riforme previdenziali analoghe alla nostra e la ragione era, in fondo, sensata: alla fine degli Anni '60, arrivava alla pensione la generazione delle guerre che, in virtù della situazione bellica, non aveva certo potuto versare contributi regolari...! L'errore imperdonabile è stato, casomai, non tornare indietro dopo; cosa che gli altri Paesi, invece, hanno fatto. Ma soprattutto, sul finire degli Anni '60 la politica ha pesantemente investito sul controllo pubblico dell'economia, non solo industriale, ma anche di quella dei consumi, incrementando enormemente, ad esempio, il numero di dipendenti pubblici nei vari livelli della Pubblica Amministrazione. Si è assistito ad una proliferazione di Enti dalla funzione sempre più nebulosa e dalle finalità sempre più incerte, se si eccettua quella clientelare, ovviamente. Tutto ciò ha fatto aumentare il fabbisogno pubblico in modo esponenziale e, con esso, anche la tassazione. 


9. L'Italia possiede il 70% del patrimonio culturale Unesco
Verissimo. Ma guardate anche come lo (sotto)utilizza. Non soltanto si investe pochissimo nella tutela delle aree di interesse culturale ed archeologico (patrimonio UNESCO o meno che siano), come pure nella conservazione e valorizzazione del passato (si pensi anche al patrimonio bibliografico, alle coste ed ai sentieri storici, a tutto l'agroalimentare, non solo ai monumenti). In molti altri Paesi europei e non, il più piccolo sito o semplice manufatto che possa essere di un qualche interesse viene contestualizzato, valorizzato, arricchito, anche con il coinvolgimento dei privati. In Italia, non soltanto non si fa quasi mai nulla del genere, ma quando qualche illuminato dirigente decide di provarci, viene ostacolato in ogni modo possibile. La domanda che bisognerebbe porsi è: che valore ha possedere tutto questo bendiddìo, se poi lo si lascia lì, abbandonato al degrado del tempo e in balia della carenza di personale?


10. La rivoluzione si fa in piazza
Ma certo. Abbiamo visto tutti che gran bei risultati hanno prodotto, in Italia, le meravigliose rivoluzioni fatte in piazza negli Anni '70 e '80, i grandi movimenti sindacali, quelli dei cortei in cui si chiedevano "più diritti per i lavoratori e le lavoratrici" in un'epoca martoriata dal terrorismo e dagli attentati bombaroli. In quegli anni difficili e pericolosi, la politica è stata ben felice di assecondare le richieste della piazza come meglio ha potuto, posto che sapeva benissimo che gli effetti nefasti sarebbero comparsi solo decenni dopo. Persino la Costituzione-più-bella-del-mondo (altro cliché di cui ho già parlato) ha fatto la sua parte, offrendo supporto giuridico ad una generazione, quella nata nel secondo dopoguerra, che ha letteralmente depredato il Paese di ogni risorsa, scaricandone i costi su chi veniva dopo. A farne le spese sono stati tutti quelli che, in questi anni di glorioso fermento sociale e proletario, erano troppo piccoli per capire che si stava loro scippando il futuro; o quelli che all'epoca dei cortei non erano nemmeno nati. No, grande cosa, le rivoluzioni di piazza! Davvero. Strano come, nei Paesi in cui queste rivoluzioni hanno avuto una minore portata e durata, oggi le cose per i giovani vadano sistematicamente meglio. Dev'esserci un errore...

11. Tutti devono poter mangiare
Eh, indubbiamente. Questo, in Italia, è il mantra dei mantra. Va applicato sempre e comunque, anche quando significa far venir meno qualsiasi ragione che possa spingere a rischiare in proprio, a lavorare di più, ad innovare ‒ in altre parole, a far crescere l'economia in qualche modo. Peccato solo che, solitamente, quando si obbliga qualcuno a comprare un prodotto o servizi da qualcun altro con una norma ad hoc, lo si stia anche obbligando ‒ di fatto ‒ a redistribuire il proprio, di reddito, con quell'altro soggetto. Il che andrebbe pure bene, se soltanto l'altro soggetto fosse, a sua volta, disposto a farsi carico di parte del rischio d'impresa di chi è obbligato per legge a comprare i suoi prodotti o servizi. Di troppa regolamentazione l'economia privata muore. E quando lo capiremo in Italia sarà sempre troppo tardi.

12. Serve una legge
Un altro grande classico, radicato nella granitica convinzione italica che tutto possa essere risolto normando ogni cosa a dovere. Che dire... Un po' è il risultato dello strapotere cinquantennale in Italia della cultura giuridica su quella economica (e, non ne parliamo nemmeno, su quella aziendale!), che ha fatto sì che insigni giuristi venissero posti a capo di programmi macro e micro-economici dei quali capivano più o meno come io mi intendo di balletti folkloristici bulgari. E nemmeno si è avuta l'umiltà, dimostrata invece in Paesi più seri del nostro come la Germania, di procedere a normare le cose "dal basso", realizzando progetti pilota, analizzandone feedback e risultati, per poi allargare il quadro in una legge nazionale... Niente: un pugno di giuristi chiusi in una stanza, pronti a calare dall'alto la loro saggezza ed onniscienza su tutti noi ed in qualunque campo dello scibile umano. Bellissimo, no?

13. Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere
Questo me lo sono tenuto per ultimo, perché è il più odioso e stupido di tutti i mantra. Premesso che vorrei sapere cosa ne avrebbe pensato non dico il povero Enzo Tortora, ma uno qualsiasi dei circa 975 sconosciuti (è una media: tutti i dati li trovate qui) vittime ogni anno di errori giudiziari e/o ingiusta detenzione, a me appare chiaro che, in un Paese in cui vige un ginepraio di norme scritte male, spesso redatte in compartimenti stagni, contraddittorie e ‒ come minimo ‒ poco chiare, solo due categorie di persone non hanno davvero nulla da temere: chi non fa niente (ad esempio, perché ha soltanto un lavoro dipendente, magari pubblico, e non fa altro), e chi è abbastanza ricco e furbo da saper sfruttare a proprio vantaggio il caos normativo. Tutti gli altri, in qualche modo, devono stare molto, molto attenti. Ma sicuramente starò esagerando. In tanti Paesi, magari, potrà succedere che un innocente finisca multato ingiustamente dal fisco o riceva una cartella pazza che determini problemi la cui risoluzione costerà tanto tempo, spese legali e guadagni persi, ma in Italia non abbiamo mica certe situazioni. Scusate: è che certe volte mi faccio davvero prendere la mano. 


Saluti,


(Rio)


giovedì 30 aprile 2020

I mantra del popolo italiano [2]


Variazione PIL pro-capite rispetto al 1998
Salve.

Proseguo la mia breve disamina dei mantra ripetuti incessantemente dalla cultura dominante in Italia con questo secondo post (il primo, con le premesse e i primi tre mantra, lo trovate qui. Il post conclusivo, invece, è qui).

In questo post mi occupo di altri tre ben noti dogmi che ‒ diversamente da altri affermatisi soltanto negli ultimi quindici o vent'anni ‒ tengono banco da più tempo di quanto io non riesca a ricordare. Tre grandi classici, tre evergreen nella lista dei mantra italici.


4. Abbiamo una classe politica indegna, che non ci rappresenta
Dio mio, come vorrei che questo mantra fosse vero.
E sì perché, se fosse vero, basterebbe cambiare il proprio voto, sceglierci dei rappresentanti diversi, e la questione si risolverebbe. E invece, quante volte abbiamo provato a cambiare indicazione elettorale, in Italia? Quante volte chi ha votato Lega Nord, Berlusconi, Italia dei Valori, Scelta Civica, MoVimento Cinque Stelle, Salvini, Potere al Popolo, solo per citare quei pochi nomi di cui io mi ricordo, si è ritrovato come prima, anzi peggio?
Abbiamo cambiato legge elettorale diverse volte, eleggendo maggioranze diverse, ma il risultato finale è sempre stato lo stesso: il clientelismo al potere; la mediocrità al potere; la pavidità al potere. In Italia sono in molti a sapere cosa bisogna fare per uscire dal pantano della recessione, oramai; ma nessuno si azzarda ad agire, perché tutti sanno che chi tocca certe questioni, chi si mette ad affrontarle anche solo con una parvenza di serietà e di onestà intellettuale ha matematicamente perso le prossime elezioni. E quindi ci si agita tanto, ma non si fa sostanzialmente niente.
Poi ci sono anche gli altri, quelli che davvero non hanno capito il problema; quelli che ancora credono alle narrazioni ideologiche (di destra e di sinistra, stataliste ed anarchiche, internazionaliste e sovraniste), a narrazioni giustizialiste ("più manette", "pugno duro", e così via) o a quelle, per così dire, new age (tipo la "decrescita felice", "facciamo auto-produzione", "stampiamo cartamoneta" e via delirando).
Anche questi, più di recente, sono arrivati al potere, spinti da un consenso enorme. Enorme.
Non credo che debba soffermarmi su che razza di casino abbiano o stiano ancora combinando anche loro.
No, signori miei; il problema qui non è la mancanza di rappresentatività. E' il suo esatto opposto. Sul piano della rappresentatività, le Istituzioni italiane ‒ dal Parlamento ai Consigli Comunali, dal Governo del Paese alle Giunte Municipali ‒ funzionano in modo pressoché perfetto, nel senso che sono occupate da rappresentanti che sono lo specchio fedelissimo dell'elettorato che li ha messi lì. Purtroppo. Il problema, lungi dall'essere, che so, una determinata legge elettorale, una specifica classe politica dirigente, è molto peggiore: il problema è il popolo.


5. Se tutti pagassero le tasse, pagheremmo tutti di meno
Come no. E la notte della Domenica delle Palme, gli asini volano, anche. Guardando alla storia recente del nostro Paese, quanti esempi abbiamo in cui, a seguito della scoperta di inattese disponibilità finanziarie nelle casse dello Stato, i politici di turno ne hanno subito disposto la collocazione in determinati capitoli di spesa interessati da una ottimale ricaduta elettorale?
Chi come me non è più tanto giovane ricorderà "il tesoretto". Ce n'è stato più di uno, a cominciare da quello di Giuliano Amato, seguito da quello di Padoa-Schioppa (forse il più celebre), sino ai più recenti di Berlusconi, Renzi e persino Conte. Sospinti da una pressione popolare immensa (perché, altro che chiacchiere sulla rappresentatività, gli Italiani sono quelli che sono), i politici li hanno immediatamente collocati a spesa per ragioni elettorali, trasformando subito un piccolo avanzo in nuovo debito.
Sempre, immediatamente, e senza mai proteste da parte della gente ‒ tranne da parte di quelli che non ne beneficiavano, ovviamente.

Alla prova dei fatti, diventa davvero difficile contestare la veridicità della tesi liberale secondo cui "se lo Stato avesse il doppio dei soldi, farebbe semplicemente il doppio dei debiti". Anche perché, sempre alla luce della storia recente, l'intera classe politica italiana ha dimostrato di saper fare una cosa soltanto: spendere soldi non suoi. Nemmeno le province abbiamo saputo abolire per davvero; o magari anche solo eliminare uno solo di quei ministeri abrogati per referendum... Nulla. Le province diventano aree metropolitane, i ministeri diventano dipartimenti della Presidenza del Consiglio, e così via. Si cambia soltanto il nome, la targa sulla porta, la carta intestata. Ma in Italia non si cancella mai niente.

La stessa "crisi della politica" di cui si parla spesso oggi... Signori miei, ma chi è davvero così idiota da pensare seriamente che sia una crisi ideologica? Sono semplicemente finiti i soldi. Il successo dell'antipolitica sta tutto nell'essere riuscita a far passare presso le masse italiane (ignoranti come capre) la narrazione che in realtà "i soldi ci sono" e che per qualche strana ragione la classe politica "tradizionale", chiamiamola così, non voglia spenderli, invece di comprarsi consenso a suon di spesa pubblica come ha sempre fatto dal secondo dopoguerra ad oggi.



6. Solo una gestione pubblica garantisce gli interessi della gente
Certo, lo vediamo tutti i giorni: non soltanto in molti casi la gestione pubblica è inefficiente ed inefficace, ma la macchina della Pubblica Amministrazione si rivela del tutto incapace di definire ex ante in modo adeguato standard di servizio e di prodotto per i fornitori privati, come pure di effettuare controlli adeguati durante ed ex post.
Stiamo parlando di una plètora di funzionari e dirigenti pubblici collocati in uffici dispersi (e non è colpa loro), con una suddivisione delle competenze che risponde più a logiche di spartizione di potere tra le Amministrazioni Pubbliche e di pax politica, che a reali esigenze di gestione (e nemmeno questo è colpa loro), che debbono attuare normative contorte e contraddittorie disponendo di competenze tecnico-gestionali che farebbero fallire un negozietto di merceria, ed invece devono rendicontare su servizi essenziali per milioni di euro l'anno.
E qualcuno, a questi qua, vorrebbe affidare chiavi in mano il futuro di tutti i settori strategici italiani.
"Eh, ma perché loro fanno gli interessi di tutti".

Di tutti, capite? No, perché consumare ingenti risorse pubbliche per lavorare male, alle volte malissimo, in alcuni casi non lavorare nemmeno, ma per tutti, è comunque meglio che lavorare bene, ma senza avere l'assoluta certezza che si operi nell'interesse di tutti.
L'assoluta certezza... E già perché, in effetti, se in Italia avessimo uno dei più alti livelli di corruzione al mondo tra i Paesi del G20 OCSE, allora capirei; ma questi non sono mica problemi nostri, vero? Quindi in Italia si lavora male, malissimo, per niente, ma senz'altro per tutti. Non ci sono dubbi. Guarda il MOSE. Guarda la gestione ANAS della viabilità. Guarda l'Acquedotto Pugliese. O l'ATAC di Roma. O l'ASIA di Napoli. E l'elenco va avanti per ore, se vogliamo.


E se invece il pubblico impiego servisse a stabilire cos'è meglio per tutti ed a controllare che venga effettivamente realizzato, affidandone la gestione ai privati? Dove sarebbe il tradimento delle finalità pubbliche? Il pubblico definisce gli obiettivi, negozia un prezzo col privato, controlla quel che fa il privato e, se è il caso, lo sanziona, anche.
E' sempre tutto in mano pubblica; solo che non abbiamo un funzionario laureato in lettere che deve fare un lavoro per il quale non è stato selezionato.
E a me viene un dubbio: ma non è che il vero problema sta nel fatto che, in questo modo, si creerebbero molti meno posti di lavoro nel settore pubblico e molti di più, invece, nel privato e quindi fuori da un diretto controllo politico?
Ma tanto, si sa, io sono un malpensante.

Alla prossima.

(Rio)


domenica 19 aprile 2020

I mantra del popolo italiano [1]



Salve.

E' noto che in politica, proprio come nel marketing, uno slogan vale più dei risultati di cento studi statistici, perché le masse agiscono seguendo molto di più le proprie emozioni che la logica.
Il popolo italiano, poi, non si distingue certo per lucidità e capacità di analisi: è un popolo superficiale, diviso in "fazioni partigiane", come si dice per non dover usare l'espressione "tifoserie da stadio", più adeguata e al tempo stesso meno rispettosa.

Di conseguenza, negli anni alcuni di questi slogan si sono affermati sino a diventare veri e propri dogmi, dei mantra che vengono dati per scontati e ripetuti da tutti, spesso senza nemmeno che chi li pronunci si chieda più cosa davvero vogliano dire. 
Questi mantra costituiscono oramai dei punti fermi nella cultura e nel modo di vedere le cose delle masse italiane, delle lenti deformanti che condizionano pesantemente la loro capacità di giudizio.

Quello che voglio fare qui è presentare una breve disamina dei principali mantra della cultura popolare italiana, commentandone le contraddizioni e l'assurdità delle conclusioni.
Avrei voluto farne un post unico, ma il fatto è che c'è così tanto da dire che sarebbe venuta fuori una cosa chilometrica. Per cui sono obbligato a dividere il discorso in più post; se non altro per rendere il tutto più scorrevole.
I link al secondo e terzo posto sono a fondo pagina.

1. Abbiamo la Costituzione-più-bella-del-mondo
E non si poteva non cominciare con il classico dei classici, il mantra italiano per eccellenza, il Supremo Dogma su cui è assolutamente proibito dissentire, anche leggermente, senza venire subito tacciati di fascismo. 
Questo mantra è talmente importante che tempo fa gli ho dedicato un post a parte, per cui non è il caso di ripetermi. Qui mi limito soltanto a dire che è proprio la Costituzione-più-bella-del-mondo ad aver permesso ‒ anzi, incoraggiato ‒ il saccheggio di tutte le risorse del Sistema Paese da parte di una sola generazione, a danno di quelle successive; ed è sempre la Costituzione-più-bella-del-mondo ad impedire in Italia ‒ pena, la nullità per incostituzionalità ‒ qualsiasi riforma atta a ricreare quell'equilibrio intergenerazionale scelleratamente cancellato alcuni decenni prima.
Aggiungo anche che le costituzioni democratiche di altri Paesi, per qualcuno meno "belle" della nostra (qualunque cosa "bello" stia ad indicare, qui) hanno invece permesso di salvaguardare gli interessi di tutti i cittadini, e non soltanto di quelli appartenenti ad una sola generazione, ricreando condizioni di equità e di giustizia sociale. Io una riflessione in proposito la farei; ma vedete voi.

2. Abbiamo il sistema previdenziale migliore del mondo
Che dire di quest'altro classico intramontabile? Dipende dalle persone a cui lo chiedete. 
Provate a chiedere cosa ne pensano i precari e le finte Partite IVA che, quando riescono a lavorare, versano in Gestione Separata contributi sistematicamente sottratti dall'INPS per ripianare i conti della Gestione Ordinaria. Molti di questi lavoratori, dopo una vita di precariato, al momento di ritirarsi dal mondo del lavoro si sentiranno dire dall'INPS che, non avendo totalizzato un numero sufficiente di anni di contribuzione, hanno praticamente perso gran parte dei loro contributi e quindi si vedranno assegnare la pensione minima, quella che oggi ammonta a meno di 400 euro al mese. Sia chiaro: i precari oggi sono oltre un lavoratore su sei. Questo vuol dire che tra trent'anni avremo un esercito di persone che hanno lavorato tutta la vita per pagare la pensione agli altri e, in cambio di questo sacrificio, riceveranno solo le briciole. Stupendo, vero? Questa sì che è equità previdenziale!  
 
Ma provate anche a chiederlo a chi ha la fortuna di avere un lavoro dipendente, e quindi versa ogni mese in Gestione Ordinaria e che, giunto alla pensione, si sentirà ripetere ‒ sempre dall'INPS ‒ che, a parità di ammontare totale di contribuzione, di anzianità di servizio e di profilo lavorativo, gli spetta circa il 25% in meno di quel che ha preso un lavoratore della generazione precedente alla sua. Forse anche meno, nessuno lo sa con esattezza (e di sicuro l'INPS si guarda bene dal dircelo). 
In sostanza, c'è una sola certezza: se si sta dalla parte giusta del muro altissimo che separa i privilegiati da tutti gli altri, il sistema pensionistico italiano è una vera manna dal cielo, con gli altri che pagano e tu che incassi.

3. Abbiamo il sistema sanitario migliore del mondo
Un tema delicato, specie di questi tempi.
Chiariamo innanzitutto una cosa: nel contestare la veridicità di questo stereotipo non intendo assolutamente sminuire il ruolo eroico (diversamente non saprei proprio definirlo) di gran parte del personale medico e paramedico del SSN, il Servizio Sanitario Nazionale italiano.
Gente sottopagata, che fa turni massacranti in condizioni spesso improbe, rischiando la vita in ambienti altamente contaminati ‒ oggi dal virus SARS-CoV-2, ma in altri periodi da agenti patogeni diversi ‒ quasi sempre senza adeguati dispositivi di protezione individuale. Diversi di loro si sono ammalati e non hanno neppure potuto fare il tampone; alcuni, purtroppo, sono morti ed a loro io devo solo tutto il mio rispetto e tutta la mia gratitudine, per quel niente che valgono.

Ed è proprio per il rispetto che nutro verso queste persone che non accetto che vengano cinicamente utilizzate come foglie di fico per coprire le gravi carenze del SSN.

Il SSN italiano è stato istituito alla fine degli Anni '70, sostituendo il sistema mutualistico preesistente, per ragioni per lo più di efficienza, ossia di contenimento della spesa sanitaria. E' stata una scelta intelligente (una delle poche di quello sciagurato decennio, secondo me) che ha davvero raggiunto lo scopo. Circa trent'anni dopo, l'istituzione della stazione appaltante centralizzata (Consip) ha contribuito a ridurre ulteriormente quei costi, uniformando verso il basso da Nord a Sud il prezzario di molti dei prodotti e servizi acquistati dal SSN.

Ciò premesso, il nostro SSN sarà senz'altro tra i più efficienti (efficienza = meno costi per i servizi erogati) ma non venitemi a dire che sia tra i più efficaci (efficacia = cura meglio degli altri). Soprattutto, non venirmelo a dire proprio adesso, quando l'Italia, alla data in cui scrivo, ha circa la metà dei morti di Covid-19 di tutto il mondo ed è un Paese in cui, oltre a liste d'attesa bibliche, talvolta si offrono solo terapie altrove ritenute obsolete da tempo.
I problemi di efficacia del SSN possono essere ricondotti essenzialmente a due tipologie:
   1. il SSN è sottocapitalizzato; 
   2. il SSN dipende troppo da logiche gestionali di tipo pubblico. 
Ci vorrebbe una serie di post solo per scalfire la superficie della questione, ma qui devo essere sintetico; per cui, consentitemi qualche semplificazione. 

Innanzitutto, la sottocapitalizzazione. Un servizio sanitario pubblico che non ha i soldi per erogare i servizi per cui è stato concepito non ha alcun senso. Non ce l'ha in una logica statalista, ovviamente, ma  nemmeno ce l'ha in una logica liberale o liberista. Quello che è stato fatto in Italia, in breve, è stato prima autorizzare ad operare non i migliori competitors sanitari privati, ma i più "vicini" al potere, per poi ridurre le risorse del servizio sanitario pubblico, in modo da indebolire la concorrenza ai centri privati e così, di fatto, favorire questi ultimi.
Sostanzialmente, prima ti agevolo l'apertura con contratti d'area, autorizzazioni speciali, magari contributi a fondo perduto ed altri strumenti che ti semplifichino la vita e l'investimento, e dopo ti inclino il piano in modo da far "rotolare" verso di te quanti più pazienti è possibile.

Per quelli di sinistra che, beati loro, hanno letto il Manifesto e credono di aver capito tutto, questo è "il neoliberismo". Per chi, invece, liberista lo è davvero, ciò che è stato fatto in Italia è l'esatto opposto del liberismo: è imbrigliare il mercato con mille vincoli e stratagemmi per condizionarlo a vantaggio di qualcuno, invece di liberare il mercato da ogni barriera e renderlo fluido, davvero concorrenziale.

In una vera logica liberista, uno Stato, se davvero vuole mantenere in piedi un servizio sanitario pubblico per ragioni di contenimento dei costi, lo utilizza per mantenere alti gli standard di quel servizio: mantenerli alti; non abbassarli. Perché se il SSN offre buoni servizi a costi ragionevoli, i pazienti non avranno motivo di preferirgli il privato. Il privato dovrà quindi offrire di meglio e, di conseguenza, anche il pubblico dovrà ancora migliorare la propria, di offerta. Il mercato guidato dalle scelte dei pazienti genererà la migliore situazione realisticamente possibile, con servizi migliori a costi più bassi. Qualcuno, se ci riesce, lo spieghi a quelli del Manifesto, che chiamano allegramente "neoliberista" qualsiasi soluzione non ricalchi alla lettera lo statalismo.

Infine, l'aspetto più sottovalutato di sempre, ossia il peso eccessivo di logiche gestionali di tipo pubblico. Quello sanitario è un settore assolutamente strategico, centrale nella vita di un Paese. Essendo così importante, deve essere sempre in grado di rispondere in tempi ragionevolmente rapidi ad ogni nuova necessità sanitaria che dovesse presentarsi, prevedibile o imprevista che sia. Deve potersi adattare alle novità provenienti dalla ricerca scientifica internazionale, ai nuovi standard, a protocolli ed altri aspetti che, com'è naturale che sia, mutano di continuo.
Pertanto, un servizio sanitario dovrebbe essere liberato da tutti quei vincoli che impediscano una risposta veloce e puntuale alle esigenze sanitarie del Paese; esigenze che possono cambiare in qualsiasi momento.

In quest'ottica, da cosa deriverebbe esattamente, ad esempio, l'esigenza di mantenere nelle ASL i vecchi contratti di lavoro di diritto pubblico anche per il  personale medico e paramedico? Perché quei contratti non sono stati tutti rivisti e trasformati in contratti di diritto privato o, ancora meglio, in consulenze? In tal modo, si sarebbe potuto imporre agli operatori sanitari di aggiornare il proprio curriculum o di lasciare il posto di lavoro a colleghi meglio qualificati, invece di pagare con il denaro pubblico terapie obsolete sconfessate persino nelle stesse linee guida del Ministero della Salute solo perché "oramai il personale è stato assunto con concorso pubblico per titoli ed esami (!) e non può più essere rimpiazzato".
Curioso come in Italia, persino in un settore così strategico, i diritti sindacali dei lavoratori del comparto contino sempre molto di più dei diritti di chi usufruisce di quello stesso servizio: prima i lavoratori; poi, se avanza tempo, i malati.

E ancora, le nomine tutte politiche dei direttori generali e di quelli sanitari delle Aziende Sanitarie Locali a quale logica "aziendale" esattamente risponderebbero? No, chiedo perché è cosa nota che i politici sono senz'altro le figure più competenti nel selezionare profili di tipo manageriale e tecnico. Chi meglio di loro, vero?

Il punto è che l'Italia deve darsi una buona volta una risposta alla domanda chiave, che è: "A cosa serve davvero il servizio sanitario? A sistemare la gente o a curarla?" Perché, a seconda della risposta, il sistema va organizzato in maniera completamente diversa.

Una risposta chiara se l'è data, ad esempio, la Germania, che continua a mantenere in piedi la sua sanità di tipo mutualistico, più cara e quindi più inefficiente di un sistema sanitario interamente pubblico, ma decisamente più adattabile, versatile e, soprattutto, efficace. In tal modo, i Länder tedeschi lasciano il problema della flessibilità gestionale e delle competenze necessarie ai privati, occupandosi di fare le sole cose che uno Stato deve saper fare bene: definire standard, reperire e distribuire risorse e, soprattutto, controllare (eventualmente, sanzionando i trasgressori con teutonica severità).

Tralascio il discorso tutto italiano sulla ricerca inesistente, sulla totale mancanza di meritocrazia anche in ambito universitario, sul nepotismo e sul sistema delle raccomandazioni che fanno finire incompetenti a dirigere reparti ospedalieri mentre tanti medici capaci vanno a fare carriera in altri Paesi, come anche il fatto che dipendiamo da tecnologie e conoscenze quasi interamente importate dall'estero, se no questo post non finisce mai.

Certo, anche i servizi sanitari nazionali di altri Paesi hanno i loro problemi. Prendete, ad esempio, quello del Paese in cui vivo io, la Gran Bretagna: a causa dei tagli ‒ molto, molto più estesi di quelli italiani ‒ l'NHS è ormai quasi ridotto ad un servizio per la gestione di emergenze sanitarie. Difficilmente potrebbe fare di più.
Ma spende e rendiconta i propri soldi in maniera assai più chiara che in Italia; è affetto da molta meno burocrazia e vincoli di ogni genere, rispetto al sistema italiano (e sono entrambi interamente pubblici, eh!) ed è più meritocratico, oltre ad attirare ricercatori da tutto il mondo nei propri centri di eccellenza.

Quindi, a vostro avviso, è più difficile migliorare l'NHS britannico dandogli semplicemente più fondi oppure migliorare il SSN italiano cambiando tutto il sistema di interessi intrecciati, le rigidità, la burocrazia, i diritti sindacali di comparto e via dicendo?

Fatevela una domanda, ogni tanto, voi che puntate sempre il dito contro gli altri, illudendovi che questo, magicamente, migliori voi stessi.

Tra l'altro, anche in Gran Bretagna c'è il tormentone sull'NHS che è "l'invidia del mondo". Paese che vai, sovranisti che trovi...

Saluti.

(Rio)

PS. La seconda parte la trovate qui.  La terza, invece, qui.