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lunedì 18 gennaio 2010

Copia privata: il compenso per un lavoro, o una nuova tassa?

Questo articolo, datato 15 Gennaio 2010, proviene dall'Ufficio Stampa SIAE, non da me. Mi sembrava però giusto dare spazio ad un punto di vista diverso sul problema.
A voi il giudizio.

«A proposito dell'adeguamento dei compensi per copia privata alle memorie digitali, si è scatenata la solita tempesta in un bicchiere d’acqua. Una tempesta che, però, può diventare istruttiva. Vediamola per domande e risposte:

1) Siamo alla solita tassa. No, non è una tassa, perché si tratta di diritti d’autore. I diritti d’autore sono “lo stipendio” di chi crea un’ opera (musica, film, romanzi, testi teatrali). Col digitale le opere artistiche conoscono nuove forme di diffusione, con rilevanti utili da parte delle industrie tecnologiche. Il principio del diritto d’autore si fonda, nel mondo, sul fatto di applicarlo a tutte le nuove forme di sfruttamento delle opere. E’ successo così per il fonografo, la radio, la televisione ecc. E’ quindi giusto che gli autori e l’industria dei contenuti traggano ricavi dalle nuove forme di sfruttamento delle loro opere. Viceversa scandalizzarsi e considerare i diritti d’autore una tassa, sarebbe come considerare lo stipendio dei lavoratori una tassa, che danneggia i consumatori.

2) I soldi vanno alla gabelliera Siae. No. La Siae è incaricata di raccoglierli e di distribuirli agli aventi diritto: autori, artisti interpreti, editori, produttori.

3) C’è solo in Italia. No. Esiste in molti Paesi d'Europa (Francia, Spagna, Germania, Belgio, Olanda, ecc.), con l’eccezione della Gran Bretagna, in cui copiare su qualsiasi supporto una canzone, un film ecc. è considerato un reato con risvolti penali. In molti Paesi europei i compensi per copia privati erano superiori a quelli praticati in Italia, ora dopo 6 anni anche il nostro Paese si è adeguato alla media europea.

4) E’ un freno alle nuove tecnologie. No. E’ uno degli auspicati adeguamenti anche al mondo digitale di regole di garanzia a tutela del lavoro. In questo caso del lavoro creativo e dell’industria dei contenuti. Per di più l'industria tecnologica si è sviluppata in gran parte proprio grazie alla diffusione dei contenuti. Cosa sarebbe un iPod senza canzoni? La straordinaria disponibilità di contenuti in rete, genera valore per migliaia di operatori della connettività; perché creatori, editori, produttori dovrebbero esserne esclusi?

5) E’ uno svantaggio per il consumatore. No. Al contrario permette la fruizione per l’uso personale delle opere a costi estremamente più bassi rispetto a quelli dell’ originale. Nella quantificazione delle tariffe, in Italia come nel resto d’Europa, si è tenuto conto del fatto che i devices digitali possono essere utilizzati anche per scopi diversi. Viceversa senza questi compensi, che ristorano solo in parte autori e industria per i mancati acquisti degli originali, non sarebbe possibile alcuna registrazione da parte di privati.
In questi anni lo sfruttamento delle opere dell’ingegno tramite le nuove tecnologie, è aumentato in maniera esponenziale, ma a tale sviluppo e diffusione commerciale non è corrisposta una adeguata tutela dei diritti d’autore. Ora, questo decreto sana, se pur parzialmente, questo divario.»

Ciao,

(Rio)

PS. Curiosamente, alla SIAE non entrano nel merito dei criteri di riparto. :)

mercoledì 27 maggio 2009

Un fiume di note nella rete.

Salve.

Si può ancora vendere musica, oggi?
E, se sì, ha ancora senso sostenere che l'acquisto sia l'unico modo legittimo per entrare in possesso di un brano musicale?

Sia chiaro: ho pieno rispetto per chi, artista o produttore, ha ancora fiducia nel mercato e continua ad investirvi risorse, ricavando profitti sempre più bassi dalla produzione e commercializzazione di musica a pagamento.
I diritti d'autore non dovrebbero mai essere violati.

Ciò nonostante, ritengo che le tecnologie dell'informazione abbiano reso obsoleti i metodi dell'industria discografica o che, quantomeno, ve ne abbiano aggiunti di nuovi sicuramente più efficaci nel contesto attuale, in cui:
  • il contenuto di qualunque supporto digitale è duplicabile con tecnologie alla portata di tutti;
  • grazie ad internet, chiunque può copiare illegalmente un brano musicale infinite volte e distribuirlo gratis in tutto il pianeta. E, che se ne dica, nessuno può realmente farci niente;
  • anche per l'incisione di un brano musicale in qualità DAT basta un computer debitamente attrezzato e non servono più studi costosissimi.
In breve, grazie ai progressi della tecnologia, sono cadute una ad una tutte le barriere economiche, tecnologiche ed organizzative che impedivano a chiunque di produrre, duplicare e distribuire liberamente musica.

Di conseguenza, vendere musica è oggi un'attività che offre profitti sempre più incerti, posto che, per ogni acquisto legale, nessuno sa con esattezza quante volte un brano venga poi duplicato e distribuito illegalmente.

Personalmente, in un futuro non cosi' lontano, io vedo artisti che faranno uscire su internet i loro album e permetteranno di scaricare le loro canzoni gratis, con finalità esclusivamente promozionali.

Ma allora di cosa vivranno gli artisti? Di aria? No, autori ed interpreti guadagneranno ancora con:
  • i diritti di pubblica esecuzione (leggi: borderò SIAE);
  • gli incassi dei concerti (non essendo replicabile, la presenza fisica dell'artista è la sola cosa che ancora si può vendere);
  • i diritti di riproduzione meccanica (leggi: bollino SIAE sui pochissimi supporti registrati venduti).
Non sembra un granché? Be', forse guadagneranno meno di oggi, ma ci saranno anche meno intermediari con cui dividere i profitti e, soprattutto, non si pone alcuna scelta: la tecnologia ha già pronunciato la propria sentenza, più forte di qualsiasi tribunale.

Ogni triste tentativo di fermare l'incessante flusso di musica che scorre in internet è destinato ad essere presto aggirato dall'abilità di qualche programmatore nascosto in un angolo del globo e dai milioni di internauti che sfrutteranno subito i frutti del suo lavoro.

Le note corrono incontrollate nella rete e nessun accordo per la distribuzione legale ed a pagamento di brani musicali cambierà nulla: la funzione promozionale dell'album è la sola risposta sensata.

Certo, qualche manager dovrà cambiare lavoro, ma non è la prima volta che il progresso rende obsoleta una professione.

Del resto, il progresso andava benissimo quando scalzava le vecchie società di edizioni musicali, che controllavano il mercato negli Anni '30 con le stampe degli spartiti per orchestrali, a tutto vantaggio della nascente industria discografica.

Anche in quel caso, fu il progresso a porre fine all'epoca delle orchestrine e della musica dal vivo, a favore della musica registrata, più economica e riprodotta da apparecchi nuovi, chiamati giradischi ed altoparlanti.

Qualcuno forse si preoccupò, a suo tempo, della fine che fecero tutti quegli orchestrali, rimasti nel giro di pochi anni senza lavoro?

Il masterizzatore, internet e gli algoritmi di compressione sono solo la tappa finale di un lungo processo di declino dell'industria discografica, iniziato già alla fine degli Anni '60, con l'introduzione da parte di Philips della musicassetta registrabile.

In futuro, le società di produzione e, in qualche misura, anche le case discografiche avranno ancora un ruolo importante nel marketing dell'artista, ma dovranno risolvere il problema di individuare un nuovo modello di business (ovvero: una nuova fonte di profitti), posto che la vendita di musica registrata -- su supporto come su file -- sarà inevitabilmente relegata in una posizione via via sempre più marginale.

Ciao,

(Rio)