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giovedì 29 settembre 2016

Il solito refrain de "la-Costituzione-più-bella-del-mondo"


Salve. 

In occasione del referendum sulla riforma della Costituzione che si voterà domenica 4 Dicembre, mi sono occupato di elencare le stupidaggini dei due Comitati referendari per il SÌ e per il NO ed ho cercato --datemene atto-- di farlo nel modo più oggettivo possibile. Il materiale comico da ambo i lati non mancava, del resto, per cui era davvero semplice non fare sconti per nessuno.

Tuttavia, man mano che il clima si riscalda all'avvicinarsi del voto, ricomincia a montare il solito, antico liet-motif italiano sulla sacralità, profondità e conseguente inviolabilità della nostra Costituzione, che qualcuno nel nostro Paese ama ancora definire "la-più-bella-del-mondo". 


Si vedono di nuovo i ragazzi (i ragazzi!) con i cartelli "Giù le mani dalla Costituzione!", gli slogan "La Costituzione non si tocca!"... Insomma, il solito scenario già visto e sentito molte, molte volte.
Ciò nonostante, io davvero non riesco a smettere di meravigliarmi nel vedere quanto sia ingenua la percezione che ancora tanti hanno della nostra Costituzione.  
Lo dico perché non so quanti tra coloro che la giudicano "splendida" si siano davvero presi la briga di analizzare attentamente le conseguenze e gli effetti concreti che la-Costituzione-più-bella-del-mondo ha avuto sulle loro vite, sulla loro condizione presente e sulle reali prospettive per il futuro. 
Perché, a mio parere, se si fossero soffermati a farlo, in molti avrebbero notato che in Italia, il Paese occidentale con il più grave e preoccupante squilibrio nel reddito e nelle opportunità tra le generazioni, questo stato di cose appare supportato e, in un certo senso, quasi incoraggiato dalla presenza della Costituzione-più-bella-del-mondo

Chiarisco, a scanso di equivoci: ciò non significa assolutamente che la condizione in cui versa oggi il nostro Paese sia dovuta alla Costituzione, eh!
Significa solo che la-Costituzione-più-bella-del-mondo non possiede al proprio interno sufficienti "antidoti" per aiutarci ad evitare gli errori gravi che ci hanno portato proprio dove siamo oggi e, cosa ancora peggiore, nella sua interpretazione ufficiale --quella fornitaci dell'Alta Corte-- contiene persino elementi che rendono la correzione degli errori del passato molto più difficile di quanto sarebbe se in Italia avessimo un'altra Carta Costituzionale, al posto di questa.

Ciò significa che non è tanto quello che c'è scritto nella Costituzione, quanto quello che manca, ciò che non c'è scritto, ad essere importante. Prendiamo, ad esempio, un articolo che non è oggetto del referendum (così non mi rompete i coglioni dicendo che faccio propaganda): l'Art.3 che, sancita la sacrosanta uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, si conclude con:  

«[...] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.»

Che belle parole, vero? 
Peccato però che non disciplinino in alcun modo i confini, i limiti di tale intervento.  
Si tratta, cioè, di un'elencazione di princìpi che non prende affatto in considerazione la prospettiva temporale. Ad esempio, è possibile o no "rimuovere-gli-ostacoli"-eccetera per una generazione, utilizzando le risorse e limitando le prospettive di quelle successive e così, di fatto, penalizzare chi nasce dopo? 
A giudicare da come il Parlamento ha legiferato e da come la Consulta ha sentenziato sinora, parrebbe non solo che sia possibile, ma che persino non ci siano problemi; anzi, che non si possa nemmeno ritornare sui propri passi, quando si è capito l'errore. 
Poi, è ovvio, siamo nell'ambito del diritto, per cui altre interpretazioni sono (o dovrei dire "sarebbero"?) possibili. Peccato soltanto che sinora queste interpretazioni alternative non siano prevalse praticamente mai.

Faccio tre esempi, tra i tanti possibili:
  • Per "rimuovere gli ostacoli all'effettiva partecipazione" e via dicendo, all'inizio degli Anni '80 abbiamo trasformato per decreto (sanatoria ex L.28/1980) quasi tutti i circa 10mila precari universitari in personale docente di seconda o di terza fascia, assunto a tempo indeterminato dalle università sulla base di criteri di idoneità automatici. Così facendo, abbiamo affermato il diritto ad un lavoro dignitoso per questi 10mila assegnisti, sì. Ma abbiamo anche ingolfato gli atenei e --di fatto-- sbarrato l'accesso alla carriera universitaria a generazioni di laureati negli anni successivi (non sto parlando dei raccomandati, ovviamente). 
  • Per "favorire lo sviluppo economico e sociale" eccetera, negli Anni '60 abbiamo istituito le pensioni retributive, in cui il calcolo della pensione era basato sull'ultima mensilità percepita, indipendentemente dai contributi effettivamente versati nel corso della propria vita lavorativa. Questo ha consentito di elevare le condizioni economiche di milioni di pensionati, negli ultimi quarant'anni, circa. Ma va da sé che quel che non hanno versato loro deve mettercelo qualcun altro che ancora lavora. Qualcuno che dovrà andare in pensione più tardi e/o percepire una pensione più bassa, perché una parte di ciò che ha versato deve andare a loro.
  • Negli Anni '70 abbiamo introdotto norme come l'Art.18 dello Statuto dei lavoratori, migliorando la condizione di milioni di persone che rischiavano licenziamenti per ragioni politiche. Ma è anche vero che l'Art.18, grazie ad una interpretazione estesa in modo del tutto insensato, ha assicurato a moltissimi una sostanziale illicenziabilità, creando una rigidità innaturale nel mercato del lavoro che ha scoraggiato le imprese che volevano assumere e condannato i giovani di oggi ad un'esistenza di perenne precariato. 
E sì. 
Perché in politica economica, nonostante le balle che politici e sindacalisti ci raccontano ogni santo giorno in tv e sui giornali, purtroppo i diritti non si acquisiscono gratis. Ogni diritto ha anche un costo sociale ed economico; e alla fine, in qualche modo, qualcuno quel conto deve pagarlo. 

Se, come nei tre esempi sopracitati, il diritto viene acquisito da una generazione limitando, nei fatti, le prerogative di chi viene dopo, la-Costituzione-più-bella-del-mondo non soltanto non prevede alcun modo di impedirlo ma --stando almeno alle sentenze della Corte Costituzionale che hanno giudicato nullo qualsiasi tentativo di tassare le pensioni retributive già in corsi di erogazione-- non consente nemmeno di correggere lo squilibrio!
E' come se per la-Costituzione-più-bella-del-mondo le decisioni precedenti su certe delicatissime materie, una volta prese, non potessero più essere riviste; nemmeno quando, per colpa di quel che si è deciso in passato, intere generazioni di cittadini sono state --di fatto-- private di alcuni diritti fondamentali, inclusi quelli previsti dall'Art.3. 
Perché adesso non venitemi a raccontare che tutti i lavoratori sono uguali, eh. :-)

Il punto è che quando si sente dire "la Costituzione difende i tuoi diritti", ciascun Italiano farebbe bene a chiedersi sempre se siano davvero i suoi, di diritti, ad essere tutelati e non invece i diritti di qualcun altro, il cui conto viene però presentato a lui. Perché, in realtà, spesso è proprio questo il caso.

Sia chiaro: in parte, la difesa a spada tratta dello statu quo da parte di alcuni è scontata.
Nel senso che io trovo del tutto normale che un impiegato parastatale, un ministeriale, un pensionato ex INPDAP, venerino questa Carta Costituzionale come un totem, posto che ha concesso loro --a spese dei più giovani e degli esclusi-- una serie di diritti che ha davvero pochi eguali al mondo: stipendi sganciati dalla produttività, sostanziale inamovibilità del posto e, spesso, persino delle mansioni di lavoro, pensioni a bassa contribuzione ed elevato rendimento (meno di un tempo, va bene; ma almeno la prenderanno, una pensione)...

A me, è l'atteggiamento ingenuo e di beata ignoranza di molti precari e di molti titolari di Partita IVA che, francamente, sfugge. Cioè, io direi loro: 
  1. se tu sei uno che deve farsi carico non solo della propria fetta di flessibilità del mercato del lavoro, ma anche di quella di qualcun altro, che l'ha sbolognata a te per favorire il suo, di "sviluppo umano" e la sua, di "partecipazione alla società";
  2. se tu sei uno che versa contributi tutta la vita per poi arrivare a prendere 380 euro al mese di pensione, a causa di gente che prende (e prenderà ancora a lungo) più di quel che ha versato, 
ma cosa cazzo dici che questa è la-Costituzione-più-bella-del-mondo, coglione?

Le altre costituzioni saranno forse meno "elevate" o scritte peggio --e si sa, noi Italiani, quando si tratta di fare discorsi astratti, siamo straordinari; è nel concreto che cadiamo-- ma hanno permesso di correggere certi squilibri o, addirittura, li hanno impediti dall'inizio: se tu fossi Francese o persino Svedese (e, per loro stessa ammissione, gli Svedesi di soldi nel welfare ne hanno spesi davvero troppi, in passato), tu un presente e un futuro ce li avresti ancora.

Tutto questo, ovviamente, con il referendum non c'entra. 
Vota pure come vuoi, o giovane che manifesti: tanto la modifica indicata nel quesito non contiene, purtroppo, alcuna norma volta ad evitare che il patto intergenerazionale possa essere stuprato ancora a piacimento. 
Ma --per favore-- lascia a casa, oppure a tuo padre, il cartello e gli slogan, ché questa Costituzione, come quella che potrebbe venire, è stata scritta per altri; mica per te, masochista

Saluti,

(Rio)